SE LA SCIENZA TOGLIE OGNI TRACCIA DI UMANITA’

Vita: politiche di bioetica

Non c’è che dire: questa si chiama eugenetica, ed è una logica che il nazionalsocialismo aveva eletto a modello scientifico e morale, pur non disponendo dei sofisticati strumenti che esistono oggi, nelle moderne liberaldemocrazie.


SE LA SCIENZA TOGLIE OGNI TRACCIA DI UMANITA’


Si è sollevato un polverone intorno all’ordinanza emessa dal giudice monocratico di Catania, con la quale il magistrato ha confermato il divieto alla selezione genetica degli embrioni nell’ambito di una fecondazione artificiale in vitro.
 Polemiche a non finire perché, in quel caso, si volevano “scovare” gli embrioni ammalati di talassemia per poterli eliminare, “salvando” invece i fratelli che risultassero eventualmente sani. Non c’è che dire: questa si chiama eugenetica, ed è una logica che il nazionalsocialismo aveva eletto a modello scientifico e morale, pur non disponendo dei sofisticati strumenti che esistono oggi, nelle moderne liberaldemocrazie.
 L’ordinanza del coraggioso giudice di Catania mette in evidenza un fatto positivo, e cioè che grazie alla legge approvata dal Parlamento è possibile mettere qualche paletto, qualche granello di sabbia nel perverso meccanismo della produzione di bambini in provetta.  Infatti, sulla base dell’articolo 14 della legge 40 del 2004 una coppia di persone fertili portatrici di talassemia non può fare ricorso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita per selezionare gli embrioni da trasferire nell’utero (tra quelli previamente prodotti mediante fivet – ndr -). Aggiunge il giudice di Catania: “Diversamente da quanto accade per la procreazione per così dire “naturale”, la fecondazione artificiale è sempre e certamente una procreazione consapevole, ed è quindi logico che chi vi ricorre ne assuma tutte le conseguenti responsabilità”.
 In questo modo, l’interprete della legge mette in luce i doveri che la coppia assume nei confronti di tutti i figli concepiti. Doveri che scaturiscono come riflesso dei diritti che gli embrioni umani, in quanto menzionati tra i titolari di soggettività giuridica dalla legge stessa, detengono per il solo fatto di venire ad esistenza, a prescindere dal loro impianto.
 Si tratta – inutile nasconderlo – di una situazione paradossale e assurda in senso assoluto, poiché l’unica condizione umanamente ragionevole e sostenibile di un essere umano in fase embrionale è quella di trovarsi nel corpo della propria madre. Ma, all’interno del paradosso rappresentato dalla fecondazione artificiale in vitro, questa scelta è l’unica che possa tentare di non ridurre gli embrioni a oggetti, a merce di scambio. D’altra parte, le polemiche innescate intorno alla limpida decisione del giudice di merito dimostrano che dietro all’immagine rispettabile, perfino filantropica, della fecondazione artificiale extra-corporea, esiste un problema impresentabile. Ogni fivet, seppure realizzata con tutte le cautele possibili, è viziata dalla tentazione eugenetica, dalla voglia di verificare la qualità del “prodotto”, di analizzare il livello di perfezione degli embrioni per decidere, attraverso un processo sommario senza avvocati e senza testimoni, chi può tentare di vivere e chi invece merita di morire. Il tecnico di laboratorio è l’unico “giudice” che emette questa sentenza, sentendosi in diritto di disporre come crede di quegli esseri umani che ha prodotto con le proprie mani, sostituendosi all’abbraccio coniugale.
 Da questa contraddizione non è possibile uscire se non rifiutando senza eccezioni la fivet nel suo complesso, sempre.


Mario Palmaro


il Giornale – 2 giugno 2004