Sull’unica Chiesa di Gesù: commento e commenti

Dal mondo

IL VATICANO: «QUELLA CATTOLICA È L’UNICA CHIESA DI CRISTO»

L’unica Chiesa di Cristo, «comunità visibile e spirituale» continua e permane nella Chiesa cattolica. Le altre Chiese e comunità ecclesiali non cattoliche hanno in sé elementi «di santificazione e di verità», ma anche delle «carenze». Nuovo colpo al progressismo cattolico: il dialogo non è cancellare le differenze…

1) COMMENTO UFFICIALE ai «responsa» della Congregazione per la Dottrina della fede


2) Nuovo colpo al progressismo cattolico: il dialogo non è cancellare le differenze di ANTONIO SOCCI


3) Il Vaticano: «Quella cattolica è l’unica Chiesa di Cristo» di ANDREA TORNIELLI


4) «Nessuno schiaffo alle altre confessioni»

1)


CONGREGATIO PRO DOCTRINA FIDEI


Responsa ad quaestiones de aliquibus sententiis
ad doctrinam de Ecclesia pertinentibus

Articolo di commento ai «Responsa»
della Congregazione per la Dottrina della Fede


Le diverse questioni alle quali la Congregazione per la Dottrina della Fede intende rispondere vertono sulla visione generale della Chiesa quale emerge dai documenti di carattere dogmatico ed ecumenico del Concilio Vaticano II, il concilio “della Chiesa sulla Chiesa”, che secondo le parole di Paolo VI ha segnato una “nuova epoca per la Chiesa” in quanto ha avuto il merito di aver “meglio tratteggiato e svelato il volto genuino della Sposa di Cristo” (1). Non mancano inoltre richiami ai principali documenti dei Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II e agli interventi della Congregazione per la Dottrina della Fede, tutti ispirati ad una sempre più approfondita visione della Chiesa stessa, spesso finalizzati ad apportare chiarimenti alla notevole produzione teologica postconciliare, non sempre immune da deviazioni e inesattezze.

La stessa finalità è rispecchiata nel presente documento con il quale la Congregazione intende richiamare il significato autentico di alcuni interventi del Magistero in materia di ecclesiologia perché la sana ricerca teologica non venga intaccata da errori o da ambiguità. A questo riguardo va tenuto presente il genere letterario dei “Responsa ad quaestiones”, che di natura sua non comportano argomentazioni addotte a comprovare la dottrina esposta, ma si limitano a richiami del precedente Magistero e pertanto intendono dire una parola certa e sicura in materia.

Il primo quesito chiede se il Vaticano II abbia mutato la precedente dottrina sulla Chiesa.

L’interrogativo riguarda il significato di quel “nuovo volto” della Chiesa che, secondo le citate parole di Paolo VI, il Vaticano II ha offerto.

La risposta, fondata sull’insegnamento di Giovanni XXIII e di Paolo VI, è molto esplicita: il Vaticano II non ha inteso mutare, e di fatto non ha mutato, la precedente dottrina sulla Chiesa, ma piuttosto l’ha approfondita ed esposta in maniera più organica. In tal senso vengono riprese le parole di Paolo VI nel suo discorso di promulgazione della Costituzione dogmatica conciliare Lumen gentium, nelle quali si afferma che la dottrina tradizionale non è stata affatto mutata, ma “ciò che era semplicemente vissuto, ora è espresso; ciò che era incerto, è chiarito; ciò che era meditato, discusso, e in parte controverso, ora giunge a serena formulazione” (2).

Allo stesso modo c’è continuità tra la dottrina esposta dal Concilio e quella richiamata nei successivi interventi magisteriali che hanno ripreso e approfondito la stessa dottrina, costituendone nel contempo uno sviluppo. In questo senso, ad esempio la Dichiarazione della Congregazione per la Dottrina della Fede Dominus Iesus ha solo ripreso i testi conciliari e i documenti post-conciliari, senza aggiungere o togliere nulla.

Nonostante queste chiare attestazioni, nel periodo postconciliare la dottrina del Vaticano II è stata oggetto, e continua ad esserlo, di interpretazioni fuorvianti e in discontinuità con la dottrina cattolica tradizionale sulla natura della Chiesa: se, da una parte, si vedeva in essa una “svolta copernicana”, dall’altra, ci si è concentrati su taluni aspetti considerati quasi in contrapposizione con altri. In realtà l’intenzione profonda del Concilio Vaticano II era chiaramente di inserire e subordinare il discorso della Chiesa al discorso di Dio, proponendo una ecclesiologia nel senso propriamente teo-logico, ma la recezione del Concilio ha spesso trascurato questa caratteristica qualificante in favore di singole affermazioni ecclesiologiche, si è concentrata su singole parole di facile richiamo, favorendo letture unilaterali e parziali della stessa dottrina conciliare.

Per quanto concerne l’ecclesiologia di Lumen gentium, sono restate nella coscienza ecclesiale alcune parole chiave: l’idea di popolo di Dio, la collegialità dei Vescovi come rivalutazione del ministero dei Vescovi insieme con il primato del Papa, la rivalutazione delle Chiese particolari all’interno della Chiesa universale, l’apertura ecumenica del concetto di Chiesa e l’apertura alle altre religioni; infine, la questione dello statuto specifico della Chiesa cattolica, che si esprime nella formula secondo cui la Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica, di cui parla il Credo, subsistit in Ecclesia catholica.

Alcune di queste affermazioni, specialmente quella sullo statuto specifico della Chiesa cattolica con i suoi riflessi in campo ecumenico, costituiscono le principali tematiche affrontate dal documento nei successivi quesiti.

Il secondo quesito chiede come si debba intendere che la Chiesa di Cristo sussiste nella Chiesa cattolica.

Quando G. Philips scrisse che l’espressione “subsistit in” avrebbe fatto “scorrere fiumi d’inchiostro” (3), probabilmente non aveva previsto che la discussione sarebbe continuata così a lungo e con tale intensità da spingere la Congregazione per la Dottrina della Fede a pubblicare il presente documento.

Tanta insistenza, d’altronde fondata sui testi conciliari e del Magistero successivo citati, riflette la preoccupazione di salvaguardare l’unità e l’unicità della Chiesa, che verrebbero meno se si ammettesse che vi possano essere più sussistenze della Chiesa fondata da Cristo. Infatti, come si dice nella Dichiarazione Mysterium Ecclesiae, se così fosse si giungerebbe ad immaginare “la Chiesa di Cristo come la somma – differenziata e in qualche modo unitaria insieme – delle Chiese e Comunità ecclesiali” o a “pensare che la Chiesa di Cristo oggi non esista più in alcun luogo e che, perciò, debba essere soltanto oggetto di ricerca da parte di tutte le Chiese e comunità” (4). L’unica Chiesa di Cristo non esisterebbe più come “una” nella storia o esisterebbe solo in modo ideale ossia in fieri in una futura convergenza o riunificazione delle diverse Chiese sorelle, auspicata e promossa dal dialogo.

Ancora più esplicita è la Notificazione della Congregazione per la Dottrina della Fede nei confronti di uno scritto di Leonardo Boff, secondo il quale l’unica Chiesa di Cristo “può pure sussistere in altre Chiese cristiane”; al contrario, – precisa la Notificazione – “il Concilio aveva invece scelto la parola “subsistit” proprio per chiarire che esiste una sola “sussistenza” della vera Chiesa, mentre fuori della sua compagine visibile esistono solo “elementa Ecclesiae“, che – essendo elementi della stessa Chiesa – tendono e conducono verso la Chiesa cattolica” (5).

Il terzo quesito chiede perché sia stata usata l’espressione “subsistit in” e non il verbo “est”.

È stato precisamente questo cambiamento di terminologia nel descrivere il rapporto tra la Chiesa di Cristo e la Chiesa cattolica che ha dato adito alle più svariate illazioni, soprattutto in campo ecumenico. In realtà i Padri conciliari hanno semplicemente inteso riconoscere la presenza, nelle Comunità cristiane non cattoliche in quanto tali, di elementi ecclesiali propri della Chiesa di Cristo. Ne consegue che l’identificazione della Chiesa di Cristo con la Chiesa cattolica non è da intendersi come se al di fuori della Chiesa cattolica ci fosse un “vuoto ecclesiale”. Allo stesso tempo essa significa che, se si considera il contesto in cui è situata l’espressione subsistit in, cioè il riferimento all’unica Chiesa di Cristo “in questo mondo costituita e organizzata come una società… governata dal successore di Pietro e dai Vescovi in comunione con lui”, il passaggio da est a subsistit in non riveste un particolare significato teologico di discontinuità con la dottrina cattolica precedente.

Infatti, poiché la Chiesa così voluta da Cristo di fatto continua ad esistere (subsistit in) nella Chiesa cattolica, la continuità di sussistenza comporta una sostanziale identità di essenza tra Chiesa di Cristo e Chiesa cattolica. Il Concilio ha voluto insegnare che la Chiesa di Gesù Cristo come soggetto concreto in questo mondo può essere incontrata nella Chiesa cattolica. Ciò può avvenire una sola volta e la concezione secondo cui il “subsistit” sarebbe da moltiplicare non coglie proprio ciò che si intendeva dire. Con la parola “subsistit” il Concilio voleva esprimere la singolarità e la non moltiplicabilità della Chiesa di Cristo: esiste la Chiesa come unico soggetto nella realtà storica.

Pertanto la sostituzione di “est” con “subsistit in”, contrariamente a tante interpretazioni infondate, non significa che la Chiesa cattolica desista dalla convinzione di essere l’unica vera Chiesa di Cristo, ma semplicemente significa una sua maggiore apertura alla particolare richiesta dell’ecumenismo di riconoscere carattere e dimensione realmente ecclesiali alle Comunità cristiane non in piena comunione con la Chiesa cattolica, a motivo dei “plura elementa sanctificationis et veritatis” presenti in esse. Di conseguenza, benché la Chiesa sia soltanto una e “sussista” in un unico soggetto storico, anche al di fuori di questo soggetto visibile esistono vere realtà ecclesiali.

Il quarto quesito chiede perché il Concilio Vaticano II abbia attribuito il nome di “Chiese” alle Chiese orientali non in piena comunione con la Chiesa cattolica.

Nonostante l’esplicita affermazione che la Chiesa di Cristo “sussiste” nella Chiesa Cattolica, il riconoscimento che, anche al di fuori del suo organismo visibile, si trovano “parecchi elementi di santificazione e di verità” (6), comporta un carattere ecclesiale, anche se diversificato, delle Chiese o Comunità ecclesiali non cattoliche. Anch’esse infatti “non sono affatto spoglie di significato e di peso” nel senso che “lo Spirito di Cristo non ricusa di servirsi di esse come strumenti di salvezza” (7).

Il testo prende in considerazione anzitutto la realtà delle Chiese orientali non in piena comunione con la Chiesa cattolica e, richiamandosi a vari testi conciliari, riconosce loro il titolo di “Chiese particolari o locali” e le chiama Chiese sorelle delle Chiese particolari cattoliche, perché restano unite alla Chiesa cattolica per mezzo della successione apostolica e della valida eucaristia, “per cui in esse la Chiesa di Dio è edificata e cresce” (8). Anzi la Dichiarazione Dominus Iesus le chiama espressamente “vere Chiese particolari” (9).

Pur con questo esplicito riconoscimento del loro “essere Chiesa particolare” e del valore salvifico incluso, il documento non poteva non sottolineare la carenza (defectus), di cui risentono, proprio nel loro essere Chiesa particolare. Infatti, per la loro visione eucaristica della Chiesa, che pone l’accento sulla realtà della Chiesa particolare riunita nel nome di Cristo nella celebrazione dell’Eucaristia e sotto la guida del Vescovo, esse considerano le Chiese particolari complete nella loro particolarità (10). Ne consegue che, stante la fondamentale uguaglianza fra tutte le Chiese particolari e fra tutti i Vescovi che le presiedono, esse hanno ciascuna una propria autonomia interna, con evidenti riflessi sulla dottrina del primato, che secondo la fede cattolica è un “principio costitutivo interno” per l’esistenza stessa di una Chiesa particolare (11). Naturalmente sarà sempre necessario sottolineare che il primato del Successore di Pietro, Vescovo di Roma, non deve essere inteso in modo estraneo o concorrente nei confronti dei Vescovi delle Chiese particolari. Esso deve esercitarsi come servizio all’unità della fede e della comunione, entro i limiti che procedono dalla legge divina e dall’inviolabile costituzione divina della Chiesa contenuta nella Rivelazione (12).

Il quinto quesito chiede perché non venga riconosciuto il titolo di “Chiese” alle Comunità ecclesiali nate dalla Riforma.

Al riguardo si deve dire che “la ferita è ancora molto più profonda nelle comunità ecclesiali che non hanno conservato la successione apostolica e l’eucaristia valida” (13); pertanto esse “non sono Chiese in senso proprio” (14), ma “Comunità ecclesiali”, come attesta l’insegnamento conciliare e post-conciliare (15).

Nonostante queste chiare affermazioni abbiano creato disagio nelle Comunità interessate e anche in campo cattolico, non si vede, d’altra parte, come a tali Comunità possa essere attribuito il titolo di “Chiesa”, dal momento che non accettano il concetto teologico di Chiesa in senso cattolico e mancano di elementi considerati essenziali dalla Chiesa cattolica.

Occorre, comunque, ricordare che dette Comunità, come tali, per i diversi elementi di santificazione e di verità in esse realmente presenti, hanno indubbiamente un carattere ecclesiale e un conseguente valore salvifico.

Riprendendo sostanzialmente l’insegnamento conciliare e il Magistero post-conciliare, il nuovo documento, promulgato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, costituisce un chiaro richiamo alla dottrina cattolica sulla Chiesa. Oltre a fugare visioni inaccettabili, tuttora diffuse nello stesso ambito cattolico, esso offre preziose indicazioni anche per il proseguimento del dialogo ecumenico, che resta sempre una delle priorità della Chiesa cattolica, come ha confermato anche Benedetto XVI già nel suo primo messaggio alla Chiesa (20 aprile 2005) e in tante altre occasioni, specie nel suo viaggio apostolico in Turchia (28 novembre-1° dicembre 2006). Ma perché il dialogo possa veramente essere costruttivo, oltre all’apertura agli interlocutori, è necessaria la fedeltà alla identità della fede cattolica. Solo in tal modo si potrà giungere all’unità di tutti i cristiani in “un solo gregge e un solo pastore” (Gv 10, 16) e sanare così quella ferita che tuttora impedisce alla Chiesa cattolica la realizzazione piena della sua universalità nella storia.

L’ecumenismo cattolico può presentarsi a prima vista paradossale. Con l’espressione “subsistit in”, il Concilio Vaticano II volle armonizzare due affermazioni dottrinali: da un lato, che la Chiesa di Cristo, malgrado le divisioni dei cristiani, continua ad esistere pienamente soltanto nella Chiesa cattolica, e, dall’altro lato, l’esistenza di numerosi elementi di santificazione e di verità al di fuori della sua compagine, ovvero nelle Chiese e Comunità ecclesiali che non sono ancora in piena comunione con la Chiesa cattolica. Al riguardo lo stesso Decreto del Concilio Vaticano II sull’ecumenismo Unitatis redintegratio aveva introdotto il termine plenitudo (unitatis/catholicitatis) proprio per aiutare a comprendere meglio questa situazione in certo qual modo paradossale. Benché la Chiesa cattolica abbia la pienezza dei mezzi di salvezza, “tuttavia le divisioni dei cristiani impediscono che la Chiesa stessa attui la pienezza della cattolicità ad essa propria in quei figli, che le sono bensì uniti col battesimo, ma sono separati dalla sua piena comunione” (16). Si tratta dunque della pienezza della Chiesa cattolica, che è già attuale e che deve crescere nei fratelli non in piena comunione con essa, ma anche nei propri figli che sono peccatori “fino a che il popolo di Dio pervenga nella gioia a tutta la pienezza della gloria eterna nelle celeste Gerusalemme” (17). Il progresso nella pienezza è radicato nel dinamismo dell’unione con Cristo: “L’unione con Cristo è allo stesso tempo unione con tutti gli altri ai quali Egli si dona. Io non posso avere Cristo solo per me; posso appartenergli soltanto in unione con tutti quelli che sono diventati o diventeranno suoi. La comunione mi tira fuori da me stesso verso di Lui, e così anche verso l’unità con tutti i cristiani” (18).

NOTE


1) Paolo VI,

Discorso a chiusura del III periodo del Concilio (21 novembre 1964): EV 1, 290*. v
2) Ibid. , 283*.

3) G. Philips, La Chiesa e il suo mistero nel Concilio Vaticano II (Milano 1975), I, 111.

4) Congr. per la Dottrina della Fede, Dich. Mysterium Ecclesiae, 1: EV 4, 2566.

5) Congr. per la Dottrina della Fede, Notificazione in merito allo scritto di p. Leonardo Boff: Chiesa. carisma e potere: EV 9, 1426. Il passo della Notificazione, pur non essendo formalmente citato nel “Responsum“, si trova riportato integralmente nella Dichiarazione Dominus Iesus, nella nota 56 del n. 16.

6) Conc. Ecumen. Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, n. 8.

7) Conc. Ecumen. Vaticano II, Decr. Unitatis redintegratio, n. 3.4.

8) Conc. Ecumen. Vaticano II, Decr. Unitatis redintegratio, n. 15.1.

9) Congr. per la Dottrina della Fede, Dich. Dominus Iesus, n. 17: EV 19, 1183.

10) Cfr Comitato Misto Cattolico-Ortodosso in Francia, Il primato romano nella comunione delle Chiese, Conclusioni: in “Enchiridion oecumenicum” (1991), vol. 4, n. 956. v
11) Cfr Congr. per la Dottrina della Fede, Lettera Communionis notio, n. 17: EV 13, 1805. v
12) Cfr Congr. per la Dottrina della Fede, Considerazioni su Il primato del Successore di Pietro nel mistero della Chiesa, n. 7 e n. 10, in: Il primato del Successore di Pietro nel mistero della Chiesa, Documenti e Studi, Libreria Editrice Vaticana, 2002, 16 e 18.

13) Congr. per la Dottrina della Fede, Lettera Communionis notio, n. 17: EV 13, 1805.

14) Congr. per la Dottrina della Fede, Dichiarazione Dominus Iesus, n. 17: EV 19, 1184.

15) Cfr Conc. Ecumen. Vaticano II, Decreto Unitatis Redintegratio, n. 4; Giovanni Paolo II, Lettera apost. Novo millennio ineunte (2001), n. 48: EV 20, 99.

16) Conc. Ecumen. Vaticano II, Decreto Unitatis redintegratio, n. 4.

17) Conc. Ecumen. Vaticano II, Decreto, Unitatis redintegratio, n. 3.

18) Benedetto XVI, Lettera Enc. Deus caritas est, n. 14: AAS 98 (2006) 228-229.

(L’Osservatore Romano – 11 Luglio 2007)

2)


Nuovo colpo al progressismo cattolico: il dialogo non è cancellare le differenze


di ANTONIO SOCCI

Cercasi Voltaire anche usato. Almeno a parole il mangiapreti francese formulò il principio giusto: «Non sono affatto d’accordo con ciò che dite, ma mi batterò fino alla morte perché nessuno vi impedisca di dirlo». Lo citava anche di recente Jean Daniel sulla Repubblica. Ma purtroppo mai principio fu più citato e meno applicato. Almeno nei confronti della Chiesa cattolica, perché per tutti gli altri la libertà dev’essere totale, a volte fino al dileggio. La Chiesa invece no. Prima si è messa in discussione la sua libertà di parola sui temi etico-politici sostenendo che non doveva immischiarsi nella vita pubblica (strana idea del liberalismo!). C’è da sperare che adesso non si metta in discussione pure il diritto della Chiesa di insegnare ai suoi fedeli la sua teologia bimillenaria, di canonizzare i suoi santi e recitare le sue preghiere. L’ultima occasione di polemica è di ieri, è un documento della Congregazione per la dottrina della fede dove si ribadisce la corretta interpretazione di alcuni testi del Concilio. Sul Corriere.it un articolo cominciava così: “Un documento che farà discutere”. Intendeva preannunciare un gran vespaio di polemiche. Ma perché la Congregazione vaticana ha voluto precisare qual è l’interpretazione corretta dei testi promulgati dalla Chiesa al Concilio? Perché c’è una fazione di cattolici progressisti (ben inseriti nell’establishment teologico e clericale) che da 40 anni cercano di presentare il Concilio Vaticano II come una “rottura” della tradizione della Chiesa, come il momento di nascita di una nuova Chiesa. Diversa da quella vissuta per 19 secoli. Curiosamente, la stessa idea è condivisa dagli ultras del tradizionalismo più conservatore che vedono nel Concilio la stessa frattura storica. In realtà il Vaticano II ebbe un senso pastorale non dogmatico. La Chiesa volle riflettere sui modi nuovi per annunciare Cristo al mondo moderno, non per cambiare il suo Credo. A più riprese sia Paolo VI che Giovanni Paolo II si sono opposti alla devastante interpretazione che contrappone il Vaticano II a tutti gli altri Concili, perché segnerebbe la fine del cattolicesimo. Il documento attuale richiama questi interventi pontifici e il Concilio stesso. Cita in particolare Giovanni XXIII, oggi a sproposito trasformato in bandiera progressista. In realtà Papa Roncalli, aprendo il Vaticano II, affermò che «il Concilio vuole trasmettere pura e integra la dottrina cattolica, senza attenuazioni o travisamenti» e si tratta di «dottrina certa e immutabile». Anche Paolo VI, promulgando la Costituzione conciliare “Lumen Gentium”, dichiarava: «Questa promulgazione nulla veramente cambia della dottrina tradizionale. Ciò che Cristo volle, vogliamo noi pure. Ciò che era resta. Ciò che la Chiesa per secoli insegnò, noi insegniamo parimenti».

IL VERO TESORO

Il tesoro della Chiesa infatti è il suo “depositum fidei”, la rivelazione portata da Cristo, Dio fatto uomo, e il compito assoluto dei pastori è conservare quel “deposito”. Non possono disporne a piacimento o cambiarlo, ma devono custodirlo intatto a costo della propria stessa vita. La conseguenza è questa: il Concilio non ha mutato affatto la definizione teologica della Chiesa. C’è in particolare un passo della “Lumen Gentium” su cui divampa la polemica perché è stato interpretato (da Destra e da Sinistra) come se equiparasse la Chiesa cattolica a qualunque altra setta protestante. Secondo i progressisti e certi tradizionalisti dire che «l’unica Chiesa di Cristo sussiste nella Chiesa cattolica» («sussiste» anziché «è la Chiesa Cattolica») significherebbe che non c’è differenza teologica tra un gruppo protestante e la Chiesa. La Santa Sede, ovviamente, ribadisce che non è affatto così. La ” Lumen Gentium” proclama che Cristo ha costituito sulla terra un’unica Chiesa che si identifica con «la Chiesa Cattolica, governata dal Successore di Pietro e dai Vescovi in comunione con lui», perché solo in essa si ha la perenne continuità storica e si sono concretamente conservati «tutti gli elementi da Cristo stessi istituiti» (i sacramenti, la continuità apostolica e il primato di Pietro con i dogmi). Il fatto che la Lumen Gentium usi l’espressione «sussiste nella» anziché la parola «è» – afferma la Santa Sede – «non cambia dottrina sulla Chiesa», ma vuol far capire che fuori della Chiesa non c’è il vuoto ecclesiale, ma ci sono «numerosi elementi di santificazione e di verità» che si trovano in altre Chiese (come quella ortodossa) e comunità separate, elementi che «in quanto doni propri della Chiesa di Cristo, spingono all’unità cattolica». Fra l’altro l’attuale papa, al Concilio, dette un particolare contributo proprio a questa formulazione («sussiste nella») e dunque è particolarmente sensibile alla sua corretta interpretazione. Come si vede nel documento non ci sarebbe nulla di nuovo, visto che da sempre la Chiesa proclama queste verità e da ultimo nella “Dominus Iesus” del 2000. Senonché si è scatenata la solita sarabanda. Qualche dichiarazione irritata di parte ortodossa e protestante. È uno strano destino quello della Chiesa cattolica. Parla con rispetto e stima di tutti ed è ripagata spesso con asprezza. Ma la stampa laica accusa la Santa Sede di non volere il dialogo. La Chiesa ortodossa russa per esempio letteralmente non tollera la Chiesa cattolica sul “suo” suolo. Immaginiamo cosa accadrebbe se si esprimesse così il Vaticano per l’Italia. Eppure oggi Mosca accusa Roma di non aiutare “il dialogo”. E i protestanti? C’è una diffusa pubblicistica protestante americana, per esempio, dove da tempo si scagliano sulla Chiesa accuse terrificanti. Ma non solo. Prendiamo il recente annuncio sulla conversione di Tony Blair al cattolicesimo, risaputa, ma rimandata per la sua carica di Primo Ministro di Sua Maestà. Possibile che nessuno si stupisca quando si scopre che ancora oggi, nel 2007, non è possibile a un cattolico ricoprire la più alta carica di governo in Gran Bretagna? Non è inaccettabile?

PARADOSSI

Oltretutto è il Paese che viene celebrato come la culla della democrazia, salvo dimenticare che non fu la corona inglese a volere la “Magna Charta”, la Carta delle libertà, nel 1215, ma – tre secoli prima della riforma protestante – fu la Chiesa cattolica, coalizzando i nobili e i cavalieri, a strappare a re Giovanni quella limitazione del potere reale su cui sarebbero sbocciate le varie libertà politiche e civili che si chiamano democrazia (e pure le libertà economiche come i sicuri diritti di proprietà). E l’altra grande potenza protestante, gli Stati Uniti? Non è incredibile che si sia dovuto aspettare il 35° presidente, nel 1960, per avere finalmente un presidente cattolico? Kennedy fu il primo presidente non Wasp (White Anglo-Saxon Protestant). Teniamo conto che attualmente la Chiesa cattolica negli Stati Uniti è il gruppo cristiano più numeroso. Eppure proprio Kennedy – per essere accettato – dovette fare dichiarazione di indipendenza dalla Santa Sede. Come se un cattolico fosse di per sé un cittadino sospetto di tradimento. Recentemente quella dichiarazione di Kennedy è stata riesumata ed esaltata in Italia come un esempio di “laicità” a cui i cattolici italiani dovrebbero ispirarsi. Mentre a me sembra un avvilente segno di discriminazione. Dire che i cattolici devono dimostrare la loro “indipendenza” dal Vaticano (come dire: da uno stato straniero) non somiglia un po’ all’accusa di “cosmopolitismo” che è sempre stata fatta agli ebrei? Ricordate il caso Dreyfus? Tutti oggi scriveranno che il dialogo ecumenico arretra. In realtà – per l’incontro fra cattolici e protestanti in America – è stata più importante la comune battaglia in difesa della vita o, ad esempio, in difesa dei cristiani perseguitati nei paesi islamici, che mille convegni sul “dialogo”.
www.antoniosocci.it

LIBERO 11 luglio 2007

3)


Il Vaticano: «Quella cattolica è l’unica Chiesa di Cristo»

Documento dell’ex Sant’Uffizio: «Le altre confessioni hanno elementi di salvezza ma anche carenze»


di Andrea Tornielli


L’unica Chiesa di Cristo, «comunità visibile e spirituale» continua e permane nella Chiesa cattolica. Le altre Chiese e comunità ecclesiali non cattoliche hanno in sé elementi «di santificazione e di verità», ma anche delle «carenze». Lo ha riaffermato ieri la Congregazione per la dottrina della fede in un testo intitolato «Risposte a quesiti riguardanti alcuni aspetti circa la dottrina sulla Chiesa». Il documento, i cui contenuti erano stati anticipati dal Giornale la scorsa settimana.

La nota, sotto forma di risposte a cinque quesiti, è stata approvata da Benedetto XVI. Non innova in nulla ed è stata preparata per puntualizzare e correggere «nuovi contributi non sempre immuni da interpretazioni errate che suscitano perplessità e dubbi». Si spiega innanzitutto che il Concilio non ha voluto cambiare «né di fatto ha cambiato la dottrina sulla Chiesa», ma l’ha «solo sviluppata e approfondita». Quindi si ripete la corretta interpretazione della frase della costituzione conciliare Lumen gentium secondo la quale «la Chiesa di Cristo sussiste nella Chiesa cattolica», spiegando che la «sussistenza» rappresenta la «perenne continuità storica e la permanenza di tutti gli elementi istituiti da Cristo nella Chiesa cattolica, nella quale concretamente di trova la Chiesa di Cristo su questa terra». La Chiesa di Cristo «è presente e operante» anche nelle altre confessioni cristiane, ma il «sussiste» è attribuibile «esclusivamente alla Chiesa cattolica». C’è dunque «piena identità della Chiesa di Cristo con la Chiesa cattolica», anche se «al di fuori della sua compagine» si trovano «numerosi elementi di santificazione e verità».

Il documento precisa poi che il Concilio ha attribuito il nome di Chiese alle comunità orientali separate, perché esse hanno la successione apostolica e «veri sacramenti» e sono perciò «Chiese particolari o locali», «sorelle delle Chiese particolari cattoliche». Ma precisa anche che la comunione col vescovo di Roma, «capo visibile della Chiesa», non è un «complemento esterno alla Chiesa particolare, ma uno dei suoi principi costitutivi interni». Qui l’ex Sant’Uffizio sembra rispondere con puntualizzazioni riferibili alle tesi di Joannis Zizioulas, il teologo e metropolita ortodosso che più si è dedicato allo studio del primato e che è arrivato a postularne la necessità.

Per quanto riguarda infine le comunità nate con la Riforma, il documento spiega perché non possano essere definite Chiese: «Secondo la dottrina cattolica, queste comunità non hanno la successione apostolica» e a causa della mancanza del sacerdozio ministeriale «non hanno conservato la genuina e integra sostanza del mistero eucaristico». La presa di posizione vaticana è stata accompagnata da un autorevole (e anonimo) commento pubblicato sull’Osservatore Romano, che in più di un passaggio riecheggia il testo di una conferenza tenuta nel 2000 dall’allora cardinale Ratzinger su questo argomento.

Le reazioni non si sono fatte attendere: La Chiesa ortodossa russa «non è d’accordo» con il documento e ricorda che «il principio dell’unicità rivendicato dalla Chiesa cattolica vale a pieno diritto anche per la Chiesa ortodossa». Dura anche la reazione dei copti egiziani: «Parole senza valore», ha commentato il vescovo Morcos Aziz.

Il Giornale n. 162 del 2007-07-11 pagina 16

4)


«Nessuno schiaffo alle altre confessioni»

Il teologo francescano: «Viene ribadito ciò che ha detto il Concilio Per l’unità gli ortodossi devono accettare il ruolo del Pontefice»


«Non cambia niente, viene soltanto ribadito che la Chiesa di Cristo è presente nella Chiesa cattolica. È l’ennesimo tentativo di chiarire una questione che ciclicamente ritorna…». Padre Adriano Garuti, francescano, per quasi vent’anni capo ufficio della sezione dottrinale della Congregazione per la dottrina della fede, professore di ecclesiologia e ecumenismo nella Pontificia Università Lateranense, è un teologo che conosce da lungo tempo il Papa. Una delle prime decisioni prese da Benedetto XVI, quella di rinunciare al titolo di «Patriarca d’Occidente», è nata proprio da una ricerca di Garuti, pubblicata nei primi anni Novanta e rieditata con ampliamenti nei mesi scorsi (Patriarca d’Occidente?, Edizioni studio domenicano, pp. 248).

Questo documento provocherà nuovi problemi al dialogo ecumenico?

«Non vedo perché, dato che nel documento viene riaffermato ciò che la Chiesa ha scritto nei testi conciliari e che i Papi hanno ribadito più volte. Non ci sono cambiamenti. Nel testo del resto si precisa ancora una volta che nelle Chiese e comunità ecclesiali non cattoliche sono operanti elementi della Chiesa di Cristo, la quale però, nella sua pienezza sussiste nella Chiesa cattolica».
E allora perché ripeterle, se sono posizioni già note?

«Il documento spiega che, nonostante la dottrina sia ben chiara, continuano ad emergere interpretazioni sbagliate. E così si pongono domande e dubbi alla Congregazione per la dottrina della fede».

A che punto è il dialogo con l’ortodossia? Ci sono molte attese per la riunione che si terrà Ravenna in autunno: ci dobbiamo attendere passi concreti in avanti?

«Bisogna ammettere che nel lavoro fino a qui svolto non ci sono stati passi significativi. Lo scoglio rimane quello del primato del Papa. Ma questo rappresenta solo la punta di un iceberg. Sotto la superficie c’è un modo diverso di intendere la Chiesa. Gli ortodossi insistono molto sull’idea di Chiesa locale, ma non hanno quella di Chiesa universale e dunque viene negata la possibilità del primato. Bisogna approfondire veramente il problema, alla ricerca di forme del suo esercizio che siano più adeguate».
Papa Wojtyla però l’aveva messo in discussione…

«Non aveva messo in discussione la natura del primato e la sua giurisdizione vera su tutta la Chiesa, ma le forme del suo esercizio. Bisogna studiare il rapporto del primato con la collegialità, cercare organismi nuovi che diano impulso alla collegialità. Ma il primato resta un dogma di fede e la via per tornare all’unità con gli ortodossi non è quella di rieditare la vecchia “pentarchia” cioè i cinque patriarcati, facendo del Papa il patriarca d’Occidente, uno dei cinque. Benedetto XVI ha deciso di rinunciare a quel titolo proprio per segnalare che è necessario prendere altre vie. I problemi non si possono aggirare o ignorare»

Il Giornale n. 162 del 2007-07-11 pagina 16