Trattato UE: 2 ottobre Irlanda di nuovo al voto

Parlamento europeo

L’Irlanda salverà l’Europa
dai mandarini di Bruxelles (ancora una volta)

Fra pochi giorni, l’Irlanda terrà il destino dell’Europa nelle proprie mani, almeno per un momento. Il prossimo 2 ottobre, infatti, gli irlandesi saranno di nuovo chiamati a votare sul Trattato di Lisbona, 15 mesi dopo la sonora vittoria del NO allo stesso Trattato, che non è stato mutato di una virgola. Il Wall Street Journal ha intervistato Declan Ganley, uno dei fautori della campagna del No dello scorso referendum, tornato nuovamente in azione per difendere un’Europa incentrata, non sulle elite dei burocrati, ma su ‘Noi cittadini’…
Fra tre settimane, l’Irlanda terrà il destino dell’Europa nelle proprie mani, almeno per un momento. Grazie ad un cavillo della procedura costituzionale irlandese, il prossimo 2 ottobre la Repubblica di Irlanda sarà l’unica nazione dell’Unione Europea a tenere un referendum sul trattato per rinnovare il funzionamento dell’UE,  che oggi riunisce mezzo miliardo di persone. Il Trattato di Lisbona, dunque, resisterà o cadrà in base ai voti di circa un milione e mezzo di uomini e donne irlandesi.
Dal punto di vista di Bruxelles, tutto questo è assolutamente ingiusto – una mancanza di democrazia mascherata da democrazia. Gli irlandesi hanno già ostacolato gli inquilini dello European Quarter di Bruxelles in altre occasioni, la più recente delle quali risale al voto contro il Trattato di Lisbona dello scorso anno.
Facendo un salto indietro a quell’occasione, l’establishment di Bruxelles ha dato la colpa di quella sconfitta soprattutto ad un uomo. Il suo nome è Declan Ganley. Si tratta di uno dei fautori della campagna del No dello scorso referendum, che è già pronto a tornare nuovamente in azione. Mi sono seduto a un tavolo con lui, per cercare di capire quali sono i motivi per cui sta lottando affinché l’Irlanda voti nuovamente No per Lisbona – e costringa così l’UE, almeno nelle sue speranze, a intraprendere un percorso differente.
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Ho fatto presente a Ganley, un irlandese di 42 anni calvo e impeccabilmente vestito, che agli occhi di Bruxelles questo referendum risulta profondamente ingiusto. Perché mai un milione e mezzo di irlandesi dovrebbe avere l’opportunità di far indietreggiare i progressi ottenuti da 500 milioni di cittadini d’Europa?
La sua risposta è stata molto decisa: “Io la vedo in maniera molto diversa. E’ assolutamente poco democratico cercare di calpestare la democrazia… Gli irlandesi hanno avuto la possibilità di votare sul Trattato di Lisbona. E hanno votato no. E si tratta di un voto che è stato espresso da una percentuale dell’elettorato più alta di quella che ha votato per Barack Obama negli Stati Uniti d’America. Eppure nessuno sta pensando che il presidente americano dovrebbe partecipare ad una nuova elezione il prossimo mese. Ma – voilà! – 15 mesi dopo il primo voto, ci viene richiesto di votare nuovamente sullo stesso identico trattato”. E Ganley, a tal proposito sottolinea con enfasi, battendo il pugno sul tavolo: “Non è cambiata neanche una sola virgola in quel documento”.
Ma l’insulto alla democrazia, nella sua ottica, è ben più grave della semplice richiesta agli irlandesi di votare due volte – era già successo lo stesso all’Irlanda con il Trattato di Nizza nel 2002. In questo caso, non vengono calpestate solamente le prerogative democratiche degli irlandesi, ma anche quelle dei francesi e dei tedeschi, tra gli altri.
Nel 2005, sia la Francia che i Paesi Bassi hanno respinto la Costituzione dell’UE proposta nei referendum. Lisbona, secondo l’opinione di Ganley, “è lo stesso trattato”. Qual è la prova di un’affermazione del genere? “Bene, innanzitutto lo hanno sostenuto gli stessi autori della bozza della Costituzione Europea. Come, ad esempio [l’ex presidente francese Valery] Giscard d’Estaing, che l’ha definita il medesimo documento in un involucro differente. E di certo sapeva bene di cosa stesse parlando, avendo presieduto il comitato che ha progettato la Costituzione”.  E c’è dell’altro. “Giscard d’Estaing ha anche dichiarato riguardo al Trattato di Lisbona che l’opinione pubblica sarebbe stata indotta, senza saperlo, ad adottare politiche che non avremmo mai avuto il coraggio di presentare direttamente. Tutte le proposte avanzate inizialmente per la nuova Costituzione si sarebbero ritrovate nel nuovo testo, il Trattato di Lisbona, ma sarebbero state nascoste o camuffate in qualche modo. Questo è quello che ha detto. Ed ha assolutamente ragione. Non c’è nessuna legge che può essere adottata sotto la Costituzione che non possa essere adottata sotto il Trattato di Lisbona. Nessuna”.
Così nel tentativo di spingere il Trattato di Lisbona, l’Unione Europea sta anche cancellando la scelta democratica dell’elettorato francese e tedesco. “Milioni di persone in Francia, che costituiscono la maggioranza, hanno votato No a questa Costituzione Europea. Nei Paesi Bassi, altri milioni di persone hanno fatto la stessa identica cosa. Quando è stata posta la medesima domanda agli irlandesi, anche loro hanno votato No. Tutte e tre le volte in cui è stata proposta all’elettorato, la gente ha sempre espresso parere contrario”. Lungi dall’opporsi alla volontà delle centinaia di milioni di membri dell’Unione Europea, allora, dal punto di vista di Ganley l’Irlanda ha il dovere nei loro confronti di difendere i risultati di quelle prime votazioni. Approvare il trattato sarebbe un tradimento nei confronti di coloro che hanno votato in Francia e nei Pesi Bassi – per non parlare di tutti gli altri milioni di cittadini a cui non è stata offerta l’opportunità di votare sulla Costituzione o su Lisbona.
Ganley mantiene un tono di voce basso e pacato, anche quando, come in questa occasione, scivola nell’atteggiamento retorico di chi vuol lanciare una bomba. “Perché”, si chiede, “sebbene sia francesi che tedeschi e irlandesi abbiano votato No, noi siamo ancora costretti a mandare giù la stessa formula?  Non è necessario grattarsi la testa interrogandosi riguardo alla democrazia, in modo filosofico e vago, chiedendosi se ci sia qualche oscura minaccia che incombe”. E poi aggiunge, senza alzare il tono della voce, “questa è una chiara manifestazione di disprezzo della democrazia. E’ un vero atto di odio contro la democrazia… Si tratta di una presa di potere tanto ardita che è letteralmente quasi inverosimile”.
La natura di questa presa di potere a cui Ganley si riferisce merita alcune considerazioni. Cosa c’è, esattamente, di sbagliato nel Trattato di Lisbona così com’è? “Il trattato è il prodotto di un insieme di principi e di un modo di governare l’Unione Europea che mostra chiaramente la mancanza di volontà o di propositi a favore della democrazia”, sostiene Ganley. “Potreste sentirne parlare tranquillamente a tavola, a cena in alcuni quartieri di Bruxelles o altrove, dove si afferma che stiamo entrando in un’era post-democratica, che la democrazia non è il meccanismo o lo strumento perfetto con cui affrontare le sfide della globalità, in questo quello e quell’altro ancora. Questa idea di entrare in una qualche forma di post-democrazia è molto pericolosa. E’un atto imprudente. E ingenuo”.
Il Trattato di Lisbona, così come avrebbe fatto anche la Costituzione UE, mette in pratica questa idea di post-democrazia in diversi modi concreti. Il più impressionante è l’articolo 48, universalmente noto con il soprannome francese di “clausola passerella”. Quello che stabilisce è che “anche solo attraverso accordi intergovernativi, senza la necessità di richiedere il parere dei cittadini e in qualunque momento, è possibile apportare qualsiasi cambiamento al documento costituzionale, aggiungendo qualsiasi nuovo potere, senza bisogno di consultare l’elettorato”, spiega Ganley. “Una volta approvata tale clausola, pensate forse che abbiano intenzione di richiedere nuovamente il parere ad un qualche elettorato? Ovviamente no”. Se gli irlandesi votassero sì, in altre parole, il 2 ottobre rappresenterebbe l’ultima data in cui Bruxelles si sia preoccupata di dare voce agli elettori sulle scelte e sul modo in cui l’Unione Europea agisce. L’Irlanda, in effetti, avrebbe dato via l’ultima traccia di democrazia diretta europea non solo per se stessa, ma per il continente intero.
 La clausola passerella non è la sola prova che nel trattato prevale una mentalità post-democratica. “Un altro elemento da evidenziare”, continua Ganley, “è il modo in cui si sceglie il proprio presidente – il presidente del Consiglio Europeo, che generalmente viene considerato il presidente dell’Unione Europea”. Questo presidente UE, sottolinea Ganley, “rappresenterà la comunità europea sullo scenario mondiale. E sarebbe quindi una delle due persone che Henry Kissinger dovrebbe chiamare, in risposta alla sua famosa domanda,  – quando voglio parlare all’Europa, chi devo chiamare? – Adesso Kissinger avrà un numero di telefono a cui rivolgersi, una voce che parla in nome dell’Europa, perché quella voce rappresenterà mezzo miliardo di cittadini, legalmente”.
 L’altra persona che dovrebbe parlare per l’Europa è colui che, in maniera altisonante, viene chiamato Alto Rappresentante per gli Affari Esteri e della Sicurezza, che in effetti altri non è che il ministro degli esteri dell’Unione Europea. Ganley, stando a quello che dichiara, è “tranquillo nei suoi confronti”. Ma c’è da aggiungere qualcosa: “Presumibilmente parleranno a nome mio, a ragione, perché io sono un cittadino”, spiega. “Ma io non ho dato il mio voto né a favore né contro queste persone. E allora, visto che non sono stato io, come cittadino, né tu a sceglierli, chi ha deciso che avessero questo mandato? Ah sì, in realtà qualcuno che è lontano da me non so neanche quanto, seleziona le persone all’interno della propria cerchia. E queste non devono mai competere con qualcun altro o affrontare un dibattito. In questo modo a me non viene data alcuna opzione, non posso scegliere se preferisco Tom, Joe o Anne. Mi vengo semplicemente a trovare di fronte al mio presidente.  Posso camminare all’indietro per uscire dalla stanza adesso?”. Effettivamente, se l’Irlanda voterà sì ogni futura espansione dei poteri dell’UE non dovrà più essere sottoposta al parere di alcun elettorato, e in base a ciò gli europei non avranno mai l’opportunità di eleggere i loro più alti rappresentanti.
E’ facile comprendere perché Ganley non goda di grande popolarità a Bruxelles. Eppure dichiara: “Io sono un convinto europeista. Non sono assolutamente un euro-scettico, sotto nessun aspetto. Sono convinto che l’obiettivo più sensato a cui puntare per il futuro sia quello di un’Europa unita”. Il fatto è che Ganley teme che l’Europa, così come è costituita oggi, si stia preparando ad un’inevitabile caduta. “Sono assolutamente sicuro di una cosa”, continua l’irlandese. “Ovvero del fatto che, se l’Europa non viene costruita su solide fondamenta di democrazia, affidabilità e trasparenza di governo, allora certamente crollerà. E si tratta di un progetto dal valore troppo alto, che è costato troppo in termini di sangue e risorse, per permettere che questo possa accadere, creandone le condizioni”.
L’intera dinamica politica nell’Unione Europea per Ganley è antiquata. Parlare esclusivamente di euroscettici e di europeisti a dire il vero significa fare l’interesse dei mandarini a Bruxelles, dato che non permette l’esistenza di una opposizione leale o di un dissenso costruttivo. Ma è proprio quell’opposizione leale che Ganley spera di riuscire a creare. “Quello che sto continuando a ripetere, sin dall’inizio della scorsa campagna di Lisbona, manda in tilt i funzionari di Bruxelles”, ha dichiarato. “Semplicemente non riescono a seguire un processo logico. Il loro sistema non funziona. Devono farlo ripartire ogni volta perché io non rientro nella definizione di euroscettico. La loro mentalità è quella di amico-nemico”. E, puntando il dito su sé stesso: “Io sono un amico – un vero amico, perché ti sto dicendo la verità. Ti sto dicendo che hai un problema e che dobbiamo trovare il modo di risolverlo”.
E aggiunge, riferendosi all’establishment di Bruxelles: “Ho una notizia per loro. Questo piccolo cittadino europeo, insieme ad altri milioni in Francia, Paesi Bassi e Irlanda, ora ha qualcosa da dire. E a questo punto possono scegliere di continuare sulla via già intrapresa, e cadere, oppure possono decidere di ascoltare la gente, di renderla partecipe, e di fare le scelte tutti insieme.”
Al posto di un trattato così lungo, quasi illeggibile, che rimarrà a prendere polvere nel palazzo di Berlaymont a Bruxelles, quartier generale della Commissione, a Ganley piacerebbe vedere un documento di 25 pagine, che si presti alla lettura e che preveda l’elezione diretta del presidente UE, oltre ad una maggiore trasparenza nel processo decisionale e ad una voce più forte per i cittadini dell’Europa. “Dobbiamo chiedere di più ai cittadini,” sostiene Ganley. Ma allo stesso modo “dobbiamo dargli fiducia. Si parla di deficit democratico. La mancanza di fiducia è una delle maggiori lacune in Europa proprio in questo momento. E la più grande perdita di fiducia si è registrata tra coloro che governano e la gente, e non il contrario. Come diceva Bertold Bretch? ‘Che la gente aveva perso la fiducia del proprio governo’? Questa è una mentalità identica”.
Inoltre, nonostante tutte queste discussioni sulla democrazia e sui più alti principi, gli abitanti dell’Irlanda hanno anche i loro problemi interni da considerare. Ci sono stati molti dibattiti riguardo al fatto che il voto per il No potrebbe in qualche modo danneggiare l’economia del paese. E diverse grandi multinazionali in Irlanda hanno esortato gli irlandesi a ratificare il trattato e a lasciare che vada avanti. Forse Ganley sta mettendo a rischio il proprio paese, spingendo perché prevalga il voto per il No?
 Lo stesso Ganley rifiuta questa ipotesi con enfasi. “Le uniche persone a rischio nel Trattato di Lisbona sono quelle delle elite a Bruxelles”, sottolinea. “Qualcuno l’ultima volta ha sostenuto che l’Irlanda sarebbe diventata lo zimbello dell’Europa se avessimo votato No. Ebbene, noi abbiamo votato No, e a dire il vero sono state proprio quelle elite di Bruxelles a diventare uno zimbello in Europa. Questo è quello che ho potuto vedere nelle settimane successive al voto” . E va avanti: “Le uniche persone che rischiamo di infastidire sono un gruppetto di burocrati non eletti, che costituiscono quella che io definisco la tirannia della mediocrità che sperimentiamo oggi in Europa”. Ed inoltre, sempre nella sua opinione, “gli irlandesi nel corso della storia non hanno mai avuto paura di porre domande scomode e di lottare per la libertà e per la giustizia, contro avversari ben più potenti. In effetti, sembra che noi proviamo piacere nel ribellarci”.
Tuttavia, era di certo più semplice provare quel piacere quando l’Irlanda viveva un boom economico di proporzioni storiche. Cosa decideranno questa volta gli irlandesi, forse riterranno più sicuro mantenere la testa bassa e allinearsi al programma? Dal punto di vista di Ganley questo rappresenterebbe un auto-sconfitta nella maniera più assoluta. Se l’Irlanda votasse Sì, è convinto che “non avremmo niente in cambio, tranne che qualche pacca sulla spalla da parte dei mandarini, sentendoci dire che siamo dei bravi cittadini europei. Ma significherebbe davvero agire da bravi Europei se votassimo Sì?”. Ganley pensa di no. “Se questa domanda fosse posta ai cittadini dell’Europa, chiedendo se davvero vogliono questa costituzione, sappiamo quasi per certo che voterebbero in massa per il No”. Ed ancora: “E’ come se ci stessero letteralmente trattando come ostaggi, con la pistola puntata alla testa, dicendoci che se non firmiamo questo documento, ci accadrà qualcosa di spiacevole. Ma quello che ci stanno chiedendo di fare è di svendere il resto dei cittadini d’Europa”.
E l’intero progetto europeo – che Ganley sostiene – “deve essere incentrato su ‘Noi cittadini’ sottolinea l’irlandese. “Deve partire dal basso. E l’Unione Europea in questo momento è esattamente il contrario, parte dall’alto verso il basso. Non gode, infatti, del sostegno in massa dei suoi cittadini. Non c’è la loro partecipazione. Addirittura non sanno neanche cosa sta succedendo. E l’UE non fa che condurre i suoi affari letteralmente a porte chiuse. Tutto ciò deve finire, e deve finire adesso”. Se Ganley ha ragione, finirà fra tre settimane, in un piccolo paese chiamato Irlanda, nella periferia occidentale dell’Europa.

di Brian M. Carney
The Wall Street Journal
Traduzione Benedetta Mangano
L’Occidentale 19 Settembre 2009