REVISIONISMO PREISTORICO

La cappa ideologica

Cari Rousseau & Co., il buon selvaggio non è mai esistito


Il saggio di uno studioso USA scardina il mito: i popoli primitivi si massacravano senza sosta

Quando in un qualsiasi film o romanzo uscito negli ultimi trent’anni un uomo occidentale, un ufficiale britannico o un pioniere dei West, fa il suo incontro con un “nativo”, il primo viene immancabilmente raffigurato come un individuo sadico e violento, il secondo come un uomo saggio e pacifico che vive in perfetta armonia con il suo ambiente. La “correttezza politica” ha infatti imposto l’idea che l’uomo primitivo fosse nobile, leale, generoso, pacifico, tollerante e profondamente rispettoso della ‘terra e degli animali, e che solo con l’avventa della civiltà l’uomo abbia cominciato a conoscere l’avidità, la sopraffazione e lo sfruttamento della natura. Questa visione stereotipata del buon selvaggio è però falsa, come risulta leggendo il nuovo libro del giornalista scientifico del “New York Times” Nicholas Wade, dal titolo “Before the Dawn – Recovering the lost History of Our Ancestors”: un documentatissimo saggio, appena pubblicato dalla Penguin di New York, che espone i risultati delle più recenti ricerche genetiche, linguistiche e archeologiche sulle origini dell’uomo. La farsa dei primitivi pacifici L’impressione comune che i popoli primitivi fossero relativamente pacifici e che i loro scontri occasionali non provocassero serie conseguenze, osserva Wade, è scorretta. Tra i nativi americani, le società precolombiane, gli eschimesi, gli indigeni dell’Oceania e le tribù africane la guerra era incessante, senza pietà e condotta con lo scopo, spesso raggiunto, di annichilire completamente i nemici. Perfino nelle durissime condizioni ambientali dell’Alaska nord-occidentale, dove la lotta per la sopravvivenza era già di per sé impegnativa, le comunità primitive non rinunciavano all’obiettivo principale di uccidersi tra loro. Wade riporta le conclusioni degli studi sulle società più antiche svolti da Lawrence Keeley dell’Università dell’Illinois e Steven LeBlanc dell’Università di Harvard, e scrive: «Keeley e LeBlanc sono convinti che gli antropologi e gli archeologi abbiano seriamente sottostimato la prevalenza dello stato di guerra nelle società primitive. Gli archeologi del dopoguerra hanno artificialmente pacificato il passato e condiviso un radicato pregiudizio contro la possibilità di guerre preistoriche». Ad esempio, l’enorme numero di asce di rame e di bronzo trovate nelle tombe del tardo neolitico e dell’età del bronzo sono state. erroneamente classificate come monete e non come anni. Inoltre gli archeologi hanno a lungo ignorato le possenti fortificazioni dei Maya, ma negli ultimi vent’anni la decifrazione delle testimonianze lasciate da questa società precolombiana hanno dimostrato che le classi governanti dei Maya erano costantemente impegnate nella guerra, nella conquista e nel sacrificio sanguinario dei nemici vinti. Una mattanza senza interruzioniKeeley ha calcolato che l’87 per cento delle società primitive erano in guerra più di una volta all’anno, mentre il 65 per cento erano in guerra ininterrottamente, perdendo in media il 50 per cento della popolazione ogni anno nei combattimenti. Wade osserva che se lo stesso tasso di mortalità si fosse verificato nel XX secolo, che pure è stato uno dei più sanguinosi della storia, l’umanità avrebbe sofferto due miliardi di vittime! Nelle guerre primitive, scrive Wade, le perdite erano enormi anche perché non si facevano prigionieri. Questa politica era coerente con l’obiettivo strategico, normalmente perseguito, di sterminare la società nemica. I guerrieri catturati venivano uccisi sul posto, salvo il caso degli irochesi, che conducevano i prigionieri al villaggio per torturarli fino alla morte, e certe tribù della Colombia che preferivano ingrassare i prigionieri per poi mangiarli. La bellicosità dei nostri lontani antenati fornisce anche la spiegazione di uno dei più affascinanti misteri della storia: la grandissima varietà delle lingue umane esistenti sulla terra. La progressiva formazione di un idioma compreso da tutti sembrerebbe la tendenza più naturale e vantaggiosa per l’umanità. Il linguaggio però si è evoluto nella direzione opposta, in senso locale anziché universale: basti pensare che nella sola Nuova Guinea le popolazioni indigene parlano 1200 lingue diverse! Il motivo, secondo l’autore di “Before the Dawn”, è che per le prime società umane la sicurezza era molto più importante della facilità della comunicazione con gli estranei. Dato l’incessante stato di guerra tra i gruppi umani primitivi, l’estrema diversità dei linguaggi serviva per escludere gli estranei e identificare immediatamente gli stranieri appena aprivano bocca. L’idealizzazione romantica dei primitivi, così diffusa tra gli intellettuali progressisti dell’Occidente avanzato, è priva dunque di ogni fondamento. la civiltà moderna rappresenta una fragile eccezione allo stato di guerra permanente, che ha rappresentato la condizione naturale dell’umanità per migliaia di anni. Diciamolo apertamente: la nostra civilizzazione greco-romana-giudeo-cristiana ha lavorato duramente, e con buone ragioni, per sradicare il selvaggio che è in noi.“Before the Dawn – Recovering the lost History of Our Ancestors”: di Nicholas Wade. 320 pagine, 24,95 dollari, pubblicato da Penguin Books.


Guglielmo Piombini – LIBERO 9 agosto 2006