Staminali vuole sempre l’aggettivo…”ADULTE”

Vita: politiche di bioetica

L’equivoco provocato fra cellule staminali “adulte” ed embrionali



“Staminali vuole sempre l’aggettivo”. Così titola il quotidiano “il Foglio” in un editoriale del 24 novembre 2004. C’è “una strana sindrome, dice l’editoriale, che coglie non pochi commentatori e politici italiani quando si parla di staminali [:] […] abbinare ritualmente alla notizia dei successi delle staminali adulte l’anatema contro chi contesta l’uso della staminali embrionali”.



La sindrome si manifesta solitamente in due modi: magnificare, ad ogni risultato ottenuto con le staminali da adulto, i risultati possibili con le staminali embrionali; omettere sistematicamente l’aggettivo “adulte”, lasciando credere che ogni ricerca di successo con le cellule staminali riguardi quelle embrionali. In realtà, mentre le staminali embrionali non hanno dato risultati, per ragioni tecniche (e non economiche) che sono ben note alla comunità scientifica, la terapia con le staminali adulte è una confortante realtà, che va arricchendosi quasi quotidianamente di nuove scoperte e nuove applicazioni (cfr. C. Navarini, Cellule staminali e disinformazione , 18 luglio 2004).

Incuranti di ciò, gli oppositori in senso permissivo della legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita deplorano il divieto di clonazione e di ricerca con gli embrioni, additando ai “milioni” di pazienti che trarrebbero giovamento e reali speranze di vita dalla terapia cellulare staminale embrionale (cfr. A. Mantovano, Ritorno all’occidente. Bloc-notes di un conservatore, Spirali, Milano 2004, pp. 105-108).

Perché? Perché si vuole enfatizzare pratiche che causano direttamente la morte degli embrioni senza alcun “bisogno” di farlo, dato che tali pratiche non funzionano? Non si riesce ad individuare altra ragione che la tendenza culturale attualmente diffusa a considerare l’embrione un oggetto di consumo, le cui qualità per il consumatore vanno adeguatamente pubblicizzate e perfezionate. Anche quelle non vere, come si tende a fare “nel mondo delle cose”. L’obiettivo, infatti, non è tanto usare l’embrione, ma poterlo usare a piacimento, cioè favorire in ogni modo la sua riduzione a “cosa”, a prodotto.

Dal punto di vista sia biologico che filosofico la “questione dell’embrione” è stata da più parti chiarita: l’embrione è un essere umano, suscettibile di diritti (come dichiara l’art. 1 della legge 40) e dotato di dignità personale (cfr. C. Navarini,
L’eugenetica “positiva” non esiste , 3 ottobre 2004). Gioverà allora fare un passo indietro e considerare più attentamente che cosa sono le cellule staminali embrionali rispetto a quelle adulte e quale trattamento è loro riservato nei sistemi giuridici dei vari paesi.

Le cellule staminali embrionali sono ricavate dalla massa cellulare interna della blastocisti, cioè dell’embrione che ha 5-7 giorni di vita ed è formato da circa 140 cellule. Occorre prelevarne almeno 20-30, il che comporta inevitabilmente la morte dell’embrione. La fonte più ovvia per recuperare tale materiale, pertanto, sono gli embrioni che non si intende impiantare in utero, ovvero quelli soprannumerari, difettosi o dichiarati in “stato di abbandono”, oppure crioconservati da oltre cinque anni e destinati a morte certa.

Vi sono anche centri e ricercatori che auspicano la realizzazione di embrioni a scopo di ricerca, cioè di embrioni creati appositamente per ricavarne cellule staminali. Proprio a questo scopo è nata la cosiddetta “clonazione umana terapeutica”, un inquietante desiderio di clonazione dell’uomo non finalizzata alla riproduzione di “copie umane”, ma a preparare “riserve” di cellule staminali per vari usi terapeutici. Peccato che queste riserve non siano “solo cellule”, come si vuol far credere, ma minuscoli esseri umani programmati per la distruzione.

Le cellule staminali embrionali non si ricavano invece dagli aborti spontanei (o procurati), nemmeno da quelli precoci, dal momento che si tratta sempre in questo caso di embrioni più cresciuti, in cui le cellule staminali presenti sono di tipo diverso da quelle denominate appunto embrionali.

Le cellule staminali, infatti, sono cellule indifferenziate, capaci di trasformarsi in cellule specializzate appartenenti a diversi organi e tessuti. Il grado di possibile differenziazione è tuttavia variabile: la blastocisti di 50 cellule è ancora totipotente, le sue cellule sono cioè totalmente indifferenziate, al punto che una di esse, moltiplicandosi come fa lo zigote – la prima cellula del nuovo organismo – può ricostituire un intero individuo; nell’organismo già formato, invece, sia esso un embrione “più grande” (dalle otto settimane in poi l’embriogenesi è completata!), un feto, un neonato o un vecchio, esistono cellule staminali pluripotenti, cioè in grado di dare origine ad ogni tessuto ma non ad un intero individuo, e multipotenti, capaci cioè di rigenerare alcuni tessuti.

Poiché c’è una qualche proporzione fra velocità di crescita corporea e quantità di cellule staminali, nell’embrione e nel feto, che cresce molto velocemente, esse sono più numerose che nell’uomo attempato. Tutte comunque rientrano nella categoria delle cellule staminali “adulte”. Pertanto, le cellule staminali ricavate dagli aborti spontanei, dal cordone ombelicale, dalla placenta, o da specifiche sedi corporee in cui sono conservate per tutta la vita, come il sangue, le ossa, il cervello, il pancreas, non si tratta delle tanto osannate staminali embrionali, bensì, ancora una volta, di quelle “adulte”.

La situazione legislativa nazionale e internazionale in tema di cellule staminali è piuttosto variegata. In Italia la legge 40 vieta la sperimentazione sugli embrioni, e quindi anche la ricerca sulle cellule staminali embrionali. La normativa, d’altra parte, è in continuità con altri interventi precedenti dell’ordinamento italiano (cfr.
http://staminali.aduc.it).

Il Consiglio d’Europa, nella Convenzione di Oviedo sui diritti umani e la biomedicina (1997), ha vietato ogni forma di clonazione umana, e ha ribadito nell’assemblea parlamentare del 23 ottobre 2004 il divieto di costituire embrioni umani a fini di ricerca. L’Unione Europea, in un acceso clima di discussioni, di recente ha invece indicativamente approvato lo stanziamento di fondi per la ricerca sulle cellule staminali derivate dagli embrioni soprannumerari, la cui produzione non deve tuttavia essere incentivata.

Fra gli Stati membri permane tuttavia un vivo disaccordo: contrari alla distruzione di embrioni per la ricerca scientifica sono le legislazioni di paesi come l’Italia, la Germania, l’Irlanda, la Russia; fra i paesi favorevoli alla ricerca con le cellule staminali derivate da embrioni soprannumerari trovano posto, sia pure con varie sfumature, Francia, Spagna, Portogallo, Svizzera; la Gran Bretagna e il Belgio (fra breve anche la Svezia) hanno addirittura emanato leggi che consentono la clonazione umana per fini “terapeutici”.

Negli Stati Uniti occorre differenziare fra posizione ufficiale dell’amministrazione federale e regolamentazioni dei singoli Stati, che dispongono di ampia libertà giuridica. Il Presidente Bush nel 2001 ha revocato i finanziamenti federali per la creazione e l’utilizzo di embrioni a scopo di ricerca, riservandoli unicamente alle ricerche che utilizzano le linee di cellulari staminali già esistenti.

È inoltre in via di approvazione una legge, chiamata Human Cloning Prohibiction Act, che vieta ogni forma di clonazione umana. Per quanto riguarda i singoli Stati, alcuni di essi, come il New Jersey e il Massachusetts, hanno approvato leggi specifiche che, discostandosi dalle indicazioni federali, consentono l’uso degli embrioni criocongelati rimasti inutilizzati. Anche la California, lo scorso 2 novembre, ha ufficialmente approvato con apposito referendum la ricerca sulle cellule staminali embrionali.

Negli Stati europei ed extraeuropei che non hanno legiferato sul punto le posizioni sono diversificate, ma si va spesso nella direzione di una impunità delle pratiche di sperimentazione. Di conseguenza, perché gli embrioni siano tutelati in modo degno di un essere umano è indispensabile che vengano attivate misure esplicitamente restrittive.

Una simile inversione di tendenza richiede però un’azione culturale capillare, che parte dalle persone, cioè dalle famiglie, dalle associazioni, dalle omelie dei sacerdoti e dalle lezioni a scuola. In pratica, tutti sono coinvolti in quest’opera, ciascuno per la piccola parte che gli compete, affinché la logica dell’utile lasci il posto alla logica della verità e dell’amore.

Agenzia di notie www.zenit.org – 28 novembre 2004