Se D’Alema ha nostalgia della Cina violenta di Mao

Socialismo


Anche D’Alema sembra ormai contagiato dal vento di follia che spira sul governo Prodi. A Pechino ha ricordato l’amore appassionato per la Cina che provava da studente. Uno sguardo alla carta d’identità di D’Alema ci conferma che quella era la Cina di Mao e della Rivoluzione culturale…


di Massimo Introvigne

Anche D’Alema sembra ormai contagiato dal vento di follia che spira sul governo Prodi. A Pechino ha ricordato l’amore appassionato per la Cina che provava da studente. Uno sguardo alla carta d’identità di D’Alema ci conferma che quella era la Cina di Mao e della Rivoluzione culturale, quando tre milioni di membri di gruppi sociali «sospetti» furono uccisi, e cento milioni di cinesi incarcerati o deportati.

Come ha rivelato nel suo best seller mondiale Mao la storia sconosciuta la maggiore scrittrice cinese vivente, Jung Chang, Mao ha fatto in tutto settanta milioni di morti. La nostalgia di D’Alema è forse rivolta agli anni della sua gioventù, quando i poster di Mao erano di moda almeno quanto gli spinelli (anche quelli appena rimessi all’onor del mondo dal governo), ma non piace in realtà neppure ai cinesi che stanno facendo quietamente sparire dai libri di storia e perfino dalle piazze – ci si sveglia e si scopre che i monumenti non ci sono più – la memoria storica degli anni terribili delle Guardie Rosse.

Il nostro governo in genere e D’Alema in particolare sembrano persi in una fase che uno psicanalista chiamerebbe di regressione infantile, che li porta a una politica estera che si potrebbe definire hippie: «Mettete dei fiori nei vostri cannoni». Dopo avere creato venerdì, dopo il tragico errore di Beit Hainun, una crisi diplomatica con Israele con dichiarazioni durissime, il ministro degli Esteri ci ha messo una toppa peggiore del buco dichiarando che queste tragedie sono il risultato della scelta di Israele di «garantire la sua sicurezza con l’uso della forza». Come per l’Afghanistan, anche per la sicurezza di Israele D’Alema propone «soluzioni politiche». Beit Hainun è stata una tragedia, ma la differenza morale, prima che politica, fra Israele e Hamas è che quest’ultimo intitola strade ai terroristi che uccidono volontariamente civili israeliani, compresi donne e bambini, mentre i responsabili di Beit Hainun, per quanto nessuno neghi che si sia trattato di un maledetto errore, sono già sotto inchiesta e rischiano la corte marziale.

Sostituire la forza con i fiori sembra sempre una bella idea, ma D’Alema potrebbe rileggersi lo statuto di Hamas che all’articolo 7 dichiara che il movimento promette di corrispondere alle promesse di Allah sui tempi ultimi riassunte in questo detto del Profeta: «L’Ultimo Giorno non verrà finché tutti i musulmani non combatteranno contro gli ebrei, e i musulmani non li uccideranno, e fino a quando gli ebrei si nasconderanno dietro una pietra o un albero, e la pietra o l’albero diranno: O musulmano, o servo di Allah, c’è un ebreo nascosto dietro di me – vieni e uccidilo». E all’articolo 13 aggiunge che «le iniziative di pace, le cosiddette soluzioni pacifiche, le conferenze internazionali per risolvere il problema palestinese contraddicono tutte le credenze di Hamas… Non c’è soluzione per il problema palestinese se non il jihad. Quanto alle iniziative e conferenze internazionali, sono perdite di tempo e giochi da bambini».

Certamente ci sono da sempre in Hamas – accanto a semplici terroristi – «treguisti» con cui si può trattare. Ma la politica hippie che rinuncia per principio all’«uso della forza» credendo di rabbonire tutti con i fiori e i sorrisi, che già non ha mai goduto di buona salute, è morta l’11 settembre. In realtà, non ci credono neanche D’Alema e Prodi. Serve per tenere buoni i vari Diliberto e puntellare il traballante governo. Ma pagando un prezzo carissimo quanto all’immagine internazionale dell’Italia.


Il Giornale  15 novembre 2006