Socci: il buonismo del Polo fa bene solo ai Ds…

La cappa ideologica

Non vi hanno eletto per difendere i Ds


Le intercettazioni sollevano un caso non penale ma politico.
Eppure il centrodestra vara la linea morbida…


di ANTONIO SOCCI

Dire che Destra e Sinistra sono un’unica casta solidale è qualunquismo? È la vituperata “antipolitica”? Sì. Ma perché la classe politica sta facendo di tutto per farlo pensare agli italiani in questi giorni alle prese con drammatiche dichiarazioni dei redditi? Perché ci mostrano un Palazzo abitato da una classe di privilegiati (vedi il libro di Stella e Rizzo) che si supportano a vicenda e fingono di litigare? Prendiamo lo spettacolo di queste ore sulle intercettazioni a D’Alema, Fassino, Latorre e Consorte. E prendiamo l’atteggiamento dell’opposizione. Con un gioco di parole verrebbe da dire che il problema non è l’Unipol come compagnia assicuratrice, quanto l’Unipolo, nome comune dei due poli. E l’Unipolitica. Infatti il centrodestra si sta facendo in quattro per dire che loro – per carità – di quelle intercettazioni non vogliono neanche sentir parlare: «grottesca diffusione di notizie», «inaccettabile e incivile», «clima sempre più orwelliano», «no alle speculazioni politiche», «non è necessario mettere altro fango». Urlano addirittura contro l’uso «violento e politico» delle intercettazioni. Il “Corriere della sera” sintetizza con questo titolo: “Il Polo non attacca: niente speculazioni”. E La Stampa annuncia in un sottotitolo che “Cdl e Unione fanno quadrato su Bnl-Unipol”.

FANNO QUADRATO, MA GLI ELETTORI?

Che gran signori, questi del centrodestra che “fanno quadrato” con gli avversari. Che classe, che stile. A Sinistra ringraziano commossi e grati. Ma saranno egualmente contenti anche gli elettori della Casa delle libertà? Siamo proprio sicuri che li hanno votati per “fare quadrato” con i compagni intercettati? Siamo sicuri che un’opposizione seria e responsabile deve comportarsi così? Vediamo. L’atteggiamento del centrodestra sarebbe giusto e comprensibile se quelle intercettazioni riguardassero casi privati e personali di quei politici. Oppure se si trattasse di questioni con rilievo penale di fronte alle quali si dovrebbe rimettere il giudizio alla magistratura evitando di anticipare sentenze: il garantismo è questo. Ma qua non si tratta né di casi privati, né di una faccenda che ha rilevanza penale. Qua si tratta di politica, nient’altro che politica e dunque va discussa impietosamente e doverosamente. E a dirlo sono commentatori che certo non stanno dalla parte dell’opposizione. Per esempio il direttore della Repubblica Ezio Mauro. In un editoriale Mauro segnala, fra i risultati di questa “tempesta politica”, la «conferma di un rapporto molto intimo e dunque del tutto improprio tra il gruppo dirigente Ds e Consorte nel momento in cui Unipol è parte in causa in un’aperta contesa di mercato con legami che portano fino a Fazio, Fiorani e ai “furbetti”. Inoltre «questa storia dei verbali non sarebbe mai nata, con le speculazioni che ne derivano» scrive Mauro «se la sinistra ex comunista avesse un’idea più chiara e trasparente del mercato, abbandonasse le vecchie cinghie di trasmissione e la tentazione naïve di crearsi ogni volta un capitalismo a propria immagine e somiglianza: capendo infine che Gramsci e Ricucci, anche in tempi di eclettismo, non possono stare insieme».

LE BORDATE DI TRAVAGLIO

Prendiamone un altro: Marco Travaglio, che certamente non ha simpatie per il centrodestra e che scrive editoriali di fuoco per l’Unità e per “Annozero” di Santoro. Secondo lui se non ci fosse nella politica italiana il megaconflitto di interessi di Berlusconi «ce ne sarebbe a sufficienza per chiedere le dimissioni di Massimo D’Alema da vicepremier, di Piero Fassino da segretario dei Ds e di Nicola Latorre da vicecapogruppo dell’Ulivo al Senato. Quello che emerge dalle loro telefonate con Giovanni Consorte (e, nel caso di Latorre, anche con il preclaro “compagno” Stefano Ricucci) ha un solo nome: conflitto interessi, e dei più gravi». Travaglio conclude: «in un paese normale (espressione cara a D’Alema), nel quale dunque Berlusconi & C. fossero già stati sbattuti fuori dalla vita pubblica, i telefonisti rossi se ne dovrebbero andare su due piedi». Fin qui gli opinionisti di area “Repubblica” e “Unità”. E l’opposizione che fa? Fa quadrato. Anzi strilla «no alle speculazioni politiche». Ma che opposizione è? Potremmo avere spiegazioni? Ci sarebbe fra l’altro da mostrare la mancata autocritica del Botteghino che riduce tutto alla sbrigativa categoria dei “veleni” e non sembra avere ripensamenti. Ci sarebbe da ricercare e riproporre le dichiarazioni pubbliche dei protagonisti al tempo in cui in privato venivano fatte queste telefonate. Lo ha fatto per esempio “Il Foglio” di Giuliano Ferrara che ieri, in un brillante editoriale, ha messo ferocemente alla berlina Massimo “faccisognare” D’Alema e ha concluso che «il dalemismo è velleitario». Una solenne bocciatura. C’è solo un problemino. Se ben ricordo appena un anno fa, il mio geniale amico Ferrara è stato uno dei più sfegatati sostenitori della candidatura al Quirinale di D’Alema, che dodici mesi fa ci veniva presentato come uno statista e oggi viene liquidato da un editoriale intitolato: “Sogni d’oro”. Considerata l’autorevolezza di Ferrara e il meritato peso politico del suo giornale (anche in quella circostanza), forse – per usare le parole dell’editorialista del “Foglio” «una riflessioncina sarebbe utile» anche sulla vicenda Quirinale, oltreché su quella di oggi. Alla fine – per buttarla sul ridere, ma è riso amaro aleggia sull’Italia di destra e di sinistra la mitica domanda di Marzullo: «la vita è sogno o i sogni aiutano a vivere»?
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LIBERO 13 giugno 2007