Stalin e la rivoluzione mondiale

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I piani di Stalin per conquistare il mondo

In Germania è uscito un nuovo saggio di Bogdan Musial nel quale viene spiegata la strategia di Stalin di utilizzare la guerra per promuovere una rivoluzione planetaria…

 

Non è raro accada in Germania, che per mettere in discussione tabù storici altrimenti indiscutibili si debba attendere il coraggio e l’intraprendenza di storici di altra nazionalità.
E’ di questi giorni la pubblicazione di un nuovo saggio di Bogdan Musial (“Kampfplatz Deutschland, Stalins Kriegspläne gegen den Westen”, Propyläen Verlag, Berlin 2008), polacco, che nel 1985 ricevette asilo politico dalla Repubblica Federale, per poi diventare naturalizzato tedesco nel 1992. Specializzatosi nel 1998 con un dottorato sulla condizione degli ebrei nei territori polacchi durante la Seconda Guerra Mondiale, da quello stesso anno Musial ha all’attivo una lunga collaborazione con l’Istituto Storico Tedesco di Varsavia, grazie alla quale ha potuto studiare i documenti, prima inaccessibili, relativi ai crimini compiuti dai sovietici in Polonia attraverso il N. K. V. D. Inutile aggiungere che il suo lavoro di verifica dei fatti attraverso i documenti lo espone alla facile e superficiale accusa di “revisionismo”.
Fin dall’introduzione s’intende quale fosse l’obiettivo dello storico: dimostrare come dall’inizio, dal putsch dell’ottobre 1917, fino alla Seconda Guerra Mondiale, i bolscevichi, mossi dall’idea della rivoluzione mondiale, abbiano perseguito l’espansione verso ovest (“Chi possiede Berlino”, aveva detto Lenin, “possiede l’Europa”). Il fallimento dell’ultimo tentativo rivoluzionario tedesco dell’ottobre 1923, sostiene Musial, avrebbe convinto Stalin e suoi a scegliere la guerra quale strategia per suscitare la rivoluzione planetaria.
E’ noto quanto sia a tutt’oggi limitato l’accesso alle fonti di ciò che accadde in quei decenni dietro le mura del Cremlino: ha tanto più valore dunque il fatto che allo storico polacco-tedesco siano stati consentiti l’accesso agli archivi di partito, statali e militari di Mosca e Minsk, la visione dei protocolli segreti del Politburo, degli atti del Komintern, dei rapporti della polizia segreta (GPU), dei protocolli delle sedute del Consiglio Superiore di Guerra, come pure dei documenti riguardanti le principali figure della nomenclatura bolscevica (Kaganovic, Malenkow, Molotov, Voroshilov ed altri).
Musial ricorda come figura centrale del gigantesco programma di armamento dell’URSS sia stato il maresciallo Michail Tuchacevski, cui venne affidato il piano quinquennale (dall’ottobre 1928) secondo il quale andavano costruiti 50. 000 carri armati e 40. 000 aerei. Il “compagno Tuchski” sostenne tra l’altro la necessità dell’“annientamento totale dell’esercito nemico” attraverso “il massiccio impiego” di quelle armi chimiche già sperimentate nel 1921 contro i contadini nel distretto di Tamobv, a sud-est di Mosca.
Musial ricostruisce in maniera efficace lo stretto, inevitabile rapporto instauratosi tra la ricerca delle risorse finanziarie necessarie per sostenere la politica d’armamento e i piani di sviluppo industriale e di produttività della terra. Nel descrivere i processi di “accumulo socialista” attraverso la collettivizzazione forzata ricorda i circa 12 milioni di morti causati dalla fame in Ucraina e nella Russia meridionale nei primi anni Trenta. “La collaborazione di migliaia di ucraini, russi, tatari, cechi e altri”, arriva a sostenere Musial, “con gli occupanti tedeschi negli 1941-1944 non è comprensibile se si ignorano quel terrore di massa e quei milioni di morti provocati dal comunismo negli anni Trenta. ”
Pur senza mettere in discussione il fatto che la campagna hitleriana contro l’Unione Sovietica sia stata una guerra d’aggressione, Musial giunge alla conclusione che con l’attacco iniziato il 22 giugno 1941, Hitler avrebbe anticipato la pianificata offensiva dell’URSS alla Germania. Facile intendere come la riproposizione di questa tesi, sostenuta anche da altri storici (Walter Post, Heinz Magenheimer, Joachim Hoffmann e Stefan Schell), non farà che rianimare un dibattito tutt’altro che risolto.

di Vito Punzi
L\’Occidentale 4 maggio 2008