Tempi intervista il card. Angelo Bagnasco

Dal mondo

Usate l’intelligenza

«Certi ambienti laicisti sono spiazzati da un capo della Chiesa che parla della fede secondo ragione. Per questo lo aggrediscono»…

 

Se per una volta trovassero la strada della considerazione spassionata di ciò che ascoltano, se non proiettassero su ciò che ascoltano l’amor proprio e l’interesse dell’approvazione luogocomunista, perfino il Manifesto avrebbe capito tutto. Ida Dominijanni ha letto la prolusione del presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinale Angelo Bagnasco, e ne ha colto il succo: «Dallo “scontro di civiltà” a quello “fra due diverse, per molti aspetti antitetiche, visioni antropologiche”». Sintesi perfetta. Peccato che poi l’autrice glissi sull’argomento e non discuta l’osservazione del capo della Cei se non con una ritirata strategica in politica. E nell’accusa, incomprensibile, di «fondamentalismo ontologico». Ma insomma, cos’è questa benedetta ontologia? Può perfino essere che si annidi nella creazione di un fondo nazionale a favore dei lavoratori e delle famiglie. Fondo annunciato dallo stesso Bagnasco e istituito da una Chiesa cattolica essa stessa dipendente dalla generosa e libera carità della gente italiana (l’8 per mille) e non dal prelievo automatico dalla cassa dello Stato. Coincidenza vuole che sua eminenza ci riceva in una casa di ospitalità delle suore di Eugenia Ravasco, una milanese nobile e agiata del tempo di Manzoni, beatificata da Giovanni Paolo II nel 2003, orfana dei genitori, che rinunciò a un ingente patrimonio (e al matrimonio con un marchese) «per consacrarsi al Sacro Cuore di Gesù», ospitare nella sua casa l’“Associazione per il bene” e dedicare la vita alle scuole per i giovani e all’assistenza di ammalati e bambini poveri. Su cosa abbiamo discusso e ci siamo divisi a proposito di Eluana Englaro? Su cosa discute e si divide il Parlamento italiano in materia di disposizioni di fine vita? E poi c’è l’aborto che assedia i nuovi poveri. C’è l’annosa “emergenza educativa”. Insomma parliamo di tentativi di associazione per scongiurare il male e sostenere il bene. Personale e sociale. Al contrario di quanto faccia trasparire una certa rigidità di figura e di biografia (è stato ordinario militare e la sua severa e ieratica postura non lo dimentica), i modi del cardinale Bagnasco sono molto cortesi e affabili. Si capisce che siamo di fronte a un uomo che sa ascoltare e volentieri concede quaranta minuti della sua impegnativa giornata per rispondere a domande, anche impertinenti.
Eminenza, la lettera che Benedetto XVI ha scritto ai vescovi per chiarire le ragioni e i confini del suo “gesto di misericordia” nei confronti dei lefebvriani ha colpito tutti. Il Pontefice ha rilevato gli errori compiuti dalla stessa istituzione ecclesiale, ha spiegato il suo gesto e ha richiamato i cattolici, conservatori e progressisti, a non compiere lo speculare errore di considerare la Chiesa un fatto precedente o conseguente al Concilio Vaticano II. Ha sorpreso, inoltre, il modo particolarmente profetico, confidente, apostolico, con cui il Papa ha richiamato i fondamenti del primato petrino e chiesto l’unità del popolo cristiano, smettendola i cristiani di “divorarsi” a vicenda. Lei, a proposito di questa lettera, ha parlato di un “fatto storico”. Conferma?
Confermo. Ho subito ritenuto e anche detto in alcune sedi che questa lettera passerà alla storia come la cifra di un Papa e di un papato. Di un Papa che non ha niente da nascondere di proprio e quindi non ha paura di presentarsi ai suoi confratelli nell’episcopato, alla Chiesa e al mondo intero con una straordinaria, grandiosa umiltà. In questo quadro di estrema trasparenza e umiltà disarmante il Santo Padre ha dato la corretta interpretazione del suo Pontificato e del servizio petrino. Che è per confermare la fede del popolo di Dio, per custodire e promuovere l’unità della comunità cristiana. Nello stesso tempo egli mette anche in evidenza ciò che gli sta più a cuore: la conferma della fede dei fratelli, l’unità della Chiesa, il cammino ecumenico, il dialogo interreligioso. Facendo appello a tutta la cristianità perché si stringa attorno al servizio di Pietro per questi stessi scopi.
Impressiona anche la preoccupazione del Papa circa il fatto che la fede scompare «da vaste zone della terra» e «Dio sparisce dall’orizzonte degli uomini». Lo scrittore Vittorio Messori ci vede un richiamo alla priorità della fede e del Cristo storico rispetto all’istituzione ecclesiale. Cosa ne pensa?
Certamente l’ansia apostolica, l’ansia evangelica che è tipica di san Paolo – «guai a me se non predicassi il Vangelo» – è l’anima dell’istituzione. Non c’è e non ci può essere una contrapposizione ma semmai una profonda unità tra quello che è il carisma dell’annunzio evangelico e quello che è l’istituzione che questo carisma, quest’anima, informa. La passione per l’evangelizzazione è propria di Pietro e si declina in Benedetto XVI all’insegna di una particolare chiarezza di predicazione e di una particolare profondità. Profondità che non è oscurità di linguaggio perché arriva al cuore di tutti in quanto l’attuale magistero petrino usa sia della fede, che è la chiave interpretativa di accesso alla rivelazione, ma anche della ragione. Per questo la figura di questo pontefice sembra suscitare in un certo mondo laicista qualche problema in più, qualche maggiore apprensione. Sentono di aver di fronte un uomo e un Papa che si presenta alla Chiesa e al mondo con il linguaggio della fede non disgiunto dalla ragione.
Da Ratisbona all’Africa, gli appelli di Benedetto a una «laicità positiva» non sembrano essere stati raccolti. Anzi. Gli osservatori e i media internazionali, dal New York Times a Le Monde, da al Jazeera a El País, hanno moltiplicato le ingiunzioni all’“abiura” e le richieste di “scuse” da parte del Papa.
Il candore del Papa è disarmante e colpisce tutti, credenti e non credenti. È un candore che non ha paura ad entrare direttamente nei problemi – anche i più spinosi, i più delicati – di fronte ai quali il Papa sente la sua profonda responsabilità di pastore e di maestro a cui non può sottrarsi. Ripeto, capisco le apprensioni dei detrattori di un papato che entra nei problemi con quella mitezza e semplicità che certamente ha guadagnato e guadagna il cuore e l’attenzione di molti, cattolici o meno. Questo stile non aggressivo, aperto e, starei per dire, laico, suscita probabilmente l’aggressività e le reazioni bigotte di qualcuno. Come dicevo poc’anzi, Benedetto è il Papa della fede non separata dalla ragione. Il timore è che l’aggressione nei suoi confronti derivi dallo spiazzamento che produce in certi ambienti laicisti questa sollecitudine verso tutto ciò che è umano, quindi cristiano. Già, perché non si può proprio dire, come talvolta i superficiali usano dire, che il Papa fa semplicemente il suo mestiere, parla esclusivamente a chi ha la fede, non ci riguarda quel che dice perché non siamo credenti. Non si può più dire in modo così tranchant e sistematico che ogni parola che il Papa dice sia una parola che vale solamente per i fedeli. Non si può più dire perché il Papa usa una ragionevolezza di fondo che si presenta e si offre a qualunque uomo di pensiero, di intelligenza e di riflessione. In sintesi, la sua semplicità, il suo candore, la sua mitezza persuasiva suscitano qualche reazione particolarmente virulenta. Con la sua chiarezza, il Papa, ad esempio in Africa, ha messo il dito su argomenti di estrema importanza che vanno a toccare interessi economici e politici rilevanti. Per questo certi ambiti altolocati reagiscono con astio e irrisione.
Ambiti “neocolonialisti” come lei ha detto alla Cei?
È lo stesso Papa Benedetto che ha parlato di “neocolonialismi” e questa parola deve far riflettere il mondo occidentale. Mi chiedo se questo polverone creato attorno a un brevissimo passaggio sui preservativi – fatto sull’aereo che lo portava in Africa e nel contesto di una conversazione con i giornalisti, esponendo nel merito nient’altro che la posizione della Chiesa di sempre, nulla di nuovo – non puntasse a distogliere l’attenzione sugli altri temi, decisivi, che il Papa ha toccato nel suo viaggio.
Sta dicendo che l’incomprensione è voluta? Che è la ricaduta politica delle dichiarazioni del Papa a impedire una discussione schietta delle sue posizioni?
La fede ha sempre una dimensione e quindi una ricaduta pubblica, sociale, che si riflette nei diversi campi della vita, dalla politica all’economia, dalla cultura alla finanza. La dimensione comunitaria, che va oltre il privato delle singole persone, è parte costitutiva della fede. Non ha senso per la persona e non è concepibile nella storia una fede confinata nel privato.
L’interpretazione privatistica della fede e quindi una visione della Chiesa confinata nel mondo della sacrestia o dentro il recinto sacro è una concezione che, qualora vi sia, non è conforme al Vangelo né alla presenza della Chiesa nella storia. Certamente il fatto che la fede ricada sul vissuto, sia delle persone, sia delle società, dei popoli, delle culture, non dovrebbe spaventare. E non dovrebbe diventare una preclusione ascoltare il magistero della Chiesa. Non dico di accogliere tale magistero, dico semplicemente di ascoltarlo per potersi poi confrontare serenamente in modo non pretestuoso e non pregiudizialmente polemico. Restare fermi alla preclusione non è una posizione intelligente, di apertura alla realtà, comunque si configuri, che poi uno può accettare o respingere. Il primo atto dell’intelligenza è riconoscere che la realtà ci precede.
Perdoni la brutalità, ma la Chiesa dimostra di avere maggior feeling con il governo Berlusconi rispetto a quello precedente. È giusto che la Chiesa sia schierata da una parte?
La Chiesa è sempre schierata da una parte: dalla parte di Cristo e quindi dell’uomo. Perché l’uomo è amato da Dio ed è redento. La Chiesa continua la missione di Cristo e quindi è schierata dalla parte dell’uomo perché Dio si è schierato dalla nostra parte. E Cristo crocifisso è la prova storica di questo parteggiare di Dio per l’umanità, così com’è, per salvarla. Quanto a ciò a cui lei allude bisogna distinguere. La Chiesa, il Santo Padre, i vescovi ricevono chiunque si presenti nei modi dovuti alle udienze. Tanto più se queste persone rivestono cariche civili e istituzionali. Il rispetto per le istituzioni fa parte dello stare al mondo della Chiesa. Quanto al resto, invece, la Chiesa non sposa parti politiche, ma pronuncia le sue valutazioni alla luce del Vangelo, della dottrina e dell’insegnamento sociale sui singoli valori e le scelte che i parlamenti, comunque siano composti, fanno.
Faccia conto di avere davanti un lavoratore pendolare. Apro uno di quei giornali che regalano in stazione e leggo che i sondaggi danno ragione ai detrattori del Papa. Le cancellerie internazionali confermano le critiche a Benedetto («Le sue frasi sul preservativo sono pericolose per la salute pubblica»). Gli italiani non sono d’accordo con la Chiesa. Se lei fosse il pendolare che mi siede accanto, come commenterebbe queste notizie?
Suggerirei di leggere il Vangelo, dove Gesù non ha misurato la verità della sua predicazione con il consenso delle folle. Le quali a volte erano consenzienti. O mostravano di esserlo. Altre erano all’opposizione. Spesso nel rifiuto. Basta pensare al discorso sul pane della vita: chi non mangia la mia carne e non beve del mio sangue non avrà la vita eterna. Tutti se ne sono andati. E Gesù li ha lasciati andare. Nella fattispecie, se vogliamo accennare al caso che tante polemiche ha suscitato, le parole del Papa sui preservativi, mi è stato riferito di illustri studiosi e comunque operatori impegnati in prima linea nella ricerca e lotta contro l’Aids, che hanno espresso pieno accordo con le parole del Pontefice. È il caso per esempio di un autorevole ricercatore di Harvard (Edward Green, direttore dell’Aids Prevention Research Project della Harvard School of Public Health and Center for Population and Development Studies, vedi ilSussidiario.net e Il Foglio del 25 marzo, ndr). Mi pare quindi che a volte certe contestazioni sono un po’ enfatizzate. Ci sono, per carità, le critiche ci sono e sono legittime. Il problema è che spesso vengono presentate come universali quando in realtà sono unilaterali.
Anche a proposito del caso Englaro ha parlato di un “fatto storico” che contraddice secoli di civiltà. Qual è il suo bilancio di questa storia e cosa pensa della legge che si appresta a varare il Parlamento?
Innanzitutto rimane un grande dolore. Perché è successo quello che si sperava non accadesse mai nel nostro paese. Il dolore non dovrebbe passare. Non dovrebbe passare in fretta. Non dovrebbe passare mai. È una ferita che deve lasciare il segno per farci più attenti e pensosi, più lucidi e meno ideologici nell’affrontare il grande tema della vita e della morte. Le circostanze, determinate dalla Cassazione e dalla magistratura in genere, come a tutti è noto, hanno indotto ad auspicare una legge che preveda che non si possa interrompere l’idratazione e l’alimentazione in modo che non debbano più accadere tragedie come quella di Eluana. Una legge che sia veramente promotrice della vita, soprattutto della vita fragile, che solleciti la società ad accompagnare la vita ferita. Senza permettere, come il Santo Padre ha detto, che ci siano scorciatoie come quella dell’eutanasia, o di altra natura, che non portano il bene della persona. Tutta la società deve coinvolgersi in un impegno ulteriore, in un supplemento di amore, di sacrificio, di cura, di presa in carico, che costituisce il criterio per giudicare la civiltà di una comunità umana.
Non si può negare, però, che anche nella comunità ecclesiale siano emerse critiche e divisioni rispetto alla linea espressa dal Papa, dai casi Eluana e lefebvriani alle ultime polemiche sul condom.
Guardi, lo scorso settembre si è svolto il sinodo mondiale dei vescovi. È stata un’esperienza di grazia straordinaria, una specie di Concilio in miniatura. Ora, se c’è stato un ritornello tra le moltissime testimonianze ascoltate e che ha attraversato le tre intense settimane, è quello che ha invitato a riprendere la Costituzione dogmatica Dei Verbum del Concilio Vaticano II. Costituzione che ricorda che la parola di Dio è Gesù Cristo, il quale ci parla nella duplice voce della parola scritta, la Sacra Scrittura, e della parola tramandata, la Tradizione. Entrambe queste forme, scritta e tràdita, sono affidate al magistero della Chiesa. Basterebbe che la formazione dei cristiani mantenesse ben salda questa verità della fede ribadita dal Concilio Vaticano II e ripresa fortemente dal Sinodo perché certe sbavature non si ripetano.
Eminenza, a proposito di formazione, non le sembra paradossale che ci siano “scuole” laiche che seguono il magistero petrino con più attenzione di tante altre religiose? Penso all’accademia giornalistica del Foglio di Giuliano Ferrara e a quella cattolica del San Raffaele di Milano…
Senza entrare nel merito delle persone e istituzioni citate, torniamo all’eccezionalità della figura di questo Pontefice. Che mostra una grande capacità di comunicazione della dottrina che presenta ai diversi uditori come plausibile. Chiunque rifletta sul suo insegnamento, qualunque sia la posizione in cui si trova, comprende che ci può essere una consonanza anche tra persone che dichiarano di non avere una fede particolare.
Nella sua prolusione lei invita vescovi e fedeli a usare “gli strumenti”. A cosa si riferiva e qual è la preoccupazione che soggiace a questo richiamo?
Gli strumenti che il mondo cattolico ha sono notevoli e alla portata di tutti. Mi riferisco innanzitutto al patrimonio di letteratura, filosofico, teologico che è a disposizione. Ma anche agli strumenti a cui tutto il popolo di Dio può accedere tranquillamente e facilmente come il Catechismo della Chiesa Cattolica, il Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, naturalmente la Bibbia… E poi ancora, al livello più diffuso, ci sono i mezzi di comunicazione, riviste cattoliche di larga diffusione, Avvenire e l’Osservatore Romano, la tv Sat 2000, Radio inBlu… Sono strumenti molto semplici ma anche molto documentati, di facile accesso e di grande utilità.
Proprio su Avvenire si è letto un intervento del cardinale Angelo Scola: stiamo attenti, ha detto il patriarca di Venezia, da una parte a non intendere il cristianesimo come religione civile, dall’altra a non ritrarci in un irenismo che annuncia Gesù ma si ritira dalle questioni civili e culturali. Si può dire che laici, associazioni e movimenti debbano oggi assumere nuove responsabilità?
Tutta la comunità cristiana ha la responsabilità di incarnare la fede nella storia! Ben sapendo che la fede non può essere al servizio di una religione civile. L’altare non può e non deve essere al servizio di nessun trono, e viceversa, in nome del principio di lacità la cui radice è nel Vangelo: Cesare e Dio. Chi tentasse di rendere il cattolicesimo una religione civile farebbe una operazione scorretta che la Chiesa non potrebbe mai sposare. D’altra parte, testimoniando il Vangelo nella propria vita e ispirando le realtà temporali, come ricorda il Concilio Vaticano II, alla luce del Vangelo, la comunità cristiana esprime quella ricaduta della fede nella vita personale e nella vita sociale, nella cultura e nella società, che è intrinseca al Vangelo. Perché il Vangelo di Cristo è l’espressione dell’incarnazione del Figlio di Dio nel mondo, nella storia così com’è. Quindi non può non essere incarnata la fede, non può non illuminare dall’interno le realtà umane. Perché? Perché Dio si è incarnato. Perché Dio si è fatto uomo per salvare non solo tutti gli uomini, ma per salvare tutto l’uomo in tutte le sue dimensioni e in tutte le sue espressioni.
Anche Tony Blair è stato insultato semplicemente perché ha creato una fondazione che si occupa del fatto religioso e inaugurato una “colonna  della fede” sul New Statesman, storica rivista dei laburisti inglesi, dove ha scritto che così come l’ideologia è stata protagonista del secolo scorso, nel XXI saranno le religioni a fare la differenza e il bene comune.
È l’Europa che deve fare questa riscoperta riscoprendo tutto il resto del mondo! Perché fuori dall’Europa la religione non è ostracizzata. Ma è inclusa, riconosciuta, valorizzata, proprio nella costruzione della società civile e della cultura. Quanto più l’Europa pretende di cancellare Dio dal suo orizzonte, tanto più questo atteggiamento determina nel resto del mondo un clima di sospetto. E anche di deprezzamento. Questo è un fatto. D’altra parte negare il valore della dimensione religiosa nella persona, con la ricaduta che ha nella società – perché la persona non può vivere scissa tra privato e pubblico, la persona è sintesi non schizofrenia tra privato e pubblico – vuol dire andare fuori dalla realtà. Finito il tempo delle ideologie, l’Europa dovrebbe riconoscere con molta onestà intellettuale che la dimensione religiosa fa parte dell’impasto dell’uomo e quindi fa parte dell’impasto della società. Con le debite distinzioni, appunto, Cesare e Dio, ma anche senza separazioni e neutralismi…
Come dimostra il viaggio di Benedetto XVI in Africa… Ma quello che abbiamo raccontato noi qui in Europa è diverso da ciò che è accaduto davvero in Camerun e Angola tra il Papa e il popolo.
Certo. E questo succede proprio perché c’è un filtro pregiudiziale. E forse anche un filtro determinato da interessi di tipo politico ed economico. Per cui è bene oscurare certe tematiche che il Papa ha annunciato con molta forza e chiarezza nel mondo africano e che interessano il mondo occidentale proprio nel suo rapporto con l’Africa. 
di Luigi Amicone
Tempi 30 Marzo 2009