Soros pro liberalizzazione e legalizzazione della droga

La cappa ideologica

Guarda guarda…


Ecco i filantropi


Milioni di dollari per una società in cui tutti siano liberi. Di drogarsi. La missione di Soros…

Tutt’altro che sguarnito, il fronte antiproibizionista conta sostenitori del calibro di George Soros, tra i maggiori sostenitori della Drug Policy Alliance (Dpa), un movimento internazionale per la liberalizzazione e legalizzazione della droga. Non si parla qui solo di marijuana, la droga leggera per definizione che poi tanto leggera non è, ma della «maggior parte delle droghe», come afferma lo stesso milionario nel suo libro Soros on Soros: «Non si può sradicare l’uso della droga, per questo costituirei un una rete di distribuzione strettamente controllata, attraverso la quale renderei legalmente accessibile la maggior parte delle droghe». Non è dunque un caso che il primo progetto finanziato negli Stati Uniti dall’Open Society Institute, meglio conosciuto come Fondazione Soros, sia stato il Lindesmith Center di New York, poi confluito, insieme alla Drug policy foundation nella già citata Dpa. L’associazione prende il nome dal dottor Alfred R. Lindesmith, sociologo baluardo dell’antiproibizionismo fin dagli anni Quaranta.

Non si lotta a mani vuote e nelle casse del fronte arrivano ben più che briciole da otto per mille. Solo all’inizio degli anni Novanta, Soros ha donato 6 milioni di dollari alla Dpf, 4 al Lindesmith Center, 3 al Drug Strategies, dando così una significativa spinta alla sincronizzazione dei movimenti per la legalizzazione delle droghe, che fino ad allora procedevano in ordine sparso.

Nel report sui dieci anni della Drug policy alliance si legge che l’associazione lotta «per una società in cui l’uso e la regolazione delle droghe siano fondate sulla scienza, la compassione, la salute e i diritti umani. La nostra missione è di far avanzare quelle politiche che riducono i danni sia dell’abuso sia della proibizione della droga, e di promuovere la sovranità degli individui sulle proprie menti e sui propri corpi». Ancora. «Cercare di creare una società libera dalla droga è tanto sciocco quanto pericoloso. La vera sfida è accettare che le droghe sono e saranno sempre parte dell’umana civiltà e che abbiamo bisogno di imparare a convivere con esse, così che esse possano causare il minor male possibile e il maggior bene possibile».

Si moltiplicano così gli sforzi per orientare l’opinione pubblica su posizioni più liberali in materia di stupefacenti. Interventi della Dpa non mancano su riviste come Foreign Affairs, Foreign Policy e Rolling Stone. Ma basta anche solo sfogliare le pagine delle lettere del New York Times per leggere missive dei sostenitori dell’associazione che si scagliano contro i test antidroga nelle scuole americane.

Un fronte caldo e quello della legalizzazione della cannabis per uso medico, riuscita, in forme differenti stato per stato, tra il 1996 e il 2000 in California, Alaska, Oregon, Washington, Maine, Colorado e Nevada. L’obiettivo dichiarato è quello di giungere a una situazione in cui «la cannabis sia tassata, controllata e regolata al pari dell’alcol». Tra il 1995 e il 2002 la Dpa ha promosso e organizzato decine di programmi per la distribuzione di siringhe in diversi stati d’America e anche in Europa, soprattutto in quella centrale e orientale. Sostegno pieno e incondizionato, ovviamente, va anche alle safe injiection rooms, che insieme alla distribuzione di siringhe costituiscono le cosiddette politiche di riduzione del danno. Tutto in nome della libertà e dell’autodeterminazione degli individui, va da sè. È notorio, infatti, che la libertà individuale sia all’ennesima potenza nelle cosiddette stanze del buco.


di Borselli Laura

Tempi num.22 del 31/05/2007