USA: con Obama si rafforza l’agenda gay

La cappa ideologica

YES, WE CAN
Effetto Barack sull’agenda gay

Così negli Stati Uniti il vento del cambiamento gonfia le vele dei fautori del matrimonio omosex. Un fronte che avanza con l’aiuto dei giudici, evitando di fare i conti con la volontà popolare…

 

La frontiera si sposta nel Midwest. Il 3 aprile la Corte suprema dell’Iowa ha cancellato il divieto alle nozze gay in vigore dal 1998, scatenando l’entusiasmo degli attivisti che ora auspicano che il caso faccia scuola in altri contesti dove i tribunali statali o le assemblee legislative stanno discutendo sui “gay marriage”. Nel giro di pochi giorni Iowa e Vermont si sono uniti a Massachusetts e Connecticut, portando a quattro il numero degli Stati americani dove le coppie dello stesso sesso godono degli stessi diritti di quelle eterosessuali.
Fra matrimoni, unioni civili, partner-ship domestiche, registri delle convivenze omosex, la mappa dei diritti delle coppie gay in America è variegata. Con sfumature spesso sostanziali. Agli Stati che concedono agli omosessuali gli stessi benefit, esenzioni fiscali e diritti di eredità delle coppie eterosessuali sposate, se ne aggiungono sette che ammettono qualche forma di unione civile (con relativi diritti, come, ad esempio, quello di visitare i parenti malati in ospedale o la co-intestazione dei contratti di locazione). Altri ancora, come il District of Columbia e New York (dove è partito il 16 aprile l’iter per approvare le nozze gay), concedono a chi ha contratto un “matrimonio” altrove di godere delle medesime tutele e garanzie delle coppie tradizionali. Ma ci sono anche quelli – e sono la netta maggioranza – che affermano e hanno fatto inserire nel codice di famiglia o nella Costituzione statale che il matrimonio è da intendersi solo come l’unione fra un uomo e una donna. In 41 Stati dell’Unione la definizione tradizionale di matrimonio è sancita da leggi approvate dai Congressi locali. Ciò non impedisce però il riconoscimento legale delle convivenze omosex. È il caso di Hawaii, Stato di Washington e Maryland. Trenta Stati hanno rafforzato il bando ai matrimoni gay ed emendato la Costituzione con l’inserimento della definizione del matrimonio tradizionale come vincolante. Altri ancora hanno recepito il Doma, il Defense of Marriage Act, la legge promulgata nel 1996 da Bill Clinton che autorizza i singoli Stati a non riconoscere le unioni contratte da coppie dello stesso sesso in altri Stati.
La battaglia fra i pro-family e gli attivisti del movimento gay sta comunque vivendo negli States una nuova e animata stagione. Dopo gli anni di presidenza Bush il clima politico e culturale è mutato. L’arrivo di Barack Obama alla Casa Bianca ha galvanizzato la base liberal e ridato fiato alle rivendicazioni degli omosessuali. Tom Messner, visiting fellow alla Heritage Foundation, spiega a Tempi che «è probabile che l’effetto Obama abbia qualche conseguenza, ma è altrettanto innegabile che il presidente finora si sia mosso con grande cautela». Obama ha infatti sempre dichiarato di ritenere il matrimonio come l’esclusiva unione di un uomo e una donna. Eppure la sua idea di revocare il Doma lascia aperte diverse opzioni per i sostenitori dei diritti gay. Tuttavia, dice a Tempi Joe Mathews, della New America Foundation, «Obama è intelligente e sa che non tutti lo seguirebbero se decidesse di imbarcarsi in un’iniziativa a favore dei matrimoni gay. Anche qui vale la regola che l’economia è più importante».
La strategia delle lobby gay è presentare ricorsi e sollevare dibattiti laddove le condizioni sono più favorevoli. Ovvero dove la maggioranza nelle Corti supreme statali è ritenuta favorevole alle unioni omo. Altra via è quella legislativa, il classico iter di presentazione e approvazione di proposte di legge nei parlamenti statali. Ma la via “giudiziaria” offre le migliori chance di successo. Ha notato infatti il New York Times che sebbene il consenso alla legalizzazione delle nozze gay è andato negli ultimi anni crescendo, solo un terzo degli americani è favorevole a chiamare matrimoni le unioni fra persone del medesimo sesso. «Quando la gente può esprimersi, sostiene il matrimonio tradizionale, come è accaduto nei 30 Stati che negli anni si sono espressi sui Marriage Protection Amendaments», racconta a Tempi Michael Geer, presidente del Pennsylvania Family Institute. Che aggiunge: «Credo che in Iowa la gente non avrebbe approvato l’equiparazione tra unioni omosex e matrimoni». Il sondaggio del quotidiano progressista newyorkese poggia su dati difficilmente smentibili: in tre Stati che oggi consentono le nozze gay è stata la Corte suprema a imporre la norma. Solo in Vermont è stata l’assemblea legislativa a dare semaforo verde ai matrimoni omosessuali. Ma nel piccolo Stato del Nordest, che sui diritti civili fa spesso corsa a sé, le unioni civili, praticamente equiparate al matrimonio, erano in vigore da nove anni.
 Mathews giudica il caso dell’Iowa emblematico: «Tutti sanno che l’America è ancora contraria ai matrimoni gay. È vero che le cose stanno cambiando, che il clima politico e culturale è in divenire, ma è ancora presto per pensare di cambiare l’istituto del matrimonio dal basso». Una corte che “legifera”, che vuole sostituirsi ai Parlamenti e alla volontà popolare per modificare i costumi e le regole (come accusava George W. Bush), è l’unica strada che hanno le lobby per fare avanzare “l’agenda gay”.
Basta dare un’occhiata ai numeri per capire quanto gli statunitensi siano ostili a stravolgimenti così radicali nei costumi: negli undici Stati in cui il 2 novembre del 2004 si votò sui “gay marriage” il no prevalse con oltre, in media, il 70 per cento dei consensi. Più recente e ancora più emblematico il caso della California. Nel 2000 in un referendum la popolazione del Golden State sostenne a stragrande maggioranza (61 per cento) una legge di iniziativa popolare (Proposition 22) che definiva il matrimonio come unione fra uomo e donna. Ma nel 2005 la volontà dei cittadini fu rovesciata dal Parlamento, che aprì la strada al riconoscimento delle partnership domestiche. Ancora troppo poco evidentemente per le star di Hollywood e dello show business, sempre pronte a staccare robusti assegni per queste cause. Così, nel maggio del 2008, la Corte suprema statale ha trasformato le partnership domestiche in diritto al matrimonio. Da qui la sfida di un gruppo di attivisti pro-family cattolici, ebrei, mormoni, evangelici e conservatori, che ha lanciato una consultazione (Proposition 8) per rovesciare il pronunciamento della Corte e confermare la validità giuridica della definizione di matrimonio. Ebbene il 4 novembre 2008 il 52 per cento dei californiani ha bocciato l’estremismo dei giudici e lo strappo dei legislatori.
A rischio la libertà di culto
Il braccio di ferro attorno al “gay marriage” non è una logomachia. Il salto da unioni civili a matrimonio è concettuale e sostanziale. Secondo Geer «assegnare il titolo di sposi a due omosessuali significa portare un grande cambiamento nella cultura e nei costumi. Con tutte le ripercussioni pratiche che si riflettono nella vita quotidiana». Considerare infatti lo scontro sui matrimoni gay una battaglia meramente ideologica rischia di essere non solo riduttivo, ma anche un abbaglio. Messner, che ha studiato le conseguenze sulla società dell’introduzione del “gay marriage”, parla apertamente di minaccia al Primo emendamento della Costituzione americana, quello che tutela la libertà di culto, parola e stampa. «Se infatti – argomenta lo studioso – il matrimonio fra omosessuali diventasse norma condivisa, non solo sarebbe alterato il significato del matrimonio tradizionale, ma diventerebbe discriminatorio il non riconoscere la legittimità dell’unione fra gay». Se le coppie omosessuali entrassero a far parte del codice di famiglia, gli istituti caritatevoli di ispirazione cristiana (ma non solo) che rifiutano di riconoscere le unioni fra persone dello stesso sesso potrebbero essere accusati di condotta discriminatoria ed essere esclusi dai finanziamenti statali per i servizi sociali che offrono. Non è uno scenario così lontano. Racconta lo stesso Messner che nel New Jersey, dove esistono le unioni civili gay, un istituto religioso ha rifiutato di cedere a una coppia di lesbiche una sala per celebrare la cerimonia della loro unione. Ne è nata una causa contro l’istituto, accusato di violazione dei diritti civili. La conseguenza? Lo Stato del New Jersey ha cancellato il regime di esenzione fiscale per l’istituto.
di Alberto Simoni
TEMPI 21 Aprile 2009