Regime comunista di Pyongyang alimenta narcotraffico, contrabbando e falsi

Socialismo

I narco comunisti


Per mantenersi a galla il regime Nord-Coreano spaccia droga e dollari falsi in tutto il mondo tramite le sue ambasciate, con molte complicità. Ma i nodi stanno venendo al pettine…

Se pensate che gli americani si lascino condizionare dall’estenuante braccio di ferro che ha per oggetto la produzione ed il possesso di armi atomiche quando definiscono la Corea del Nord “stato canaglia“, o che il presidente Bush si sia lasciato prendere la mano quando tre anni fa l’ha inserita nell'”asse del male” insieme all’Irak di Saddam Hussein e all’Iran khomeinista, soffermatevi un po’ sulla notizia che incrina il vostro scetticismo: una Corte americana ha incriminato e chiesto l’estradizione di sette esponenti del Partito dei Lavoratori irlandese, una fazione marxista-leninista dell’Ira, per spaccio di dollari falsi di produzione nord-coreana. Fra il 1997 ed il 2000 i sette si sono recati presso le ambasciate della Corea del Nord in Polonia, Russia e Bielorussia per acquistare banconote contraffatte da 100 dollari per un valore totale di oltre 1 milione. Si tratta di esemplari perfetti, indistinguibili da quelli veri. Da ben sedici anni gli americani indagavano sul traffico di dollari falsi apparentemente provenienti dalla Corea del Nord, ma solo qualche settimana fa il ministero della Giustizia Usa ha diffuso una nota in cui il regime di Pyongyang è apertamente accusato di essere dietro il traffico.
Ufficio 39, criminalità di Stato
In realtà la produzione e lo spaccio in tutto il mondo dei “superdollari” è solo una delle attività criminali apportatrici di valuta pregiata in cui la Corea del Nord si è specializzata negli ultimi trent’anni. Secondo le informative dei servizi segreti, i rapporti degli analisti e le rivelazioni dei transfughi nord-coreani in Occidente c’è molto altro. Per esempio il Rapporto sulla strategia per il controllo internazionale dei narcotici del Dipartimento di Stato Usa nel 1998 spiegava che «le forme più redditizie di business illegale appoggiato dallo Stato restano il traffico di droga, il contrabbando di oro, la vendita illegale di specie protette, lo spaccio di valuta americana contraffatta,… pubblici ufficiali nord-coreani sembrano aumentare il loro coinvolgimento in crimini finanziari allo scopo di generare fondi operativi e sostenere l’anemica economia del loro paese».
Il problema è che la Corea del Nord esporta merci per un valore di circa 1 miliardo di dollari all’anno (in Cina, Corea del Sud e Giappone) e ne importa da tutto il mondo per 2 miliardi. Tagliata fuori dai canali finanziari internazionali, come fa a procurarsi il miliarduccio mancante? La risposta è: vendendo armi e dedicandosi al narcotraffico, al contrabbando, alla falsificazione di denaro e prodotti vari. Queste attività fanno tutte capo all’Ufficio 39 del Comitato centrale, creato nel 1974 quando l’economia nord-coreana cominciava a dare segnali di tracollo, con l’esplicita missione di procurare al regime valuta pregiata con metodi non ortodossi. Le stime circa l’entità delle risorse che queste attività procaccerebbero al regime variano da un minimo di 100 ad un massimo di 700 milioni di dollari all’anno, cioè fra lo 0,5 e il 3,5 per cento del Pil nazionale. Da sole la produzione e lo spaccio di banconote false porterebbero nelle tasche di Kim Jong Il fino a 100 milioni di dollari (veri) all’anno. Transfughi nord-coreani hanno rivelato che alla fine degli anni Ottanta il regime ha speso 10 milioni di dollari nell’acquisto di una sofisticata apparecchiatura di origine europea, chiamata “intaglio”, in grado di produrre banconote contraffatte indistinguibili da quelle autentiche: non solo dollari, ma anche yen ed euro.
«Compravamo il meglio di tutto – racconta un rifugiato – il miglior equipaggiamento ed il miglior inchiostro. Ma avevamo anche i migliori operatori, gente davvero esperta nel ramo. Quando dirigenti e diplomatici viaggiavano all’estero, distribuivano le banconote false miste a quelle vere in un rapporto di 50 a 50». Diplomatici nord-coreani sono stati presi con le mani nel sacco a Mosca nel 1997, quando il terzo segretario di ambasciata fu arrestato per attività criminali finalizzate allo spaccio di 100 mila dollari falsi, e nel 1998, quando fu arrestato lo stesso segretario personale di Kim Jong Il che aveva tentato di spacciare 30 mila dollari falsi. Nel 1994 le autorità cinesi arrestarono ed espulsero personale diplomatico nord-coreano che amministrava la società di import-export Zokwang Trading Co. con base a Macao, accusata di importazione di valuta contraffatta. Undici anni dopo la Zokwang è di nuovo sotto la lente degli investigatori, questa volta americani, che la accusano di riciclaggio di dollari falsi con la complicità di due banche cinesi di Macao: il Banco Delta Asia e la Seng Heng Bank, il cui proprietario, il miliardario Stanley Ho, ha strettissimi rapporti di affari col regime di Pyongyang.
L’imbarazzo della scelta
La Corea del Nord è accusata anche di esportare sigarette e medicinali contraffatti, prodotti sul suo territorio da gang criminali internazionali con cui avrebbe concluso accordi; ma il “piatto forte” è rappresentato senz’altro dallo spaccio di droga, in parte prodotta sul territorio nazionale e in parte trasportata o spacciata per conto di cartelli criminali cinesi, giapponesi e russi. Le entrate da questo tipo di attività criminale sarebbero salite dai 71 milioni di dollari del 1997 a 200 milioni nel 2004, ma secondo alcune fonti raggiungerebbero addirittura i 500 milioni. Fra il 1976 ed oggi sono stati registrati almeno 50 sequestri di stupefacenti in 20 paesi del mondo che hanno comportato anche l’arresto di individui nord-coreani, quasi sempre forniti di passaporto diplomatico. Il primo caso che si ricorda è quello di un diplomatico nord-coreano in Egitto, al quale furono sequestrati 400 kg di hashish; l’ultimo è quello di due addetti dell’ambasciata nord-coreana in Bulgaria, arrestati ad Istanbul mentre trasportavano mezzo milione di pastiglie di captagon, una droga sintetica.
Quel che colpisce della connection nord-coreana è il vasto spettro di stupefacenti in cui appare specializzata. Nel giugno 2004 due diplomatici sono stati arrestati in Egitto per aver cercato di smerciare 150 mila pastiglie di clonazipam, un ansiolitico; nel giugno 2002 Taiwan ha confiscato a criminali locali 79 kg di eroina che erano stati sbarcati da una nave nord-coreana; fra il 1999 e il 2000 le autorità giapponesi hanno sequestrato ingenti quantitativi (quasi una tonnellata) di metanfetamine prodotte nella Corea del Nord; nell’aprile 1999 un diplomatico è stato arrestato all’aeroporto di Praga, mentre cercava di contrabbandare 55 kg di rohypnol, la droga degli stupratori, e l’elenco potrebbe continuare. È certo che, nonostante il clima poco favorevole, il governo nord-coreano riserva fra i 3 e i 4 mila ettari dei suoi terreni agricoli alla produzione del papavero da oppio, per una produzione annua compresa fra le 40 e le 50 tonnellate di oppio grezzo, cui corrispondono capacità di raffinazione nei laboratori farmaceutici dello Stato pari a 100 tonnellate. Negli ultimi anni, per varie ragioni, la produzione di eroina è stata ridotta e quella di droghe artificiali fortemente incrementata: nel 2002 un terzo di tutte le metanfetamine sequestrate in Giappone sono risultate di origine nord-coreana. Secondo i vicini sud-coreani, i cugini sono in grado di produrre dalle 10 alle 15 tonnellate di metanfetamine di alta qualità, come dimostrano anche le importazioni di efedrina (precursore delle metanfetamine) largamente superiori al fabbisogno farmaceutico nazionale.
Da ultimo, la Corea del Nord si sta prestando a fungere da corriere della droga, come dimostra la vicenda della Pong Su, il cargo nord-coreano con 30 marinai a bordo tutti della stessa nazionalità abbordato nell’aprile 2003 dalle forze speciali australiane dopo che aveva scaricato sulla terraferma 125 kg di eroina. Si è poi scoperto che gli stupefacenti arrivavano da Myanmar o dalla Thailandia. Tutto fa brodo, pur di incassare valuta pregiata per tenere in piedi il sistema di potere di Kim Jong Il.


di Casadei Rodolfo
Tempi num.52 del 22/12/2005