Siamo certi che sia già primavera?

Dal mondo

Concili

Cattolico trentino aspetta ancora la “primavera della fede” annunciata dal Vaticano II…

di Francesco Agnoli

 

Sono nato diversi anni dopo, non ho mai assistito a nessuna “primavera della fede”, eppure, nella mia vita di cattolico ho sempre e solo sentito parlare di Concilio Vaticano II. Per tutti è uno spartiacque, un evento che ha cambiato, in meglio, la vita di credenti e non. A destra e a sinistra, per i cattolici e per i laicisti, per Enzo Bianchi e per Marco Pannella. E’ difficile capire cosa sia stato questo concilio, senza averlo vissuto, senza aver conosciuto la vita della chiesa prima di esso; è arduo capire certo entusiasmo, facendo la fatica che si fa ogni giorno a mantenere vivo il lucignolo della fede. Ma una prima considerazione mi allarma: possibile che non si citino che di rado, nell’orbe cattolico, encicliche e concili precedenti al Vaticano II? Possibile che la storia della fede in Cristo, di una fede pura e vera, parta da lì, oltre millenovecentosessanta anni dopo la sua venuta, come non pochi iconoclasti vorrebbero? Nelle sue memorie il cardinal Giacomo Biffi scrive che “Giovanni XXIII vagheggiava un concilio che ottenesse il rinnovamento della chiesa non con le condanne ma con la ‘medicina della misericordia’. Astenendosi dal riprovare gli errori, il concilio per ciò stesso avrebbe evitato di formulare insegnamenti definitivi, vincolanti per tutti. E di fatto ci si attenne a questa indicazione di partenza”. Non più anatemi, come in passato, non più risposte intransigenti alle insidie del mondo, non più simboli della fede, come a Nicea, sintetici, nitidi, ma un rinnovamento dolce, capace di trovare il favore del mondo. “L’intenzione – continua Biffi – era quella di mettere a tema lo studio dei modi migliori e dei mezzi più efficaci per raggiungere il cuore dell’uomo”: una nuova pedagogia, insomma, per un concilio che si volle, per questo, pastorale, e non dogmatico. Non verità nuove da insegnare, ma formule più atte ai tempi, per ridire le verità di sempre. Lo affermò chiaramente Giovanni XXIII, in apertura, allorché spiegò che il “punctum saliens di questo concilio non è la discussione di questo o quel tema della dottrina fondamentale della chiesa”, ma la “formulazione del rivestimento” dell’“antica dottrina del depositum fidei”, per trasmetterlo integro, ma “in forma più efficace”, “in modo sempre più alto e suadente”, come avrebbe ribadito anche Paolo VI. Svariati anni dopo, Joseph Ratzinger, allora prefetto della congregazione della Fede, avrebbe dichiarato alla Conferenza episcopale cilena, nel 1988, che “questo particolare concilio (il Vaticano II, ndr) non ha affatto definito alcun dogma e ha deliberatamente scelto di rimanere su un livello modesto, come concilio soltanto pastorale; ma molti lo trattano come se si sia trasformato in una specie di superdogma”. Non si sbagliava: il concilio, che non aveva voluto imporre “insegnamenti definitivi, vincolanti per tutti”, era divenuto per molti, come ebbe a dire un cardinale, il “1789 della chiesa”, una rivoluzione, un “superdogma” in base a cui tutto giudicare. Ma, così facendo, si finiva per dimenticare che i “mezzi” e i “modi” “più efficaci”, il “rivestimento” diverso, sono, in quanto tali, opinabili, sottoposti, loro sì, al contrario dei dogmi, alla verifica del tempo, sul campo della storia, in relazione ai frutti ottenuti. Non esiste infatti una unitas pastorale, né sincronica né diacronica, ma necessita senza dubbio una unitas nell’essenza della fede.
Divo Barsotti e le ubriacature teologiche
La verità è che lo stesso giudizio sul concilio è assai più complicato di quanto spesso si creda: basti pensare alla dura lotta che si consumò al suo interno, tra novatori come Suenens e Liénart, e conservatori come Ottaviani, Ruffini e tanti altri. Uomini santi, stimati dai papi, come don Divo Barsotti, provarono confusione, smarrimento, in quegli anni, non senza motivo: “Senso di rivolta che mi agita e mi solleva fin dal profondo contro la facile ubriacatura dei teologi acclamanti al concilio… Tutto il cristiano deve compiere in ‘trepidazione e timore’; al contrario qui il trionfalismo che si accusava come stile della curia (cioè dei conservatori alla Ottaviani, ndr), diviene l’unico carattere di ogni celebrazione, di ogni interpretazione dell’avvenimento. Del resto io sono perplesso nei riguardi del concilio, la pletora dei documenti, la loro lunghezza, spesso il loro linguaggio, mi fanno paura. Sono documenti che rendono testimonianza di una sicurezza tutta umana più che di una fermezza semplice di fede… Crederò a questi teologi quando li vedrò veramente bruciati, consumati dallo zelo per la salvezza del mondo… Tutto il resto è retorica… Solo i santi salvano la chiesa. E i santi dove sono? Nessuno sembra crederci più”. Anche Paolo VI fu convinto del “balzo in avanti”, della “primavera” ventura, della “nuova Pentecoste”, del “giorno foriero di luce splendidissima” di cui aveva parlato Giovanni XXIII, o, come disse lui stesso, del “ringiovanimento”, del “rinnovamento” rappresentato dal concilio, ma in diverse occasioni, più tardi, espresse anche forti perplessità, parlando di “autodemolizione della chiesa”, della sensazione “che da qualche parte sia entrato il fumo di Satana nel Tempio di Dio”. “Si credeva, dirà, che dopo il concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della chiesa. E’ venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio”. E nel 1973, quasi contraddicendo un suo celebre discorso conciliare sul dialogo tra chiesa e modernità, ebbe a dire che “l’apertura al mondo fu una vera invasione del pensiero mondano nella chiesa”; e ancora: “Noi siamo forse stati troppo deboli e imprudenti”. La faccenda, insomma, è interessante e complessa: ci ritorneremo.

Il Foglio 15 maggio 2008