Toghe rosse? No, castriste

La cappa ideologica

Stefano Zurlo
Il Giornale 15 Marzo 2005


Se qualcuno poi prende in giro Berlusconi quando parla di “toghe rosse”, deve averne di fegato. A Milano ci sono giudici addirittura castristi, che non esitano a cimentarsi nelle loro sentenze in spericolate analisi politiche ed economiche che non stanno né in cielo né in terra.

Il Tribunale di Milano doveva pronunciarsi sulla richiesta di due medici cubani che avevano chiesto asilo politico all’Italia. Se dovessero tornare a Cuba, infatti, finirebbero in carcere per avere violato due leggi del regime: sono espatriati senza chiedere il permesso al dittatore e hanno investito in immobili. Ecco cosa si legge nella sentenza della prima sezione del tribunale civile, il cui presidente è Giuseppe Tarantola, in merito alla legge cubana sull’espatrio:



“La limitazione certamente gravosa, che colpisce la categoria dei medici, non si può ritenere priva di giustificazioni e probabilmente risponde ad esigenze di tutela della collettività. Infatti è una misura evidentemente tesa ad evitare che i cittadini cubani rimangano privi di adeguata assistenza sanitaria, scoraggiando i sanitari (che hanno raggiunto la loro maturità professionale anche con gli aiuti economici della collettività) dall’intenzione di espatriare, almeno senza adeguata garanzia di rientro. Peraltro deve considerarsi che, stante la critica situazione economica del Paese, l’allontanamento di queste figure professionali, qualora l’espatrio fosse senza limiti e garanzie consentito, diventerebbe probabilmente costante, con ovvie e negative conseguenze per la salute pubblica”. “Non può dirsi limitata ingiustamente la libertà dei cittadini cubani che svolgono la professione medica, atteso che il sacrificio della possibilità di espatriare risponde al principio superiore della tutela della collettività”.



Capito? I due medici, dunque, non solo non hanno diritto a espatriare, ma sono dei privilegiati e dovrebbero solo ringraziare Fidel Castro, che li ha fatti studiare. Certo, poi li metterà in carcere, ma intanto li ha fatti studiare e ciò implica conseguentemente che siano obbligati a restare a Cuba, senza diritti civili, economici e politici, per ringraziare a vita il loro benefattore! E in più il divieto a uscire dal loro paese non è ingiusto, dicono i giudici milanesi, perché risponde agli interessi della collettività! Una domanda: quei giudici di Milano (che magari gridano al golpe a ogni affermazione del ministro Castelli) sarebbero disposti a vedere limitato il loro diritto a fare le vacanze all’estero, dato che i tribunali sono colmi di procedimenti in arretrato? In fondo è un’esigenza della collettività concludere i processi in corso e ridurre i tempi della giustizia.



Ma andiamo oltre. I giudici dicono la loro pure sul sistema economico cubano:



“Tale limitazione [all’acquisto di case] risponde comunque a scelte di politica economica del Paese che, per quanto opinabile, è comunque indirizzata a un controllo dell’economia e alla gestione delle risorse nazionali con risultati di uguaglianza di massa e non a garantire privilegi a limitate categorie di cittadini”.



Insomma, l’economia cubana genera uguaglianza di massa (nella miseria, ma pur sempre uguaglianza è) e chi tenta di elevarsi dalla miseria è un privilegiato. Complimenti. Ci risulta che a Giurisprudenza ci sia un esame di Economia politica. Com’è che questi giudici non l’hanno sostenuto?



Ed ecco le stucchevoli conclusioni:



“Sono passibili di sanzioni penali per tali comportamenti e non per altre ragioni. Né emerge che, al loro rientro nello Stato di origine, rischino sanzioni gravissime (quali la pena di morte) del tutto spropositate all’illecito commesso”.



Capito? Mica rischiano la pena di morte. Semmai il carcere. Di che si preoccupano?



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