Togliatti stalinista

Socialismo

Togliatti, democrazia o rivolta?


A 40 anni dalla morte, lo storico Victor Zaslavsky rilegge le scelte del leader del Pci: fu uno “stalinista moderato”. “Niente lo lega alla visione di De Gasperi. Non scordiamo che chiese all’Urss di intervenire in Ungheria nel 1956”

“Dire che Togliatti condivideva con De Gasperi un’analoga visione di società è fare un insulto a De Gasperi”. Lo storico Victor Zaslavsky non ha esitazioni nel tracciare le debite differenze, ribadite anche nel suo ultimo libro, Lo stalinismo e la sinistra italiana. Dal mito dell’Urss alla fine del comunismo. 1945-1991 (Mondadori), tra lo statista trentino e Togliatti, del quale in questi giorni cade il quarantesimo anniversario della morte: “Fu un antifascista ardente, come tutti i comunisti, e se appoggiò la democratizzazione dell’Italia fu perché l’indentificava con la caduta del sistema fascista. Al contrario, non condivise mai ciò che definiva “democrazia borghese” o “procedurale”. Togliatti per democrazia intendeva altro, intendeva l’Urss: per questo cercò nuove formule, come “democrazia progressiva””.
Eppure nel 1945 bloccò le iniziative dell’ala insurrezionalista del Pci, capeggiata da Pietro Secchia.
“Sarebbe più corretto affermare che Togliatti guidava l’altra ala del partito, quella moderata. A decidere quale dovesse prevalere fu Stalin, che sempre si riservò la decisione finale. Tanto che all’inizio del 1948 nominò Secchia vicesegretario del Pci, inaugurando un carica fino ad allora inedita”.
Nemmeno l’accettazione della sconfitta elettorale, il 18 aprile 1948, può testimoniare un inserimento nelle regole della democrazia “borghese”?
“Dobbiamo ricordare che il 23 marzo di quell’anno, meno di un mese prima delle votazioni, Togliatti chiese all’ambasciata sovietica istruzioni sul da farsi in caso di vittoria della Democrazia cristiana. Si teneva aperta la via insurrezionalista, sebbene propendesse per evitarla. Anche perché conosceva il realismo di Stalin, che considerava l’Italia fuori dalla zona di dominio sovietica. Il 26 marzo, comunque, venne il no di Molotov”.
A che cosa mirava, allora, l’azione politica di Togliatti?
“L’obiettivo finale era il socialismo secondo il modello sovietico di Stalin. Dopo la morte de l dittatore tentò di elaborare altre proposte, ma sempre nell’alveo marxista. Anche la tanto citata “Terza via” non era affatto un’alternativa tra capitalismo e comunismo: i termini estremi, tra cui mediare, erano la socialdemocrazia e l’esperienza sovietica. La “Terza via” non elaborò mai modelli di mediazione verso il capitalismo, neppure con Berlinguer”.
Come si potrebbe sintetizzare la sua posizione?
 “Fu sempre uno stalinista moderato. Finché fu vivo Stalin, l’accento va messo sul “moderato”, tanto che a volte arrivò a mettersi in contrasto con il Pcus – senza tuttavia giungere mai a gesti di insubordinazione. Dopo la morte di Stalin, al contrario, io sottolineo lo “stalinista”: era molto più vicino a Molotov che a Chrušcëv. Non approvò mai l’operato del nuovo segretario sovietico, e il suo era un dissenso di peso: Togliatti contava molto, all’interno del movimento comunista internazionale”.
Ebbe un ruolo attivo anche in occasione della repressione sovietica della rivolta ungherese, il 4 novembre 1956?
 “Non soltanto Togliatti l’appoggiò, ma anzi sollecitò l’intervento dell’Armata rossa. Già Ingrao testimonia che Togliatti brindò all’ingresso dei carri armati sovietici a Budapest; da un paio d’anni, poi, è emersa una sua lettera di eccezionale portata, recapitata il 30 ottobre al Politburo moscovita allora in seduta permanente. Quello stesso giorno molti dirigenti sovietici, come l’eroe della Seconda guerra mondiale, il maresciallo Zhukov, ma anche stalinisti di ferro come Molotov, premevano per il richiamo delle truppe dall’Ungheria”.
Cosa portò a una così repentina inversione di rotta?
“Due eventi contemporanei. Da un lato, in quel momento inglesi e francesi bombardavano il canale di Suez nazionalizzato da Nasser, privando in tal modo l’Occidente della forza e, soprattutto, dell’autorità morale per intervenire in difesa degli insorti ungheresi. Dall’altro, proprio la lettera di Togliatti. Il comunista italiano definiva q uella ungherese una controrivoluzione borghese, e informava i suoi interlocutori sovietici che era concreto il rischio di una scissione all’interno del Pci se non si fosse intervenuti per reprimere la rivolta. Si faceva addirittura il nome di un possibile sostituto di Togliatti, Giuseppe Di Vittorio. Questi due fattori insieme contribuirono in maniera decisiva alla scelta finale del Politburo”.
I dirigenti dei partiti “fratelli” avevano così tanta voce in capitolo nelle decisioni di Mosca?
“Questo non fu l’unico caso in cui il Pcus subì un influsso esterno. Non è vero che le direttive erano sempre a senso unico e che il Cremlino era una cittadella isolata: le reazioni dei partiti comunisti occidentali avevano molto peso, soprattutto se si trattava di partiti forti. E il Pci era il più forte di tutti”.
Una supremazia che si concretizzava anche in ambito culturale.
“Togliatti seguì con precisione la linea indicata da Gramsci: se non si poteva avere il potere politico, occorreva ottenere almeno l’egemonia culturale. E la ottenne”.
Nemmeno negli ultimi anni ci fu un’evoluzione della sua linea politica?
“Rimase costantemente in disaccordo con Chrušcëv, e alcuni documenti lasciano pensare che approvò la sua defenestrazione. Ammesso che non sia addirittura intervenuto per fomentarla. Togliatti non tollerava l’ultimo progetto di Chrušcëv, che voleva scindere il Pcus in due. Per Togliatti si trattava di un inaccettabile sgretolamento del monopartitismo. E prima di morire, a Jalta, incontrò non Chrušcëv, ma Breznev e Suslov, i due leader della congiura antichrusceviana”.

di Edoardo Castagna – Avvenire 11 agosto 2004