Solov’ev: il profeta che svela l’Anticristo…

TRA BELLEZZA E ANTICRISTO
Un genio russo contro Marx


C’è stato un genio del pensiero, che ebbe anche una grande vita. Poeta, scrittore, filosofo, critico letterario, Vladimir Sergeevic Solov’ev è una delle menti più grandi della Russia. Poco considerato in Italia, Giovanni Paolo II lo ha citato nella fondamentale enciclica “Fides et ratio“…


 

C’è stato un genio del pensiero, che ebbe anche una grande vita. Un russo, e dunque orientale, ma anche capace di amare Petrarca e l’Occidente. A Mosca e a San Pietroburgo viene ristudiato, guardato come il gigante che è. Pensano: se invece di aver seguito l’ideologia di Lenin avessimo ascoltato la sua profezia… Da noi? Il lavoro è lungo. Difficile toglierlo dalla nebbia. Da questa caligine infame che impedisce anche solo di accostarsi ad un pensiero su cui potrebbe addirittura ripartire l’idea stessa di pace, di convivenza sociale, di bellezza. Non ne ho ancora pronunciato il nome, ma tanto so che dice poco. Vladimir Sergeevic Solov’ev (18531900). Io lo pronuncio “Soloviòff” alla francese, ma forse mi sbaglio. Tanto, chi ne ha mai udito il nome alla radio o in tivù. Una volta c’è stata un’intervista al più grande studioso di questo filosofo-teologo-poeta, e cioè Adriano Dell’Asta. Questo professore, solitario o quasi, sta traducendo l’opera intera di Solov’ev per la “Casa di Matriona” di Russia Cristiana (www.russiacristiana.org). Presso Edilibri (13 Euro, 124 pagine) è uscito da poco “Sulla bellezza nella natura, nell’arte, nell’uomo”. Chi ne ha parlato?
L’IDEA CENTRALE DELL’OPERA
Il problema della nostra cultura è questo: anche chi non vuole restare prigioniero dell’egemonia marxista, e ci lotta contro, però accetta l’agenda della sinistra o pseudo tale. Per cui diventa un dovere scrivere su Marx e i marxisti, pro o contro, ma sempre dentro questa attrazione fatale. Marx o comunque quelli intorno a lui. Ecco. Prescindiamone. Cominciamo oggi a scrivere di alcuni filosofi che non hanno nulla a che fare con il Karl di Treviri o con la sua discendenza. Lo conoscevano, ma non pareva loro abbastanza interessante da confutarlo. Alcuni hanno sperimento più che il marxismo, la sua traduzione in Gulag o in minacce fisiche. Nomi? Berdjaev, Florenskij, Bulgakov, Newman, Rosmini, Eliot, Grossman, Solzenicyn, Guareschi, Bacchelli, Chesterton, Spirito, Eliade, Merton, Pound, Del Noce, Balthasar, Giussani… Qualcuno si scandalizzerà della lista. Amen. Altri nomi suggeriteli voi… Solov’ev è unanimemente riconosciuto come il massimo filosofo russo di sempre. Qual è la sua idea centrale? Io la traduco da ignorante così: la possibilità di sperimentare oggi, adesso, la «divino-umanità», la «uni-totalità». Insomma: ciascun io può attingere la verità e la bellezza. L’Essere non è un’idea. L’Essere non è materia. L’Essere è il permanere nell’effimero dell’eterno. E questo è reso possibile dall’Avvenimento dell’Incarnazione di Dio. Non sentite odore di sacrestia per favore. La questione dell’Incarnazione di Dio aveva affaticato i concetti di Hegel, che toglie ogni peso alla materia. Al contrario i materialisti e i positivisti, ma anche gli empiristi americani, hanno rinunciato al primato e alla indefettibilità di qualcosa che precede la materia e la partecipa di sé. In Solov’ev, Dio permette la differenza, perché in se stesso è tale: unione di differenze (non di diversità). Ma qui il discorso si farebbe troppo complicato. Resta però vera per lui l’affermazione del suo amico Dostoevskij: «La bellezza salverà il mondo». L’arte è il luogo dove questo accade. Essa è fusione di principio spirituale e di fenomeno materiale. Ho scritto fusione ma sarei corretto da Dell’Asta (e Solov’ev): è «compenetrazione reciproca». La bellezza sulla scena di questo mondo non è l’incarnazione momentanea dell’eterna idea, che poi procede oltre (Hegel). No: si regalano reciprocamente immortalità. Ecco: l’istante che stiamo vivendo, contemplando un bel volto (Solov’ev va oltre l’arte nella considerazione del bello) o un quadro o un gesto magnifico, o l’azzurrità nascosta in un dovere quotidiano, sono esperienza della «divino-umanità», l’eterno e il tempo si regalano reciprocamente immortalità.
SULLA SCORTA DI SAN TOMMASO
Insomma: il finito in cui a volte ci pare di soffocare ha un punto di fuga nell’infinito. E questo è possibile perché c’è stato e c’è Cristo. E il cristianesimo è Cristo stesso, non un ammasso di idee. Mi scuso di aver ridotto a poltiglia un pensatore immenso. Ha influenzato in modo decisivo il simbolismo, ma anche Pasternak. Intanto provvedo subito a certificarne la grandezza con un timbro d’autore. Hans Urs von Balthasar, che è stato maestro di Wojtyla e Ratzinger, ed è considerato «l’uomo più colto» del ‘900, scrisse di questo russo: «Accanto a Tommaso d’Aquino, è il più grande artefice di ordine e di organizzazione nella storia del pensiero», la sua è «la più universale creazione speculativa dell’epoca moderna». Mi appoggio, oltre che alle mie modeste letture, alla sintesi che di lui ci offrono Dell’Asta nella sua brillante introduzione, Balthasar e Giacomo Biffi. Il cardinale di Bologna dedica a Solov’ev un corposo saggio in “Pinocchio, Peppone e l’Anticristo” (Cantagalli, 256 pagine, euro 14,90). L’Anticristo si riferisce al titolo dell’ultima opera del russo, la più famosa e citata spesso a sproposito. “Il racconto dell’Anticristoè profetico. Il pensiero laico-massonico a fine Ottocento era giunto a questa previsione certa sul Novecento. Victor Hugo: «Questo secolo è stato grande, il prossimo secolo sarà felice», come s’è visto. Solov’ev, che passava per un matto troppo religioso, aveva intuito che ci sarebbero state grandi guerre devastatrice, orrori immani. Poi sarebbero subentrati gli Stati Uniti d’Europa. Bello? Mica tanto. Scrive Solov’ev, profetico come Cassandra: «Ma… i problemi della vita e della morte, del destino finale del mondo e dell’uomo, resi più complicati e intricati da una valanga di ricerche e di scoperte nuove nel campo fisiologico e psicologico, rimangono come per l’addietro senza soluzione. Viene in luce soltanto un unico risultato importante, ma di carattere negativo: il completo fallimento del materialismo teoretico».
LA SUA PROFEZIA SUL MATERIALISMO
È andata proprio così. La famosa fine delle ideologie. Ma che cosa accade? Non torna la fede, bensì l’incredulità, il relativismo. «La dittatura del relativismo» di cui parla Ratzinger. Il vuoto non può durare però. Solov’ev non teme tanto l’invasione islamica – uno è genio e profeta ma qualcosa sfugge sempre quanto un pericolo verificabile. L’avvento di un impero spiritualista. Prima gli Stati uniti d’Europa, quindi la presidenza di un impero mondiale dove a dominare è il pensiero umanista. Proprio così, per Solov’ev il pericolo sarebbe stato questo: la sparizione della drammaticità della scelta tra Dio e la sua negazione. Tutto diventa uguale. L’Anticristo è per lui un «convinto spiritualista». Un filantropo ascetico e generoso.
«L’ANTICRISTO SARÀ VEGETARIANO»
«Dava altissime dimostrazioni di moderazione, di disinteresse e di attiva beneficenza». Stimava Cristo, lo aveva studiato benissimo, il Signor Anticristo. Non sopportava però la sua unicità, il fatto che fosse risorto. Ripete: «È marcito, è marcito nel sepolcro». L’Anticristo sarà pacifista, probabilmente indossando un saio arcobaleno (questa è una mia aggiunta). Si professa superiore per questo a Cristo: «Il Cristo ha portato la spada, io porterò la pace». In realtà, dice Solov’ev, c’è «la pace buona, la pace cristiana, basata sulla… separazione tra il bene e il male, la verità e la menzogna; e la pace cattiva, la pace del mondo, fondata sulla mescolanza o unione esteriore di ciò che è interiormente in guerra con se stesso». Il pacifismo in realtà lascia che vinca la vera orribile guerra che distrugge la drammaticità che è l’essere uomini. Tutto diventa uguale. È scrive Biffi – «la resa sociale alla prevaricazione, un abbandono dei piccoli alla mercé dei prepotenti». Oltre che pacifista, l’Anticristo sarà animalista, «personalmente vegetariano». Soprattutto ecumenico. Capace di dialogo con tutti, «con parole piene di dolcezza, saggezza ed eloquenza». La speranza però è che un gruppo di ortodossi, protestanti e cattolici resistano. L’Anticristo vuole offrire loro istituti biblici, possibilità di predicazione di valori, eccetera. Ma loro sono scontenti. E alla domanda che cosa ci sia di più prezioso nel cristianesimo, a nome di questo piccolo gregge, l’ortodosso risponde: «Cristo stesso». Insomma il cristianesimo come fatto accaduto, non come una grande idea.
Solov’ev aveva doti intellettuali strabilianti ed ebbe una vita avventurosa. A nove anni ebbe una visione della “Sofia”, la Sapienza divina (ne ebbe altre due nel corso degli anni). Divenne poi ferocemente ateo, durante l’adolescenza e la prima giovinezza lesse tutta la filosofia occidentale (tutta!) e nelle lingue originali: greco, latino, tedesco, italiano, francese, inglese. Passò dal materialismo al kantismo, infine a Schopenhauer, che lo getta in un pessimismo totale. Per dirla con Novalis comprese che «la filosofia è nostalgia, il desiderio di trovarsi dappertutto come a casa propria». Ma questa casa non c’è. Si innamorava continuamente e perdutamente. Aveva 19 anni quando si stava recando in treno da Mosca a Charkov, per l’appuntamento con una cugina in cui vedeva un po’ la «donna», come Leopardi, la Bellezza, in fondo la prefigurazione di Dio, ma sapeva che non era Dio. Attraversando spericolatamente il passaggio da un vagone all’altro, svenne. Fu salvato da una ragazza che si sporse e lo afferrò. Rinviene e vede in quel volto trasfigurato dall’amore per lui che pure non conosceva, il segno che Schopenhauer aveva torto, in quel volto c’era qualcosa che nessuna filosofia poteva rinchiudere. Ritrova la fede. Aveva un temperamento che lo rendeva propenso a gesti di sacrificio estremo. Studiava i problemi sociali, aveva soluzioni interessantissime (qui non si può scrivere tutto). Di certo praticava la sua filosofia. Se vedeva un povero, in pieno inverno, lui gli cedeva le scarpe e il cappotto. E dire che lui stesso aveva scarsi mezzi. Incontrava di giorno moltissime persone, al servizio dell’unificazione del genere umano e della pace tra i popoli. Di notte studiava e scriveva. Si batté contro la pena di morte, in un tempo in cui per questo si veniva messi al bando in Russia dallo zar. Ma nel contempo si opponeva ad ateismo e nichilismo, per cui era espulso anche dai circoli anti-zaristi. Divenne amico di Dostoevskij, Tolstoj andava alle sue conferenze. Scrisse le sue opere decisive e non aveva che 25 anni (“Principi filosofici del sapere integrale“, “Lezioni sulla Divino-umanità“).
INNAMORATO INFELICE TRA SOFIA E SAIMA
Si innamorò ancora e definitivamente di una ragazza, che si chiamava Sofia, ma fu una storia che si concluse male. A lei dedicò scritti potentissimi sul “Significato dell’amore” (molto della sua idea erotica sul rapporto uomo-donna è trasfusa nelle riflessioni di Wojtyla, Scola e il Ratzinger dell’enciclica “Deus caritas est“). Ebbe visioni demoniache. Riconobbe la realtà della magia che non ha nulla a che fare con i «ciarlatan» che se ne sono appropriati. Si nutre quasi soltanto di tè e di legumi. Restava incantato per la bellezza del cosmo, delle persone, dell’arte. Della natura. Fino all’equivoco. Scrisse versi per “Saima”, e ciò diffuse la diceria di una sua passione per una ragazza finlandese. Invece si era innamorato, letteralmente innamorato, di un lago in cui vedeva il segno fisico di Dio.
I TRE CAPISALDI DELLA CONVIVENZA
I viaggi lo spossano, ma deve farli per imparare, elabora la sua filosofia morale, traduce Platone e Petrarca in russo, è debole, sempre più debole. Riceve l’eucarestia da un sacerdote cattolico. Ed infine da un prete ortodosso. Sente l’alito della «pallida morte». Chiede che gli venga impedito di addormentarsi per non cessare di pregare. Muore il 31 luglio del 1900, a 47 anni. Per finire propongo i princìpi della grande costruzione morale di Solov’ev. Secondo lui ci sono tre postulati etici ricavabili dalla nostra esperienza originaria. Ciascun uomo leale con se stesso può scoprirli in sé. Su questa base è possibile convivere, pacificamente, salvo la nostra capacità di sbagliare, ma poi di riprenderci. Sono il pudore, la pietà verso gli altri, il sentimento religioso. Li scrive in francese: la pudeur, la pitié, la piété. Non sono esattamente questi tre punti i più trascurati di tutti, addirittura resi ridicoli? La licenziosità, la crudeltà, la miscredenza persino ammantata di spiritualismo hanno dominato finora il ventesimo secolo. Il ventunesimo secolo non pare meglio avviato…


OPERE Leggere Solov’ev in Italia non è semplice. Marietti ha pubblicato “I racconti dell’Anticristo“. L’associazione “Russia cristiana”, con l’attività del prof. Adriano Dell’Asta, sta curando l’opera del filosofo (edizioni La casa)
LA VITA Vladimir Sergeevic Solov’ev nasce a Mosca il 16 gennaio 1853. Poeta, scrittore, filosofo, critico letterario, è una delle menti più grandi della Russia. Poco considerato in Italia, Giovanni Paolo II lo ha citato nella fondamentale enciclica “Fides et ratio” (1997), assieme a un altro russo, Pavel Florenskij di Matriona. Di recente è uscito per EdilibriSulla bellezza“, curato e tradotto dallo stesso Dell’Asta


di Dreyfus
LIBERO 14 gennaio 2007