”Soccorso rosso” carioca: libero il terrorista Cesare Battisti

Terrorismo

SCHIAFFO ALL’ITALIA

“Noi, vittime del terrorista Battisti
Siamo state umiliate due volte”

Alberto Torregiani rimase paralizzato quando morì il padre Pierluigi: “Leggi troppo permissive”

MILANO — LA VOCE di chi è vittima e insieme figlio di una vittima. Di chi ha metabolizzato l’odio e il rancore. Alberto Torregiani ha 44 anni. Vive su una carrozzella dal febbraio 1979, quando venne raggiunto dall’unico colpo sparato per difesa dal padre Pierluigi, ucciso da Cesare Battisti in una rapina nella sua oreficeria di Milano.
Torregiani, è banale chiederle che cosa ha provato alla notizia.
«Certe parole non si possono dire in televisione e forse neppure scrivere sui giornali. Ma io lo dico: sono incazzato. È assurdo, ho l’impressione che da parte delle istituzioni si metta più impegno, più animo, per chi non merita. Battisti sputa a destra e a sinistra e tutti i giornali ne parlano. Adesso voglio capire che cosa significa tutto questo. Se davvero Battisti gode di una specie di regime di immunità. Ha fatto un anno e mezzo di carcere, fra sei mesi magari può essere fuori. Rimarrà in Brasile, ma anche a me piacerebbe fare il rifugiato a Copacabana».

Che cosa conclude?
«Che è ora di dire basta a questa farsa. Lo dico senza odio o rancore, li ho metabolizzati e se devo scassarmi il fegato voglio che sia per altre ragioni. Ma dico basta. Spero che il nuovo ministro della Giustizia cambi certe regole».

Per esempio?
«Il permissivismo delle leggi. In Italia ci sono tredici leggi che vanno a favore di terroristi ed ex. Ammesso che si possa parlare di ex: per me chi non ha rinnegato il suo passato rimane terrorista. Invece per le vittime della violenza terroristica ci sono soltanto due o tre leggi. Ce n’è una, la 206 dell’8 agosto 2004, creata appositamente per le vittime del terrorismo e della violenza armata: sancisce non solo il risarcimento, ma anche certe condizioni di tutela. Bene. Dopo più di quattro anni non viene applicata del tutto. E teniamo conto che le persone interessate sono cinquemila, partendo da piazza Fontana e transitando per piazza della Loggia e la strage di Bologna. Cinquemila persone che aspettano di avere il diritto alla giustizia. Invece i terroristi vogliono e ottengono. Ecco il paradosso, l’assurdo».

Quanto le è pesata la solitudine in tutti questi anni?
«È forte. È inevitabile che uno pensi al passato e a quello che avrebbe potuto essere e non è. Pensi che che sei stato un cittadino onesto, hai pagato le tue tasse, hai creduto nelle leggi ed ecco quel che hai avuto. Che fare? Chiedere più soldi allo Stato o proporre una specie di baratto: io rinuncio ai soldi ma tu, Stato, devi mettere in galera chi mi ha fatto del male. Io ho fatto tre anni filati di ospedale, con un mese e mezzo di libertà giusto per le feste. Quando sono uscito avevo 18 anni, ero in una zona dove tutti mi conoscevano, non era facile viverci. La scappatoia è stata quella di diventare a mia volta latitante. Lo sono stato per venticinque anni, a Novara, dove nessuno sapeva chi ero».

Che cosa ha chiesto allo Stato?
«Mai chiesto un risarcimento di mia iniziativa, mai alzato la voce. All’epoca di tangentopoli mi hanno bloccato la pensione di invalidità per un anno e mezzo per controlli. Quattro anni fa hanno scoperto che su una pensione di 360 euro percepivo 20 euro in più. L’errore era stato loro, ma da due anni e mezzo mi applicano le trattenute. Grazie alla legge 206 ha avuto 200mila euro e una pensione di 1500. 200mila euro possono sembrare tanti, ma vanno distribuiti nell’arco di una vita».

Se avesse davanti a sé Battisti, che cosa gli direbbe?
«In questi anni non è arrivato da lui un solo segno di pentimento, di ravvedimento. Non glielo chiederei. Non gli direi nulla. Vorrei vedere se riuscirebbe a reggere il mio sguardo per dieci minuti o se invece chiederebbe di essere riportato in galera. Anche se credo che in fondo a ognuno di noi, magari in qualche androne nascosto, ci possa essere un fondo di onestà. Si tratta di riuscire a tirarlo fuori. Ma ci si deve pensare di persona».

Gabriele Moroni, Quotidiano Nazionale, 15 gennaio 2009