Scuole private cattoliche: il nemico pubblico…

La cappa ideologica

Laicismi


Davvero finanziare la scuola privata è un danno per lo stato? Conti alla mano si direbbe di no…


di Francesco Agnoli


 

In Italia quando si ragiona di scuola si finisce sempre a parlare di istituti privati e dei finanziamenti statali che vengono loro concessi. Le scuole private cui ci si riferisce, però, non sono, che so, i diplomifici, le scuole steineriane, o altri istituti, magari non sempre perfettamente “in regola”, in quanto si tratta, in tutti questi casi, di realtà non “ideologicamente sensibili”. Quello su cui piace discutere sono, di norma, le scuole private cattoliche: sono loro a costituire lo scandalo, la pietra d’inciampo sulla strada verso la libertà, l’eguaglianza, la laicità, per comunisti, radicali e laicisti vari. Un nemico tanto bersagliato che a leggere la stampa, e a ignorare la storia, si finiscono per dimenticare alcuni evidenze. La prima è che in Italia, e in Europa, le scuole e persino le università sono nate come istituzioni private, cioè libere, con forti legami col mondo ecclesiastico. Anche nell’antica Atene, del resto, l’iniziativa scolastica era strettamente personale e familiare, a differenza di Sparta, che contemplava un rigido monopolio scolastico statale: con gli effetti che tutti conosciamo. E’ solo con i despoti illuminati e, in Italia, col Risorgimento, che la scuola diviene statale, spesso attraverso la confisca di scuole private già esistenti. Alla chiesa viene demandata per lo più solo l’istituzione di asili infantili, di scuole elementari, professionali e per l’educazione femminile: tutte realtà costose, per lo stato, necessarie, per il popolo, ma non redditizie, da un punto di vista politico e ideologico. Come a dire che statalismo e centralismo dall’Ottocento in poi amano controllare solo ciò che serve, in un’ottica di potere, non ciò che è utile al bene comune. Con le dittature, in particolare quella comunista e quella nazionalsocialista, la scuola privata morirà quasi del tutto, insieme con la libertà, tramandando però ai posteri l’idea perversa dello stato come detentore, per diritto “divino”, del monopolio educativo. La seconda evidenza, che viene spesso dimenticata, è quella economica. Ma davvero queste scuole private pesano tanto sullo stato e sui contribuenti? La realtà è l’opposto. Vediamo anzitutto l’entità della “minaccia”. In primo luogo le private, in continua e persistente diminuzione, rappresentano una percentuale minima: nel 2001 gli alunni delle non statali in Italia erano il 14 per cento scarso, laddove in Olanda le scuole non statali rappresentavano il 70 per cento, in Belgio il 59, in Irlanda il 60, in Spagna il 33 e in Francia il 17… In secondo luogo le private vengono spesso incontro a un bisogno delle famiglie di cui lo stato non si prende gran cura: infatti, sempre nel 2001, le scuole private materne (quelle, per intenderci, che non servono ad alcun “indottrinamento”, al 91 per cento cattoliche) coprivano il 37 per cento del totale degli alunni, a fronte di un misero 5 per cento di ragazzi che frequentavano scuole private superiori (delle quali solo la metà cattoliche). Inoltre è bene considerare il fatto che in Europa l’Italia si trova tra gli ultimissimi paesi per percentuale di finanziamento pubblico alle scuole non statali. A questo punto occorre chiedersi: quanto potrà incidere sullo stato e sul contribuente la scuola privata, viste le sue modeste proporzioni? Ebbene, la conclusione, chiarissima, è che il finanziamento statale alle scuole private è veramente qualcosa di risibile: nel 2003 si parlò a lungo dei 30 milioni di euro concessi alle famiglie che iscrivevano i loro figli alle private. Contemporaneamente la scuola pubblica spendeva in totale circa 43 miliardi di euro. Ogni privata, in realtà, rappresenta per lo stato un notevole risparmio: gli insegnanti vengono pagati molto meno, l’edificio è mantenuto dal privato, il personale ausiliario e tutte le spese sono ridotte al minimo. Questo significa che dal punto di vista economico ogni alunno della privata fa risparmiare allo stato una cifra considerevole (secondo alcuni calcoli costa circa 2000 euro in meno all’anno di uno studente della pubblica). A ciò si aggiunga che le famiglie dei ragazzi che vanno alle private pagano l’istruzione due volte: con le tasse, che finiranno a beneficio delle scuole statali, e con la retta. Per cui si può dire, in ultima analisi, che il cosiddetto finanziamento dello stato alle private è un finanziamento a se stesso, e in parte una restituzione alle famiglie, che usufruiscono della privata, della quota di tasse da loro versata per l’istruzione pubblica. Tolto di mezzo il falso problema della privata, occorre allora chiedersi quali siano i veri guai della scuola di oggi? Cercherò di parlarne la prossima volta.
 
Il Foglio 22 giugno 06