Troppi aborti clandestini anche con la L. 194

Partecipazione del cittadino

GIUSTIZIA E FAMIGLIA
Il primo presidente della Corte di Cassazione spiega la denuncia fatta in apertura dell’anno giudiziario

«Troppi aborti clandestini anche con la legge 194»

Marvulli: «Continuano a sussistere situazioni illecite che la normativa in vigore non ha eliminato del tutto» «La nostra società è in crisi di valori, spesso bastano ragioni economiche per interrompere una gravidanza»

 

Da Roma Danilo Paolini  (da www.Avvenire.it)

La giustizia si amministra non in astratto ma all’interno di «una realtà concreta», cioè in una certa società umana così come essa si presenta in un determinato periodo storico. E se la società è «in crisi di valori», la giustizia non può godere di buona salute. Il ragionamento è semplice, perfino ovvio, malgrado non sembri essere tenuto in grande considerazione nell’Italia degli anni 2000. Nicola Marvulli, primo presidente della Corte di Cassazione, ha voluto scrivere il concetto a chiare lettere nelle prime pagine della sua relazione per l’inaugurazione dell’anno giudiziario 2006, letta venerdì scorso al cospetto delle più alte autorità del Paese. E ribadisce il concetto con decisione in questa intervista, evitando invece accuratamente di scendere sul terreno delle polemiche tra politica e magistratura, che proprio in queste ore si vanno riaccendendo.

 

Dunque, presidente, c’è un collegamento diretto tra i mali della giustizia e quella «più vasta crisi dei valori etici e religiosi» che lei ha denunciato?
È evidente. La giustizia si amministra in una realtà concreta. E nella nostra realtà assistiamo a una patologia dei fenomeni sociali, che è sotto gli occhi di tutti e che emerge dai dati statistici relativi ai procedimenti civili e penali.

 

Tra i fenomeni da lei citati con preoccupazione figura «la diminuzione delle madri disposte a portare a termine una gravidanza, solo perché non ritenuta compatibile con le personali condizioni economiche o con la propria attività lavorativa».
Non si tratta di mie considerazioni personali, ma di conclusioni tratte dalle statistiche che pervengono in Cassazione. Più in generale direi che il valore della famiglia è in forte crisi. Le coppie di fatto sono una realtà sempre più diffusa, mentre crescono le separazioni sancite dopo pochi mesi di matrimonio. Separazioni e divorzi aumentano. Ormai non è raro vedere due o tre divorzi per la stessa persona. Abbiamo figli di primo, secondo e terzo letto. Figli che non di rado vengono usati come arma di ricatto nelle cause tra coniugi. La società è questa, noi non facciamo che registrare la realtà. Una realtà litigiosa dalla quale, inevitabilmente, scaturiscono effetti sull’amministrazione della giustizia.

 

Ma perché ha citato gli aborti, se c’è una legge che li regola?
Perché ho notato che in questo campo sussistono ugualmente forme illecite e sacche di clandestinità, che la legge non ha eliminato del tutto.

 

Martedì la commissione parlamentare d’indagine sulla legge 194 ha concluso i suoi lavori osservando, tra l’altro, che in fatto di prevenzione si potrebbe fare di più.
(Il giudice resta in silenzio, accenna ad allargare le braccia come a dire «non mi compete». Preferisce non commentare)

 

Lei ha sottolineato anche la frequenza dell’uccisione di neonati da parte dei genitori, una pratica che ha definito oltre tutto «incomprensibile» alla luce della legge che consente di partorire in ospedale in totale anonimato e di non riconoscere il figlio. È solo un problema di scarsa informazione?
Soprattutto, però non soltanto. È indubbio infatti che moltissime donne non sanno della possibilità che la legge italiana offre loro. Penso che si potrebbe e si dovrebbe fare di più, in termini di pubblicità. Ma devo aggiungere che anche quando le persone sono informate, tendono a non crederci. C’è tanta diffidenza. È un segnale grave di scarsa fiducia del cittadino nei confronti dello Stato.

 

Ricapitoliamo: aumentano i divorzi e le cause civili, abbiamo un numero di avvocati che lei ha definito «esorbitante»…
Non io, è proprio così. Soprattutto per quanto riguarda gli avvocati abilitati a patrocinare in Cassazione. Non è una mia opinione. Lo dicono gli stessi avvocati.

 

Questo è uno degli elementi indicativi di un quadro di conflitto generale che lei ha riassunto nella definizione «esasperato egoismo individuale». Siamo in effetti il popolo più litigioso d’Europa.
Esatto. Leggevo giusto ieri che è così anche per quanto riguarda la circolazione stradale.

 

Quanto incide su questa mancanza di serenità da parte del cittadino la precarietà dei rapporti economici, in particolare di quelli di lavoro?
Moltissimo. Il contenzioso in materia di lavoro è prevalente. E non potrebbe essere altrimenti, in un contesto in cui troppo spesso si tende a eludere le norme vigenti, non solo quelle che regolano l’assunzione dei lavoratori ma anche quelle in materia di infortuni. Sul versante della sicurezza sul lavoro, inoltre, bisogna pur dire che abbiamo una legislazione vecchia. Per esempio: la scelta delle attrezzature, degli strumenti e delle dotazioni atte a prevenire gli infortuni continua a essere rimessa al singolo imprenditore anziché allo Stato, come a mio parere dovrebbe essere. Non solo, ma le misure di prevenzione dovrebbero adeguarsi allo sviluppo tecnologico. Anche perché modalità non appropriate nello svolgimento di determinate attività lavorative possono provocare l’insorgere di malattie per i lavoratori stessi e per altri cittadini, nonché fenomeni d’inquinamento ambientale. Tutto ciò si ripercuote, naturalmente, anche sul numero dei procedimenti giudiziari e quindi sul complessivo andamento dell’amministrazione della giustizia.

 

Lei non è stato tenero nemmeno con certi suoi colleghi malati di protagonismo, né con la tendenza al corporativismo di parte della magistratura. Che riscontri ha avuto nell’ambiente?
Buoni, direi. Moltissimi colleghi non gradiscono l’eccessiva esposizione, sono convinti che così si scredita la magistratura e pensano che l’esercizio del silenzio sia doveroso e necessario. Soprattutto a indagini in corso. Quanto al Csm mi piacerebbe, come del resto ha affermato lo stesso vicepresidente Rognoni, che fosse meno sensibile alle pressioni correntizie, le quali danneggiano fortemente l’immagine e il prestigio della magistratura. Bisogna rompere il legame troppo stretto con le singole correnti.