Thomas Howard racconta l’amico C. S. Lewis

Libertà di educazione

10 Luglio 2008

 

Una luce nel buio modernista

Thomas Howard racconta l’amico C. S. Lewis, «un uomo del vecchio Occidente» che per illuminare il mondo alla deriva si mise a scrivere storie “sbagliate”

di Thomas Howard

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Esce in Italia presso Marietti Narnia e oltre, il volume che Thomas Howard, uno dei più amati scrittori cattolici americani e amico e studioso di Clive Staples Lewis, ha dedicato all’autore de Le cronache di Narnia, salutato dalla critica internazionale come uno dei contributi fondamentali per la comprensione dell’opera dello scrittore irlandese. Il volume sarà presentato al prossimo Meeting di Rimini dal traduttore e curatore Edoardo Rialti. Pubblichiamo in anteprima alcuni stralci dal capitolo introduttivo.
\"\"Di Thomas Howard
Sul principio della Seconda guerra mondiale fece la sua comparsa in America e in Inghilterra un libro bizzarro. Pareva una raccolta di lettere da parte di un vecchio diavolo a uno più giovane, che gli insegnava come trattare l’uomo assegnatogli come sua speciale responsabilità demoniaca. Il libro era bizzarro per svariati motivi. Tanto per cominciare uno non incappa tutti i giorni in lettere infernali, e tuttavia questo non era un volume sull’occulto, né sul satanismo né su qualsiasi altra sorta di arcano; inoltre era insolito che, nel mezzo degli anni più tenebrosi che l’Occidente avesse conosciuto da oltre un secolo, si focalizzasse l’attenzione della cristianità non a commentare la paura e la situazione apocalittica della politica, bensì a una ben più antica, ben più vasta, e infinitamente più allarmante situazione che la nostra razza stesse vivendo da eoni. Ed era inoltre strano che nel bel mezzo del XX secolo, in seguito a decenni di sforzi assidui da parte della Chiesa moderna in Occidente di “desupernaturalizzare” l’antica Fede sotto il fuoco di fila del romanticismo tedesco, delle critiche più raffinate, del darwinismo, del freudismo e così via – proprio quando tutto questo impegno pareva avesse tutto ridotto perlomeno al protestantesimo – ecco comparire questo libro che presupponeva, spensieratamente e pacatamente, che il Diavolo esista davvero, oh Santo Cielo.
C’era la teologia cristiana che, tirando ansiosamente per le falde della giacca il mondo occidentale\"\", ci rassicurava tutti che non si dovesse credere neppure per un momento in alcuna assurdità sui miracoli o su un Dio-fatto-carne, su parti verginali e così via, e persino meno ancora su Satana; ed ecco sopraggiungere un libro, che non era scritto da un predicatore di campagna con i calzettoni bianchi assiso su un podio, ma da un accademico di vasta cultura e luminosa intelligenza, il quale credeva ovvi simili affari scomodi. Naturalmente il libro era Le lettere di Berlicche, e l’accademico era Clive Staples Lewis.
Un modo per esprimere quello che Lewis riteneva essere il suo compito letterario sarebbe quello di dire che egli desiderava condurre i suoi lettori nei pressi di una finestra che gettasse uno sguardo fuori dalla stanza buia e soffocante della modernità, per spalancarne le imposte e indicare a noi tutti l’enorme vista che si stende oltre la stanzetta nella quale siamo rinchiusi. Egli era alla disperata ricerca di qualsiasi strumento, immagine, oggetto nella stanzetta che fosse in grado di suggerire quel che voleva comunicarci: dobbiamo andare alla finestra e guardare fuori.
Sembra strano parlare della modernità come di una stanza buia e soffocante; l’immediato presupposto comune è che nell’ultimo paio di secoli abbiamo assistito alla nostra fuga dalla stanza buia e soffocante della tradizione e che questo sia il nocciolo di tutto, visto che l’Illuminismo è senza dubbio quella luce che è stata finalmente accesa; o meglio ancora, che noi siamo finalmente usciti alla luce, la luce dell’emancipazione su tutti i fronti; siamo pervenuti al nostro autentico patrimonio di esseri umani, soli nel cosmo, autonomi, finalmente autodefiniti. Gli antichi avevano tanto penato all’ingenuo pensiero che ci fossero gli dèi e che gli uomini venissero chiamati innanzi a tale alto tribunale per rendere ragione delle proprie azioni. Pensavano ci fosse un gran movimento d’angeli e demoni su e giù per l’universo, ed esistessero candide entità celestiali da adorare, e oscure entità infernali da temere. Pensavano che Bene e Male fossero degli imponenti punti fermi, uno da perseguire e l’altro da sfuggire, e che il primo portasse alla beatitudine e l’altro alla dannazione. Eccoci adesso invece con gli strumenti per arrivare alla verità delle cose nuda e semplice: il lettino dell’analista, la provetta, il questionario, il computer; saranno questi a liberarci, laddove l’aspersorio, il turibolo, il libro del vangelo e il crocifisso hanno fallito. Naturalmente ci vorrà del tempo per fare piazza pulita, ma finalmente si comincia e presto potremo iniziare a costruire l’edificio vero e proprio, il tempio dell’Uomo. Tale suona l’adagio della mitologia contemporanea.

\"\"La sovversione comincia dal re
Lewis si è battuto per trovare il modo di parlare a un’epoca con la quale virtualmente non condivideva alcun presupposto. Si autodefiniva «un uomo del vecchio Occidente», volendo con questo significare che egli abbracciava la prospettiva generalmente impugnata dalla tradizione greco-giudaico-cristiana. Assistette con timore e persino con nausea spirituale al programma in atto nella modernità e cercò di trovare un modo per piantare nell’immaginazione moderna qualche memoria di una visione alternativa. Capì l’impresa e la intraprese con il più antico dei metodi a disposizione: cominciò a raccontare delle storie. I suoi racconti più noti sono le sue Cronache di Narnia, e dopo quelle ci sarebbe la sua fantascienza – o per meglio dire i suoi romanzi sul “Cielo Profondo”: lo spazio era una di quelle idee moderne che egli riteneva inadeguate rispetto alla realtà.
Secondo un certo approccio le storie di Lewis sono terribilmente sbagliate: sono piene zeppe di idee perniciose che andrebbero eliminate, se prestassimo attenzione alle commissioni che siedono in qualche importante ufficio governativo e ci dicono cosa possiamo fare delle nostre anime e delle anime dei nostri bambini. Per esempio, ecco un re: questo è male, perché inserirà nell’immaginario dei nostri figli un’idea incompatibile con la linea di pensiero egualitaria che cerchiamo tanto assiduamente di inculcare loro. Eccoli nei loro primi, impressionabili anni a godersi tutte quelle scene regali di Narnia. E quel che è peggio è che il re è buono; avrebbe dovuto essere cattivo, così da impersonare quello che veramente vorremmo loro suggerire – che l’autorità assoluta sia per sua natura tirannica. Ed ecco poi all’opera nei mondi di Lewis un ordine morale, stabile, sereno, assoluto, e beato, cose il cui odore non ci aggrada; preferiamo l’immagine della ricerca infinita, e dell’innovazione, e dell’auto-autenticazione, dove gli eroi cercano senza trovare, e nel cercare forgiano la loro propria morale sull’incudine della passione. Per noi l’immagine di un ordine morale prefissato pare soffocante: tiene l’umanità incatenata a una perpetua infanzia, a strisciare dinanzi a totem e tabù, sempre cercando di vivere un qualche schema coniato da una divinità maligna che non sa affatto cosa significa essere uomini. Quello che vogliamo è Prometeo: è la sconfitta degli dèi che troviamo tanto avvincente e suggestiva. Ma nel mondo di Lewis (a dire il vero in tutti i mondi e gli schemi morali fino ai giorni nostri) troviamo che l’ordine prefissato che presiede in modo così sereno e assoluto alle vite e alle azioni delle creature non solo non paralizza la loro libertà e personalità, ma è sinonimo di esse.

Libertà, l’opposto della spontaneità
Ai moderni tale idea di una moralità fissa risulta repressiva. Oggi diciamo che quel che ci serve per l’autentica libertà sono spontaneità, funzionalità e autodeterminazione. Invece Lewis ci avrebbe indicato l’immagine delle cose lodate da tutti i poeti, i profeti, i saggi e i santi, ossia che paradossalmente noi cresciamo nella nostra autentica identità e libertà imparando i passi della Danza. La Danza esiste, già coreografata, e la sua musica sta già suonando; tutte le creature stanno già danzando. La cosa grandiosa è apprendere i passi che ti sono affidati e muoverti al tuo posto. D’altro canto la Città di Dio (per il pensiero di Lewis, e quello di sant’Agostino e di san Giovanni dell’Apocalisse e di altri ancora) è una città squadrata, dalle fondamenta di diamante e dalle alte mura, i cui abitanti è nei passi della Danza che hanno appreso la beatitudine. Si chiamano santi, e la loro gioiosa visione delle cose è del tutto remota dall’immaginario contemporaneo. Le opere d’immaginazione di Lewis adombrano tale visione, perché se c’è una parola che rintocca come il suono di mille campane dalla terra di Lewis, questa parola è Gioia.