Spagna, una vittoria sinistra

Terrorismo

Spagna, una vittoria sinistra. Breve analisi (a uso anche italiano) degli eventi di Madrid. Perché Aznar ha perso. Perché il ribaltone socialista è un caso da manuale di comunicazione applicata alla guerra. Perché Zapatero abbandona gli USA e abbraccia l’asse Parigi-Berlino di José Javier Sánchez Aranda *

L’11 marzo 2004 è entrato nella storia spagnola come la tragica giornata dell’attentato perpetrato a Madrid, che ha significato l’apertura di un nuovo scenario europeo per il terrorismo islamico.
È difficile valutare le conseguenze dei fatti scatenati a partire da quelle dieci bombe collocate sui treni nella periferia della capitale spagnola. Ed è difficile soprattutto perché a tutt’oggi, quasi due mesi dopo l’esplosione, gli echi di quegli eventi continuano a pesare sull’opinione pubblica spagnola, e perché non conosciamo del tutto che cosa sia realmente accaduto.La reazione emozionale della società spagnola davanti al massacro madrileno ha raggiunto dimensioni clamorose.
Il giorno successivo, quando venne sospesa la campagna elettorale per le votazioni di domenica 14 marzo, furono più di dieci milioni gli spagnoli scese nelle strade ad affermare lo sdegno per quegli omicidi.


Nella memoria di quasi tutte quelle persone era vivo e presente l’analogo movimento popolare che si era manifestato nel 1997, quando gli assassini dell’ETA avevano stroncato la vita di Miguel Ángel Blanco, giovane consigliere comunale del Partito Popolare a Ermua, un paesino della regione basca, allo scadere dell’ultimatum imposto dai sequestratori qualche giorno prima.


La maggior parte dei partecipanti alle manifestazioni del 12 marzo protestava anche contro il terrorismo di matrice ETA. A sangue caldo si andò a votare due giorni più tardi, e le urne rigurgitarono risultati sorprendenti per tutti, sia per gli spagnoli sia per gli stranieri. Fino al 10 aprile nemmeno i dirigenti del PSOE (Partido Socialista Obrero Español) potevano pensare che sarebbero tornati a governare così presto.


Quel ribaltone elettorale si poteva spiegare soltanto con quanto era accaduto dopo il massacro terroristico. In Spagna è vietato pubblicare inchieste da sette giorni prima del voto. Tutti i sondaggi divulgati fino ad allora, nessuno escluso, avevano indicato che il PP (Partido Popular) era il primo partito nelle intenzioni di voto. A seconda dell’agenzia incaricata la differenza era maggiore o minore. In ogni caso, nessuno avrebbe scommesso su un trionfo socialista.Le esplosioni hanno polverizzato, spazzato via tutte quelle previsioni. È ormai risaputo che le ore successive sono state decisive riguardo al generarsi di un clima d’opinione contrario al governo in carica, e che è lì dove radica la ragione fondamentale del cambiamento.


Le successive apparizioni del ministro dell’Interno insistevano nell’addebitare l’attentato al gruppo terroristico ETA, senza escludere l’ipotesi di un’azione del fondamentalismo islamico. Ma lentamente si generò indignazione verso i comunicati ufficiali e si andò formulando l’accusa che si stesse cercando di ingannare l’opinione pubblica.
Molti sostenevano che i responsabili del governo stessero mentendo. La ripulsa generalizzata per un simile meschino atteggiamento indusse molti elettori che non pensavano di recarsi alle urne a cambiare idea, decidendo di agire per farla finita con quella farsa.


Il governo in carica, in effetti, era conscio che se gli autori del massacro fossero risultati in connessione con Al Qaeda, questa eventualità sarebbe potuta essere assai dannosa per i suoi interessi.
In Spagna l’impopolarità della guerra in Irak era già enorme.
La decisione del presidente Aznar di appoggiare l’intervento statunitense era stata molto avversata dagli altri partiti, aveva dato luogo a mobilitazioni di cittadini, aveva portato ad azioni violente contro persone e sedi del Partito Popolare (sono state più di venti le sedi danneggiate in quel periodo da ordigni, in qualche caso ad alto potenziale): tutte queste ragioni hanno portato al crearsi di un ambiente antibellicista che, paradossalmente, era molto violento.


Quella campagna intensissima tuttavia non diede risultati politici apprezzabili nelle elezioni regionali e comunali tenutesi nel maggio 2003, dove il preconizzato crollo del PP non si verificò, benché in effetti il partito di governo avesse perso forza in alcune regioni e avesse dovuto cedere il governo di qualche città piuttosto importante. Lungo tutta l’ultima campagna elettorale, il PP ha cercato di evidenziare i riconosciuti successi economici colti in otto anni di gestione, come pure l’inconsistente progetto politico dei rivali socialisti.
Questi ultimi avevano dalla loro un buon candidato, un partito normale (con tensioni regionali e dissensi pubblici) e un programma mal definito, dove l’aspetto più nitido era la promessa di ritirare le truppe spagnole dall’Irak.Il potere dell’informazionePassati i minuti di confusione successiva al terribile attentato, già la mattina stessa dell’11 marzo veniva formulata un’alternativa: se gli autori erano terroristi dell’ETA, il PP ne sarebbe stato rafforzato e avrebbe potuto raggiungere la maggioranza assoluta. Se invece erano di origine musulmana, il PP avrebbe potuto perdere le elezioni.


Questo dilemma si è imposto nella mente di tutti, ed è stata appunto la vera battaglia, sia sul fronte politico sia su quello dell’informazione, che si è scatenata nelle ore successive.Come è stato successivamente reso noto, fin dal principio i servizi dell’intelligence spagnola hanno dato la priorità all’ipotesi ETA, benché il presidente in carica, José María Aznar, avesse sempre lasciato una porta aperta all’altra possibilità. Le piste che alimentavano la seconda opzione non erano incisive e la convenienza politica indusse il governo a insistere su ciò che appariva più sicuro. Il ministro degli Esteri trasmise un’informazione in questo senso a tutte le ambasciate, invitandole a diffonderla, e lo stesso Aznar chiamò personalmente i responsabili dei principali mezzi di comunicazione per dire che i dati disponibili convergevano a indicare un’azione dell’ETA.


Tutto continuava a dipendere dalle notizie che andavano arrivando dagli esperti incaricati di investigare sulle esplosioni.
Non sapremo mai che cosa sia successo fra l’11 e il 13 marzo 2004.
Non mi riferisco a quella che possiamo chiamare “storia esterna”, ma piuttosto a ciò che non è venuto pubblicamente alla luce. Possiamo parlare, senza esagerazione, di un caso autenticamente irripetibile, che mostra il potere dell’informazione.A rischio di immergerci in questioni piuttosto complesse, cominciamo dai dati più vicini nel tempo. Il 18 aprile scorso un ampio servizio del quotidiano madrileno El Mundo (il cui controllo economico appartiene al gruppo Rcs-Corriere della Sera) forniva indizi su un fatto fino ad allora sconosciuto: quando la pista del terrorismo islamico prese forza, alcuni funzionari della polizia e dei servizi segreti (il Centro Nacional de Inteligencia), vicini al PSOE, avrebbero informato i dirigenti di quel partito sui particolari delle indagini. Dopo di che sarebbero riusciti ad assumere il controllo totale dell’inchiesta, subentrando ai responsabili e in particolare estromettendo la Guardia Civil [equivalente ai nostri carabinieri, ndr].
In questo modo il Partito socialista avrebbe ottenuto informazioni di prima mano, ancor prima del Governo popolare, risultando agevolato nell’alimentare quel disorientamento che poi si è trasmesso ai cittadini.Una volta sfruttata quella straordinaria opportunità, l’iniziativa era passata nelle mani del PSOE, il quale ha potuto delineare la strategia che sarebbe sfociata in una vittoria sorprendente. Alla luce di questi dati si giustifica la cattiva gestione delle informazioni da parte del governo, benché ciò non lasci esenti da colpe i ministri responsabili.
Per il governo lo stillicidio dell’informazione è risultato nefasto, perché creava l’impressione di una volontà d’inganno.
Inoltre, il fatto che si andasse imponendo progressivamente la tesi vantaggiosa per l’opposizione conferiva credibilità sempre maggiore a coloro che la difendevano.


Non sembra che questa storia oscura verrà mai del tutto alla luce.
Il nuovo governo si guarderà bene dal consentire ulteriori inchieste.
Il réportage di El Mundo resterà etichettato come la vergognosa frottola di quelli che hanno perso una tornata elettorale i cui risultati servono a fugare qualsiasi dubbio: stanno ad attestarlo gli oltre dieci milioni di schede socialiste a fronte dei nove milioni di voti per il Partito Popolare.


Le indagini sul voto
Quella del 13 marzo è stata una giornata chiave per la vittoria socialista. Secondo uno studio svolto dai ricercatori del dipartimento di Comunicazione pubblica dell’Università di Navarra sul comportamento elettorale di quel giorno, in corso di svolgimento e parzialmente inedito, il 13% dei votanti ha deciso di andare alle urne dopo gli attentati dell’11 marzo, e di questi il 43% l’ha fatto a favore del PSOE (il restante 57% era molto frazionato; al PP sono andati meno del 20% di quei voti). Anche se i vincitori non sono interessati a riconoscerlo, la causa fondamentale della loro vittoria è ben chiara.Nella serata della vigilia elettorale, con il ricordo fresco delle manifestazioni di solidarietà del giorno prima, si era scatenato un movimento di segno contrario, antisolidale e polarizzato nella protesta contro il governo.


È stata la giornata di quelle che sono state chiamate “manifestazioni spontanee” contro la guerra. Va precisato che il giorno precedente le elezioni (la cosiddetta “giornata di riflessione”) le attività elettorali sono proibite. Ed effettivamente quella di sabato 13 marzo non è stata una vera e propria azione politica elettorale, ma piuttosto una concentrazione di cittadini che protestavano davanti alle sedi del PP, accusando il governo di aver portato la Spagna in guerra e di aver quindi causato gli attentati dei giorni precedenti. Mobilitazioni che sono state fra le più clamorose riprove dei cosiddetti “flash mob”, moti che si sono valsi di Internet e dei telefoni cellulari per tramitare i messaggi di convocazione a quegli atti di protesta.


La copertura mediatica di questo movimento, che veniva definito “spontaneo”, è stata particolarmente abbondante da parte della rete SER, del gruppo Prisa, che ha chiare simpatie socialiste.
SER ha distaccato una squadra speciale di giornalisti per raccontare ciò che stava avvenendo nelle strade di Madrid. L’esistenza di agitatori con tendenze politiche di sinistra è stata dimostrata la settimana successiva, quando il massimo dirigente della coalizione “Izquierda Unida”, che comprende il Partito comunista di Spagna, ha riconosciuto pubblicamente di essere stato anch’egli un canale di trasmissione di questi messaggi.


La massima concentrazione dei manifestanti si è raggiunta a Madrid davanti alla sede principale del Partito Popolare, al punto che i responsabili dell’ordine pubblico sono dovuti intervenire per scongiurare incidenti e scontri.
Le grida di «no alla guerra» si mescolavano con quelle di «assassini» rivolte a dirigenti e simpatizzanti del partito allora al governo. Questo clima di indignazione si è protratto in tutta la giornata elettorale.


Ci sono state denunce di violenze subite da elettori noti per essere favorevoli al PP.
Restano tristemente famose le riprese televisive in cui si vede Ana Botella piangere nel seggio elettorale per gli insulti che qualche esaltato sta rivolgendo al marito, José María Aznar, additandolo come responsabile per le morti del giovedì precedente.


L’eccezionalità delle circostanze ha fatto sì che l’allora candidato popolare alla presidenza, Mariano Rajoy, commettesse l’errore di comparire alla televisione pubblica, in un’intervista in cui protestava per gli incidenti di quel sabato tumultuoso.
La reazione socialista è stata rapida: nello stesso programma d’informazione interveniva un rappresentante del PSOE (non il candidato, per non dare rilievo elettorale all’intervento), il quale pretendeva che il governo non nascondesse le informazioni e riconoscesse che autrice dell’attentato non era l’ETA; al tempo stesso protestava perché il candidato popolare aveva fatto campagna elettorale quando non era permesso, intervenendo in televisione.


Gli effetti collaterali di una disfatta
Sono la guerra e le sue conseguenze, sotto forma di atroci attentati, i punti che spiegano quanto è accaduto; e questo resterà un tema vivo nel tempo, visto che la prima misura del governo entrante è stata l’ordine di ritiro delle truppe spagnole dall’Irak.


Ma l’atteggiamento del governo Aznar verso il conflitto iracheno va compreso nel contesto della lotta contro il terrorismo e della gratitudine verso un Paese favorevole alla posizione spagnola.Come è ben risaputo, il massimo problema spagnolo degli ultimi anni è stato quello del terrorismo, di cui l’ETA è stata a sua volta il protagonista assoluto.


Gli omicidi e le azioni violente organizzate dai gruppi estremistici di questa fazione sono stati frenati da un’intensa azione di polizia (negli anni del governo popolare sono stati arrestati più di mille esecutori e fiancheggiatori degli attentati terroristici), dall’isolamento politico delle forze favorevoli all’ETA e dei finanziatori delle attività sovversive, e dalla collaborazione di polizia con altre nazioni europee e americane.


I successi ottenuti dal Partito Popolare sono stati fra le più notevoli risorse elettorali al momento di valutare le aspettative di vittoria alle elezioni.Quando a New York avvenne l’infausto attentato contro le Twin Towers, Aznar insistette sull’aspetto del terrorismo che colpiva gli Stati Uniti e la comunità internazionale.
Egli cercava di appoggiare il governo statunitense perché così avrebbe potuto avvalersi del suo aiuto per combattere il fenomeno terrorista in Spagna. È risultato curiosamente evidente come nella copertura informativa del famoso “Nine-Eleven” i mezzi d’informazione affini al Partito Popolare abbiano insistito sulla parola “terrorismo” lasciando in secondo piano l’aggettivo “islamico”; evidentemente ritenevano più importante il sostantivo.


L’appoggio all’amministrazione statunitense si è poi trasformato quasi in un obbligo nel momento in cui si è prodotto un incidente fra la Spagna e il Marocco, per una questione di frontiere.
Gli altri Paesi dell’Unione Europea si sono del tutto disinteressati dell’invasione marocchina della piccola isola di Perejil, sotto la sovranità spagnola, avvenuta all’inizio del luglio 2002. Evidentemente non hanno ritenuto che fosse un conflitto rilevante, lasciando uno dei membri in solitudine davanti all’aggressione di un Paese extracomunitario.
L’incaricato di negoziare con le parti in lite e di far sì che la tensione venisse meno fu Colin Powell. Le truppe spagnole recuperarono l’isolotto il 17 luglio 2002.


Aznar, nel corso del suo mandato, ha acquisito un ruolo di rilievo internazionale perché si è distaccato dal cosiddetto asse franco-tedesco e si è avvicinato all’“amico americano”. Per la sinistra spagnola, nel cui contesto ovviamente rientra il PSOE, tale posizione non può essere tollerabile e le si addebita la rottura dell’Unione Europea, di una politica estera comune. Ma quella politica era già stata infranta dall’incidente marocchino, al quale fuori dalle frontiere spagnole non viene attribuita l’importanza che merita, ma che ha un rilievo assai maggiore di quanto sembrano dargliene gli altri Paesi europei.


È questa dinamica atlantica che è destinata a cambiare con il nuovo governo. La maniera di dimostrare che la Spagna torna all’ovile europeo è evidente: seguire i dettami che verranno da Parigi e da Berlino.
In questa linea sembra che il diniego del PP al progetto della Costituzione europea verrà meno, e che i socialisti saranno disposti a transigere sulla perdita di poteri che ciò implica rispetto al trattato di Nizza, complimentandosi così con coloro che nella campagna elettorale hanno definito gli “alleati naturali” della Spagna.


In che maniera ciò inciderà sull’insieme della politica comunitaria, sarà da valutare in futuro.
Intanto, come si vede, il frastuono degli ordigni che hanno stroncato la vita di oltre duecento persone a Madrid, lo scorso 11 marzo, continua a rimbombare.


* Ordinario di Comunicazione pubblica nell’Università di Navarra (Pamplona)