Trapianti: il Papa ricorda le condizioni

Dal mondo

Dubbi sui trapianti, il Papa chiede regole certe

Nel ricevere in Vaticano i partecipanti al Congresso internazionale promosso dalla Pontificia Accademia per la Vita, parlando dei trapianti, Benedetto XVI ha piazzato dei paletti per segnare confini che in linea teorica erano fissati anche prima, ma su cui forse la si era fatta troppo facile. Due le condizioni: certezza della morte e decisione libera di chi voglia dare il suo corpo al prossimo.

 

Le biografie di Papa Ratzinger assicurano che egli si sia iscritto, da vescovo, a un’associazione di donatori d’organi. Questo per dire che non è un uomo prevenuto in materia. I trapianti dunque sono per lui leciti, su questo non ci sono dubbi: la Chiesa approva. Sempre e comunque? Alt.
Ieri Benedetto XVI ha piazzato dei paletti per segnare confini che in linea teorica erano fissati anche prima, ma su cui forse la si era fatta troppo facile. Due le condizioni: certezza della morte e decisione libera di chi voglia dare il suo corpo al prossimo.
1) Per poter trapiantare un organo bisogna che il donatore sia morto. Questo è il minimo. Sarà banale, ma il Papa lo ha detto. E se un Papa esprime una simile preoccupazione è perché ha notizie poco rassicuranti. «La scienza, in questi anni, ha compiuto ulteriori progressi nell’accertare la morte del paziente», ha spiegato. Però poi ha frenato: «In un ambito come questo, non può esserci il minimo sospetto di arbitrio. E dove la certezza ancora non fosse raggiunta deve prevalere il principio di precauzione».
Il criterio dei medici
Pare infatti che di precauzioni ce ne siano pochine. Si predispongono espianti talvolta considerando il moribondo come se fosse già morto. Com’è noto, per giustificare il prelevamento del cuore mentre batte ancora, ci si appella alla “morte cerebrale”. Ammesso e non concesso che sia un concetto davvero a prova di qualsiasi obiezione (io non ne sono convinto: la morte non dovrebbe aver bisogno di un aggettivo qualificativo per essere tale), pare che oggi la si stabilisca in modo allegro, anche se l’allegria è un sentimento poco consono alla sala operatoria.
Il mese scorso, ho firmato su proposta dell’onorevole Paola Binetti (che è un medico e conosce la pratica) un atto parlamentare che cerca di porre freno alla faciloneria. Questa morte cerebrale sia almeno stabilita da tecnici qualificati, che ci mettano la faccia e la coscienza, e non dal primo che passa siccome bisogna fare in fretta altrimenti “si perde un cuore”.
Ratzinger insomma prima dichiara fiducia nella scienza, se no lo fulminano. E subito dopo insinua il dubbio in questi progressi. A che allude? Ovvio. Questa faccenda della “morte cerebrale” non è chiara. Ci sono medici i quali sostengono che è valevole come criterio assoluto. Altri – una minoranza – no.
Il principio di precauzione comporta che si deve dare ragione anche a questa pattuglia, fino a che non sia eliminato ogni ragionevole dubbio. Se sbagliamo, monsignor Rino Fisichella, che è l’arcivescovo amico di Oriana Fallaci oggi a capo della Pontificia Accademia della vita, ci corregga. Del resto già lo scorso settembre, sull’Osservatore Romano, era intervenuta ponendo analogo dubbio Lucetta Scaraffia. Subito il senatore Ignazio Marino, anche lui del Pd e anche lui medico, aveva accusato il Vaticano di aver provocato irresponsabilmente una riduzione di donatori, convincendo alcuni genitori a negare il cuore battente dei propri figli.
Un problema di morale
Che si fa, allora? In caso di dubbio è bene sacrificare la vita di un moribondo senza speranze pur di dare qualche anno di vita in più a un altro moribondo? Dove sta la morale?
Pare anche che per un trapianto ottimale si debba preparare il corpo del morituro curando una certa parte dell’organismo e trascurando le altre che non servono. In tal modo si commette un furto, si ruba la morte (settimo comandamento), che in fondo per noi vivi è sempre un momento importante. A questa mia obiezione un importante chirurgo ha risposto: «Non è più così, non ci sono più organi che non servono. Ormai l’uomo è come il maiale, non si butta via niente».
2) Il Papa pone un’altra condizione. Dice: «Il consenso informato è condizione previa di libertà». È molto importante questo. La cultura prevalente è lassista su tutto, in fatto di doveri. Meno uno: i trapianti sarebbero moralmente obbligatori. Lì, guai a volersi tenere i propri organi. Se c’è bisogno di un cuore, e a te non servirà più, si può negarlo a qualcuno che ne ha bisogno?
La legge prevede che si possa dire di sì o di no. Il Papa preferirebbe che si dicesse di sì, lui ha detto di sì. Ma non pone un obbligo morale di donazione: l’unico obbligo è di rispettare la libertà della persona.
Terrorismo della fine
Se la morale prevedesse il dovere inderogabile di trapianto sarebbe pericoloso. Ognuno di noi, quando sta male o subisce un incidente diventerebbe il terminale di una pretesa. Uno sarebbe giudicato nel momento della morte perché lui o i suoi cari non danno un pezzo di ricambio. Invece nessuno può essere obbligato a un atto di generosità. Guai se la società lo ordinasse. Sarebbe l’inizio di un terrorismo della morte.
La Chiesa ha cambiato idea? No di certo. Non ne ha il potere. Diciamo che si era fidata della scienza, e oggi la scienza non è più unanime. Il Papa del resto insiste anche su altri punti: dice di no agli abusi su bambini, e questo è ovvio. Ma si esprime anche con la solita forza contro le manipolazioni degli embrioni: sono esseri umani, tu che leggi eri un embrione di nome Piero o Giovanna o Luana. Non è solo la Chiesa a sostenerlo, ma buona parte degli scienziati. E proprio il principio di precauzione che il buon senso e la Chiesa cercano di far valere inascoltati nel campo della vita nascente, oggi il Papa chiede sia applicato per gli espianti e i trapianti.
di Renato Farina
LIBERO 08/11/08