SUPER-INTERVISTA AL PRESIDENTE DEL SENATO

I diversi islam

PAROLE SAGGE


«Io non metto sullo stesso piano, in Italia, religione cattolica e Islam.
Perché il cattolicesimo fa parte della mia identità di italiano,
perfino se non sono un credente»



In un’intervista a «La Stampa» il presidente del Senato Marcello Pera lancia il suo «j’accuse» all’integralismo islamico e se la prende con quegli esponenti della Casa delle libertà e della Chiesa che sono «troppo timidi con l’Islam»…

Presidente Pera, le pesa l’etichetta di «neo-con»?
«E’ una semplificazione di voi giornalisti. Io mi sento liberal-conservatore».
Cosa vuol dire?
«Aderisco alla dottrina dei liberali che fanno salva la tradizione».
Tradizione con la maiuscola?
«Se preferisce. L’importante è che la tradizione non venga toccata. O venga aggiornata con prudenza e cautela, perché è il sigillo dell’identità di un popolo. Evita lo sradicamento».
In quali circostanze?
«Quando ci si trova attaccati, come sta avvenendo oggi. I terroristi fondamentalisti ci accusano di essere giudei e crociati. Cioè di essere proprio quello che siamo secondo la nostra tradizione».
E’ per questo che lei ha lanciato l’Appello in difesa dell’Occidente?
«Sì. In difesa della tradizione occidentale».
Davvero la vede così in pericolo?
«Attraversa una crisi grave. In Europa vanno diffondendosi sempre più il relativismo, il multi-culturalismo, il pacifismo (nella versione italiana si chiama buonismo e finisce sempre con un concerto rock al Circo Massimo), il pensiero debole: altrettanti modi di negare la tradizione».
L’Europa sull’orlo della resa culturale…
«Di più. Poiché la crisi identitaria determina la crisi politica, e questa a sua volta provoca la crisi dell’economia».
Parliamo dell’Italia?
«Anche noi ne soffriamo. Con una differenza».
Quale?
«I sentimenti cattolici, ancorché poco praticati, hanno ancora un radicamento. L’abbiamo visto nel referendum sulla fecondazione assistita. E lo vediamo tutti i giorni con la straordinaria partecipazione alle udienze del Papa».
Rispetto ad altri ci salviamo grazie alla Chiesa?
«In sostanza, sì».
Come mai i leader del centro-destra non hanno sottoscritto il suo appello?
«Berlusconi ha aderito subito, Fini e Casini non ancora. Però mi guardo bene dal negare, anche sul versante del centro-destra, un eccesso di timidezza».
Nei confronti dell’Islam?
«Mi riferisco alla perenne preoccupazione di non urtare la suscettibilità di quel mondo. Come se rivendicare la propria identità sia di per sé un’offesa alle identità altrui».
Le «vignette sataniche» sono state una rivendicazione di libertà o un’offesa?
«Dal punto di vista occidentale sono banalità quotidiane. A me fa più scandalo che vignette contro il cristianesimo, o scritte sui muri contro “Papa Natzinger”, o i petardi lanciati nella chiesa del Carmine a Torino, non facciano la metà dello scandalo causato dalle vignette».
E la maglietta di Calderoli?
«Una goliardata. Sconveniente soprattutto da parte di un ministro».
Però…
«Però ho trovato nelle critiche che gli sono state rivolte un eccesso di zelo, derivato dal timore».
La Consulta per dialogare con l’Islam, fortemente voluta da Beppe Pisanu, le pare un cedimento?
«No, uno strumento utile. Ma domando: questa Consulta è davvero rappresentativa? E di quale mondo islamico?».
Nutre dubbi?
«Perché la parte notoriamente vicina ai Fratelli musulmani, l’Ucoii, si è separata dalle altre componenti. E ciò costituisce un serio problema».
Da quale punto di vista?
«Noi avremmo bisogno di interlocutori autorevoli. Se invece una parte importante non prende chiaramente le distanze dal fondamentalismo, allora pure una buona idea come la Consulta rischia di naufragare. Anzi: mi sarei aspettato dal ministro dell’Interno una condanna esplicita delle posizioni integraliste assunte dall’Ucoii».
Proprio l’Ucoii ha proposto l’ora di Corano nelle scuole d’Italia. Condivide?
«No. Sarebbe inaccettabile. Noi stiamo malamente insegnando la religione cristiana nelle nostre scuole, proprio in omaggio al relativismo che ha trasformato l’ora di catechismo in un’ora di generica cultura religiosa. Vogliamo pure introdurne un’altra? Davvero si pensa di integrare meglio i cittadini musulmani creando una comunità autonoma dentro la nostra società? E quale Islam si insegnerebbe? Da parte di chi? Di qualche imam?».
Però da noi il cattolicesimo viene insegnato. Come mai Gesù sì e Maometto no?
«Io non metto sullo stesso piano, in Italia, religione cattolica e Islam. Perché il cattolicesimo fa parte della mia identità di italiano, perfino se non sono un credente».
Eppure il cardinale Raffaele Renato Martino s’è dichiarato favorevole all’ora di Corano…
«Sono stupito dall’argomento del cardinale, quando dice che non possiamo metterci sullo stesso piano loro. Così nega il principio del dialogo e della reciprocità, richiamato anche da Benedetto XVI».
Anche qui: eccesso di timidezza?
«Il fenomeno investe purtroppo anche una parte della Chiesa cattolica».
Non sarebbe meglio vietare, come in Francia, tutti i simboli religiosi nelle scuole pubbliche?
«No. Equivarrebbe a passare dallo Stato laico allo Stato laicista, che impone una religione sua propria. Si finisce per reprimere le fedi».
Esistono, secondo lei, i Paesi arabi moderati?
«Certo. E sono il primo bersaglio dei terroristi».
Un movimento come Hamas è democratizzabile?
«Me lo auguro. Ma il primo passo da ottenere è che metta al bando la violenza e riconosca Israele. Altrimenti quale dialogo può esserci?».
Che linea le sembra più efficace verso regimi fondamentalisti come l’Iran: bastone Usa o carota Ue?
«Una volta si sarebbe detto: la linea della fermezza».
Fermezza in che senso?
«Non cedere».
Passando alle armi?
«Parlo in primo luogo di difese culturali e politiche. Non vergognarci di noi stessi. Non assumere atteggiamenti di genuflessione…».
Lei sarebbe andato, come ha fatto il premier Berlusconi, su Al Jazeera per scusarsi di Calderoli?
«Non mi pare si sia scusato».
Ha mai ricevuto minacce?
«No. Ma attorno alla mia persona si è cercato di far nascere un caso».
Da parte di chi?
«Di alcuni esponenti arabi e non solo».
Addirittura.
«Sì, anche europei. Hanno tentato un’operazione non da poco. Contando sul fatto che, per chi non mi conosce e non mi legge, è facile presentarmi come un fautore della guerra di civiltà».
A proposito di liste di proscrizione. E’ vero che ne ha presentata una al Papa, quando è stato ricevuto la settimana scorsa? Ci sarebbero i nomi di laici come Eugenio Scalfari.
«Ho solo consegnato al Pontefice una pubblicazione di quanto da mesi è disponibile sul sito internet di Magna Charta, in cui ho risposto alle polemiche seguite al nostro convegno tenutosi nell’ottobre scorso a Norcia. Quello che verteva sulla difesa dell’identità cristiana, e che ebbe l’onore di aprirsi con un messaggio autografo del Papa».
Ottenne molte critiche…
«Anche offese. Qualcuno mi dette del rinnegato, altri del razzista. Ma ci fu anche chi, come Scalfari, rivolse obiezioni più argomentate. E io l’ho indicato come serio interlocutore con cui confrontarmi».
Scalfari però ha parlato di «Fatwa cristiana»…
«Accusa sciocca e linguaggio sgradevole».
Il Papa è stato accusato di ingerirsi nella vita italiana.
«Falso. La verità è che, a partire già da Papa Wojtyla, l’equazione cattolicesimo politico uguale cattolicesimo di sinistra, sul modello Dossetti, non vale più».
Papa Ratzinger è di destra?
«Sono gli intellettuali pigri a considerarlo di destra. Benedetto XVI parla con tutti: con me, con Oriana Fallaci, con Hans Küng… Non vuole che il messaggio cristiano sia ridotto a moralismo politico, a una delle tante teologie della liberazione».
Chi disturba?
«Gli ex privilegiati. Quelli di sinistra che prima si sentivano investiti dell’appoggio della Chiesa, e oggi si trovano a doverlo rincorrere».


di Ugo Magri


La Stampa 10 marzo 2006