SOCCI a CACCIARI: insegna il cristianesimo dopo averlo imparato

Dal mondo

«Caro Cacciari,
vacci tu a fare il martire in Turchia…»


Il sindaco di Venezia suggerisce al Pontefice di “fare il suo mestiere di testimone” e andare a farsi ammazzare in Turchia…


di Antonio Socci

Il sindaco di Venezia, Massimo Cacciari – che i suoi avversari più cattivi chiamano “il Banal Grande” per la perfetta comprensibilità dei suoi libri – deve avere un Ego umile e appartato. «Macché narcisismo», sbottò un giorno Cacciari, «stia tranquillo che al “Costanzo Show” lei non mi vedrà mai» (così dichiarava a Gian Antonio Stella su Sette del 19 maggio 1994). Il successivo 18 ottobre 1994 risulta sia stato avvistato al “Costanzo show” a pontificare così: «se mi consente una citazione: virtus ipsa praemium est». In effetti, il sindaco – la cui amministrazione viene chiamata “la lacuna veneta” più che occuparsi di vaporetti, acqua alta o dell’illuminazione di calli, campielli e sestieri, sembra si senta chiamato a illuminare il mondo intero. In particolare si sente investito della missione di illuminare e guidare la Chiesa universale, a cominciare dal Vicario di Cristo. Ma che ne sa Cacciari di Papi e cristianesimo?
Ieri per esempio, sul Corriere della sera, Cacciari ha prescritto al Papa di farsi martirizzare se vuole fare il Papa, altrimenti cambi mestiere. Si parlava del prossimo, pericoloso viaggio del pontefice in Turchia, da dove arrivano pesanti minacce e il sindaco ha testualmente proclamato: «Benedetto XVI dev’essere testimone e quindi martire, anche fino all’ultimo. Altrimenti che lo fa a fare il Papa? Che faccia il sindaco sennò…». È perfettamente lecito esprimersi sulla visita del Papa in Turchia, ma pretendere col ditino alzato di insegnare al Papa che il suo mestiere è quello di farsi accoppare forse è un po’ troppo. Non si sa perché il Corriere, dovendo parlare del Papa in Turchia, abbia intervistato il sindaco di Venezia. È turcomanno? No. È islamico? Non risulta. È cattolico? Neanche. Ha parenti turchi? Pare di no. È uno specialista di Turchia, Islam o di cattolicesimo? No. È un frequentatore di papa Ratzinger? Neanche per idea. Gestisce un negozio di tappeti a Istanbul? No, fa il sindaco a Venezia. E allora che c’azzecca? C’azzecca quanto il sindaco di Roccacannuccia. Ma al Corriere ogni volta che si parla di Chiesa intervistano lui. Perché Cacciari si gingilla da anni chiacchierando di cose religiose di cui in realtà è a digiuno. Anche Gianni Vattimo nel suo ultimo libro assesta una randellata a questa sua pretesa: «Cacciari parlava continuamente di angeli sostenendo però di non essere credente. E allora che diavolo parli di angeli!». Certo, chiunque può parlare di cristianesimo, ma la pretesa di insegnarlo restando atei fa un po’ ridere. Anche nel caso del viaggio in Turchia Cacciari s’inventa una sua teoria secondo la quale se il pontefice vuole veramente fare il suo mestiere di testimone (parola che viene dal greco “martire“), dovrebbe comportarsi da suicida andando a cercare col lanternino qualcuno che lo stenda. Per che cosa poi? A sentire Cacciari non per Cristo: deve andare a farsi martirizzare in Turchia «non per evangelizzare» e «non per chiedere» (perché al mondo islamico non bisogna chiedere niente), ma solo per un «valore simbolico e culturale, nient’altro». Ma perché non ci va lui? Strana anche un’altra idea. Il Papa dovrebbe andar là per favorire la trattativa in corso fra Turchia ed Europa. Ma che diamine c’entra il Papa? È forse un funzionario dell’Unione europea? No, oltretutto è odiato dai turchi proprio perché – da Cardinale – si espresse contro l’ammissione di Ankara nella Ue, quindi sarebbe il “testimonial” più sbagliato. E in ogni caso è sensato che il Santo Padre rischi la pelle (e che noi rischiamo di perdere un grande Papa) solo – come dice Cacciari – «per un valore simbolico e culturale»? Oltretutto ormai sappiamo che sul piano simbolico questo evento ha assunto il connotato opposto, quello dello scontro, perché la visita è avversata sia dalle autorità di governo (che si rifiutano di incontrare il Papa), sia dalla piazza nazionalista e islamica che minaccia sfracelli. Dunque, anziché essere percepita come una mano tesa, per il dialogo, la visita del Papa è sentita come una provocazione. Per questo, proprio chi ha a cuore il dialogo dovrebbe puntare a raffreddare questo clima incandescente sospendendo a tempo indeterminato la visita. È chiaro che non può essere il Papa a fare questa mossa: sarebbe interpretata come un segno di disistima verso la Turchia. Dovrebbe essere il governo turco, ma non può farlo perché significherebbe confessare di non saper gestire l’ordine pubblico con pesantissime conseguenze sull’immagine del Paese. E allora? Potrebbe forse fare una mossa in questo senso il governo italiano. Che però non sembra pensarci proprio (eviterò qui di ricordare la gaffe di Prodi sulla sicurezza del Papa). Così ci troviamo in un’angosciante situazione di pericolo annunciato che nessuno sembra capace di scongiurare o evitare. Non vorremmo che il Papa – inerme e mite – finisse per essere un agnello sacrificale di una situazione internazionale tragica e allo sbando. Anche perché sarebbero in tanti che potrebbero aver interesse a farlo fuori. Chi scrive oltretutto ritiene che vi sia da preoccuparsi anche per alcuni segni soprannaturali, molto autorevoli per i cattolici, come il “terzo segreto di Fatima” svelato nel Duemila che annuncia l’assassinio di un Papa che deve ancora accadere (ne parlo nel mio ultimo libro).
«PERCHÉ IO NON FUGGA, PER PAURA, DAVANTI AI LUPI»
Ben al di là delle chiacchiere da bar di Cacciari, che si balocca con parole come «martirio», Papa Ratzinger ha manifestato di avere una percezione drammatica della sua missione. La sua prima omelia, nella messa di investitura, il 24 aprile 2005, era tutta incentrata sul martirio, con l’oscura richiesta di preghiere «perché io non fugga, per paura, davanti ai lupi». Disse che non aveva da «esporre un programma», ma solo da confessare che intendeva seguire «il buon pastore, che offre la sua vita per le pecore». Al primo Concistoro ricordò ai cardinali che il rosso porpora di cui venivano vestiti simboleggiava la disponibilità a spargere il sangue per Cristo. In questo anno è tornato continuamente sul tema dei martiri. E proprio l’altroieri ha annunciato di pubblicare la prima parte del suo libro su Gesù perché «non so quanto tempo e quanta forza mi saranno ancora concessi». Ma tutto questo non significa affatto che il Papa debba cercare il martirio, non è questo che insegna il cristianesimo. Cacciari dovrebbe leggere quanto Thomas S. Eliot, in “Assassinio nella cattedrale“, fa dire al vescovo san Tommaso Becket, che pure di lì a poco sarebbe stato assassinato: «un martirio cristiano non è l’effetto della volontà di un uomo di diventar santo, come un uomo volendo e tramando può conquistare il potere… Non così in Cielo. Un martire, un santo è fatto sempre dal disegno di Dio, per il Suo amore per gli uomini, per ammonirli e per guidarli, per riportarli sulle sue vie. Un martirio non è mai un disegno d’uomo… vero martire è colui che è divenuto strumento di Dio, che ha perduto la sua volontà nella volontà di Dio, anzi non perduta ma trovata… Il martire non desidera più nulla per se stesso, neppure la gloria del martirio». È per questo che papa Ratzinger nella messa di insediamento affermò: «Il mio vero programma di governo è quello di non fare la mia volontà». È per questo che fa parte della sapienza cristiana la virtù della prudenza. L’uomo di Dio non è mai avventato, non cerca il rischio inutile per “provocare” o solo per futili motivi politici o simbolici. Il martirio di un papa in Turchia oltretutto sarebbe devastante per la pace stessa. Per questo bisogna con tutti i mezzi disinnescare questa bomba.
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LIBERO 24 nov. 2006