Toglietele l’alimentazione ma lasciatele il rossetto…

Vita: politiche di bioetica

«I pazienti in stato vegetativo? Sono vivi. E vanno curati»

Parla il geriatra Giovanni Guizzetti: «I giudici hanno trasformato Eluana in una malata terminale»…

 

«Provo un sentimento di angoscia e, come medico, credo che questa sentenza svaluti completamente il senso della attività mia e della mia équipe». Giovanni Battista Guizzetti, geriatra, da 12 anni è responsabile del reparto Stati vegetativi al Centro Don Orione di Bergamo: «Credo che sia difficile immaginare un atto più crudele nei confronti di un essere umano innocente». La sentenza della Corte d’Appello di Milano autorizza a sospendere alimentazione e idratazione a Eluana Englaro. Evidentemente ritiene, come voleva la Cassazione, che lo stato di incoscienza sia irreversibile. È possibile stabilire questo parametro?
Lo stato vegetativo è una condizione difficile da definire e diagnosticare. Uno studio britannico (pubblicato sul British Medical Journal) indicava nel 43% la quota di diagnosi errate, perché la condizione di stato vegetativo può essere stabilita solo con osservazioni ripetute, non attraverso esami strumentali. E la task force di esperti che nel 1994 ha definito (sul New England Journal of Medicine) gli aspetti medici dello stato vegetativo ha puntualizzato che la diagnosi di permanenza non ha valore di certezza, ma è solo di tipo probabilistico. In altri termini, nessun medico potrebbe dire una parola definitiva sulla prognosi di un paziente in stato vegetativo, anche se è vero che dopo un anno dall’evento iniziale le probabilità di una ripresa si riducono progressivamente. Esistono però casi riportati di tanto in tanto di persone che si sono riprese dopo decenni.
Si fa spesso riferimento allo stato di coscienza. Come si può determinare se e cosa sentono le persone in stato vegetativo?
È praticamente impossibile saperlo. Lo scorso anno lo psichiatra Owen, di Cambridge, ha pubblicato su Nature i risultati di uno studio con la risonanza magnetica funzionale, che indicava come una donna in stato vegetativo, cui veniva chiesto di muoversi per casa sua, pur senza dare segni esteriori di capire, in realtà aveva in alcune aree corticali le stesse reazioni di un soggetto sano. Del resto anch’io ho assistito a casi di ripresa della coscienza anche a distanza di anni.
Che assistenza date ai vostri pazienti?
Non hanno bisogno di alte tecnologie, ma vengono seguiti con amore da tutta l’équipe, in particolare dagli infermieri, che li lavano, li muovono, li nutrono, li profumano, li accudiscono: portano anche le mollette per fare la permanente. Anche i parenti, che sono sottoposti a stress fortissimi, si accorgono che negli anni il nostro impegno di cura verso i loro cari non viene mai meno. Credo che tra gli scopi di un intervento medico non ci sia solo la guarigione, ma anche il mantenere in vita ed evitare peggioramenti. Comunque esploriamo la possibilità di togliere la cannula tracheale, curiamo i decubiti, studiamo terapie innovative. La nostra è una riabilitazione estensiva: si punta a migliorare il confort di una persona indipendentemente dal suo deficit e mantenerlo nel tempo.
Fondamento della sentenza c’è il ritenere l’alimentazione artificiale un atto medico che si può rifiutare. Cosa ne pensa?
Che si tratta di un artificio, non è un trattamento che possa essere sospeso per nessun paziente. Anzi, è evidente che proprio la migliore assistenza possibile (che comprende l’alimentazione) è condizione necessaria, anche se non sufficiente, per lavorare a un recupero della coscienza.
I giudici forniscono anche indicazioni pratiche: togliere il sondino nasogastrico in un hospice, somministrare sedativi, idratare le mucose e prevenire «l’eventuale disagio da carenza di liquidi», curare l’igiene e l’abbigliamento. Che cosa vogliono dire?
La morte per disidratazione è dolorosa. Quindi si pensa di dare morfina. E il riferimento all’hospice è indicativo: non è una paziente terminale, viene obbligata a diventarlo. Ma se lavorassi in un hospice, mi ribellerei dicendo: qui non ammazziamo la gente. Non si può chiedere questo a un medico, e poi dire che la paziente può avere il rossetto. Quanto al sondino nasogastrico, mi meraviglio che dopo tanti anni non le sia stata praticata la Peg, intervento minimamente invasivo ma che evita inutili sofferenze.
I medici quindi potrebbero ricorrere all’obiezione di coscienza?
Direi di sì perché si tratta di un’azione malvagia: non riesco a definire diversamente l’uccisione di un essere umano innocente.

di Enrico Negrotti
Avvenire 10 luglio 2008