SOS sanità mentale. Urge modificare la legge 180

La cappa ideologica

Stop alla psichiatria assassina


La tragedia di Gerenzano (Varese) non può, e non deve, essere archiviata come tante altre perché è la dimostrazione più lampante della follia della nostra legge sulla follìa, la famigerata legge 180…

La tragedia di Gerenzano (Varese), ove una ragazza tredicenne è stata assassinata a martellate da un folle solo perché ha avuto la sventura d’essere la prima persona da lui incontrata per strada, non può, e non deve, essere archiviata come tante altre perché è la dimostrazione più lampante della follia della nostra legge sulla follìa, la famigerata legge 180, e costituisce un drammatico atto d’accusa contro i baroni della psichiatria nostrana, che, sull’onda di quella legge folle, hanno fatto gloriose e redditizie carriere, e che si ostinano a decantare e a bloccarne ogni modifica nonostante le sofferenze infinite che essa ha provocato. Nel delitto di Gerenzano sembrano sommarsi tutte le assurdità e le vergogne della 180.
Anzitutto una storia di comune incuria psichiatrica italiana anche se, in questo caso, … degna del Guinness dei primati. Il folle omicida, Ernesto Zaffaroni, era da molti anni conosciuto e temuto in paese per i suoi comportamenti non solo strani, ma violenti e pericolosi. Un suo coinquilino ha così riassunto i suoi 18 (dicasi 18) anni di convivenza con Zaffaroni: “Da subito ha creato problemi. Stava fuori tutta la notte e, quando rientrava, sbatteva violentemente porte e cancelli. Se invece rimaneva in casa, teneva la radio a tutto volume, oppure cantava, urlava e bestemmiava. Una volta arrivò a suonarmi il campanello alle 3 di notte, sostenendo che la sua casa era invasa dai demoni. E il primo maggio di quest’anno spalancò i rubinetti del gas, rischiando di far esplodere l’intero stabile”. Del resto, tutti i compaesani ricordano bene altri suoi comportamenti folli e violenti. Una volta (ma probabilmente solo l’unica volta che la cosa era stata risaputa in paese) aveva picchiato brutalmente la madre. Un’altra volta, poco dopo un matrimonio, aveva sferrato un pugno in faccia al parroco, sul sagrato della Chiesa. E in varie occasioni si era aggirato seminudo e in atteggiamenti sessualmente esibizionisti. Ma, nonostante questo incredibile pedigree, il povero ma pericolosissimo matto aveva potuto continuare ad aggirarsi indisturbato per il paese, grazie alle norme criminali e criminogene della 180, che rendono estremamente difficile il ricovero psichiatrico e il Trattamento Sanitario Obbligatorio (Tso).
Così, in una ventina d’anni di follia pericolosa, il folle aveva avuto un solo ( Tso) e il sindaco del paese, Dario Cattaneo, ha potuto soltanto dichiarare, in proposito: “Abbiamo agito in base ai pochissimi poteri che ci sono forniti dalla legge 180”. Il Tso, infatti, può essere prescritto solo dal sindaco (chissà perché) e solo sulla base d’una richiesta firmata da due psichiatri del Servizio Sanitario Pubblico: una richiesta tutt’altro che facile da ottenere, in un mondo psichiatrico dominato dai basagliani. Ma se anche il Tso gli fosse stato prescritto varie volte, le condizioni di Zaffaroni non sarebbero di certo, per questo, migliorate, dato che il Tso non può durare più di 15 giorni: un tempo assurdamente breve per un’osservazione, una diagnosi e una terapia seria. Così, spesso, il folle viene dimesso e ricacciato sulla strada o in famiglia in condizioni anche peggiori di prima: tipico il caso di un pazzo pericoloso che era stato dimesso dopo il Tso nonostante le implorazioni dei familiari, terrorizzati dalla sua violenza estrema e che, appena tornato a casa, corse nella legnaia, impugnò l’ascia e spaccò il cranio della madre. E quando i familiari denunciarono gli psichiatri che lo avevano dimesso, il Tribunale rifiutò di addebitare a quei benemeriti professionisti una qualsiasi responsabilità, ricordando che la nostra avanzatissima legge psichiatrica «ha da tempo superato la visione custiodalistica della follia» (sic!).
Certo, quello di Gerenzano è un caso-limite, sia per la durata vergognosa dell’incuria psichiatrica che lo ha prodotto, sia perché la vittima, una povera bambina aggredita assurdamente per la strada, incarna emblematicamente il pericolo cui tutti noi siamo esposti dalla sciagurata legge Basaglia. Ma, dietro a questo caso-limite, sta una vera ecatombe, sia di malati che di familiari. I malati suicidi dopo la chiusura delle cliniche psichiatriche furono migliaia, secondo alcuni psichiatri del dissenso. Quanto al numero dei familiari assassinati dai congiunti pazzi coi quali erano costretti a convivere, solo recentemente una ricerca dell’Eurispes ha consentito di valutarlo nell’ordine dei 3-4.000 nei 28 anni di vita della 180. Ma invano la loro principale Associazione, di cui ho l’onore d’essere Consulente Scientifico, chiede da vent’anni una modifica della legge: l’arroganza della psichiatria basagliana e la viltà dei responsabili politici della Sanità (sia quelli di Centro-Sinistra che quelli di Centro-Destra) hanno sempre impedito ogni modifica legislativa e, ancora di recente, il guru della psichiatria basagliana, Umberto Galimberti, inveiva su Repubblica contro la forzista Burani Procaccini e il leghista Cè “colpevoli” di aver presentato proposte di legge per la revisione della 180. Sia chiaro: né le famiglie né i parlamentari che chiedono questa revisione chiedono (come danno a credere i basagliani) la riapertura dei vecchi manicomi, che del resto oggi sarebbe del tutto inutili, dati i mezzi farmacologici molto più evoluti oggi disponibili. Ma è necessario, anzitutto, non sacrificare le persone sane e innocenti (come la tredicenne di Gerenzano) alle crisi violente dei malati e, al tempo stesso, non trattare i folli al pari dei criminali, come oggi avviene (Zafferoni è stato arrestato e incarcerato come un qualsiasi criminale comune). E per far ciò basta creare cliniche psichiatriche moderne, aggiornate e umanizzate (anche attraverso una formazione umanistica del personale che i basagliani, nella loro arroganza, da sempre rifiutano od ignorano).
In questa situazione disperata saprà la Lega reagire, anche in questo campo, al gattopardismo generale, facendo della riforma psichiatrica, nel 2006, un punto irrinunciabile del suo programma elettorale e di Governo? Se saprà farlo, potrà raccogliere una larga maggioranza dei due milioni di voti dei familiari dei malati che da 28 anni attendono, invano, dai ministri della Sanità di destra e di sinistra, un gesto di giustizia e solidarietà.

di Luigi De Marchi
La Padania [Data pubblicazione: 27/09/2005]