Quinte colonne ecclesiastiche all’attacco …

Socialismo

BRUTTA TRAPPOLA PER INCASTRARE PAPA RATZINGER


Il “caso Wielgus” rivela innanzitutto la solitudine (e la bravura) di Benedetto XVI…


di ANTONIO SOCCI


Il “caso Wielgus” rivela innanzitutto la solitudine (e la bravura) di Benedetto XVI. E rivela che c’è un problema nel mondo ecclesiastico. Lo ha centrato padre Adam Boniecki, amico di Karol Wojtyla, ieri in una intervista: «Non so chi, ma qualcuno ha disinformato Papa Ratzinger. È grave, qualcuno dovrà pagare». In effetti che un prete polacco come don Wielgus abbia avuto qualche cedimento verso un regime nemico, persecutore, assassino e ricattatore, purtroppo rientra nella normalità della vita di una brutale dittatura comunista. Però è incomprensibile che egli, con quel passato problematico, sia arrivato fino alla nomina a vescovo di Varsavia e primate di Polonia senza sentire, prima, il bisogno di dire tutto al Papa e soprattutto senza che nessuno, fra coloro che dovevano controllare, abbia raccolto informazioni complete e fatto sapere al Papa. Certo, può essere stato per approssimazione e superficialità, per errore umano. Non è necessario fare dietrologia paventando “trappole” ai danni della Santa Sede, ma qualcosa di strano deve esserci se lo stesso portavoce del Papa, il cauto padre Lombardi, ha affermato che la Chiesa polacca (e forse intendeva dire la Chiesa tutta) è sotto «attacco» e che ci sono «molti aspetti di una strana alleanza fra i persecutori di un tempo e altri suoi avversari e di una vendetta da parte di chi nel passato l’aveva perseguitata ed è stato sconfitto dalla fede e dalla voglia di libertà del suo popolo».

VENDETTTA CONTRO I CATTOLICI
Che nel mondo comunista, post o ex comunista, si agiti una forte voglia di vendetta nei confronti dei cattolici è evidente, anche in Italia. Tuttavia va pure riconosciuto che il problema maggiore sta dentro la Chiesa dove perdura una radicata subalternità ideologica, una incapacità a giudicare il fenomeno comunista, per quello che è stato ed è, dal punto di vista della teologia della storia cattolica, ovvero: «Un flagello satanico», come lo definì Pio XI nella “Divini Redemptoris” del 1937 (analoga fu la sua condanna del nazismo). «Il comunismo è intrinsecamente malvagio e nessuno che voglia salvare la civiltà cristiana deve collaborare con esso in qualsiasi impresa», questo insegnamento di Pio XI è stato ribadito prima e dopo di lui dai Pontefici fino al Concilio. Ma non al Concilio dove accadde l’impensabile: per volere di Giovanni XXIII (come abbiamo già scritto su queste colonne) fu firmato un accordo tra Vaticano e Patriarcato ortodosso di Mosca (ovvero il Cremlino) affinché il Concilio Vaticano II non condannasse esplicitamente e solennemente il comunismo e il sistema sovietico. Si può capire l’ingenuo desiderio ecumenico di Papa Roncalli, ma appare francamente inaccettabile aver limitato la libertà morale del Concilio per avere ospiti due osservatori ortodossi che erano chiaramente stati selezionati e controllati dal Kgb. Nel pieno dell’espandersi del comunismo nel mondo, venire a patti col regime carnefice di milioni di cristiani per evitare che venissero condannati solennemente quella ideologia e quel sistema di orrore è inspiegabile (la condanna peraltro era stata richiesta, invano, da 500 padri conciliari). Di fatto da quel momento vi fu una mutazione colossale, uno stravolgimento del tradizionale insegnamento della Chiesa. I Pontefici fino ad allora avevano ritenuto loro dovere – essendo la Chiesa Madre e Maestra – condannare il Male. Giovanni XXIII introdusse una sua nuova dottrina (esposta nel discorso di apertura del Concilio, l’11 ottobre 1962) secondo cui non occorreva più lanciare anatemi contro la Menzogna e il Male, perché la Chiesa oggi «preferisce dare insegnamenti piuttosto che condanne». Da quel momento cessò la chiara, vigorosa e solenne condanna del comunismo (e della collaborazione con esso) da parte della Chiesa. Lo sbandamento del mondo cattolico nel ’68 e negli anni successivi è dovuto anche a questa abdicazione della Gerarchia al compito di condannare l’errore e il Male? Non si può dire se e quanto la vicenda personale di Wielgus possa inquadrarsi in questo clima (probabilmente no). Ma la confusione che regna nel mondo cattolico forse sì. Quanto sia vasta e insidiosa questa “malattia” nella Chiesa è documentato da un piccolo fatto emblematico avvenuto, proprio l’anno scorso, alla morte di Giovanni Paolo II.
È l’8 aprile 2005, il corpo del grande Papa Wojtyla dopo la messa funebre viene sepolto nelle grotte vaticane e l’arcivescovo Marini dà lettura del Rogito: «Un testo in lingua latina», scrive l’Osservatore romano, «degno del grande evento funebre che descriveva tutte le tappe dell’intensa vita di Giovanni Paolo II dalla nascita alla morte beata». Documento poi sigillato dentro la bara.

LA CORREZIONE MALANDRINA
Il giornale vaticano pubblica il testo latino del Rogito e accanto la traduzione italiana. Sarà Giovanni Cantoni, di Alleanza cattolica, ad accorgersi che una misteriosa “manina” aveva operato – in perfetta atmosfera “conciliare” una chirurgica manomissione. Infatti il testo latino parlava della «disgregazione dei regimi comunisti di alcune nazioni alla quale ha contribuito lo stesso Sommo Pontefice». Ma, chissà perché, nella traduzione italiana d’incanto era sparita la parola «comunisti» e si leggeva un generico: «Taluni regimi». Così anche nelle altre traduzioni: francese, inglese e portoghese. Tuttora nel sito vaticano si trova questa versione “purgata”. Il professor Cantoni valutava l’episodio come un segno dei tempi: «Hanno ritenuto di purgare il testo di termini “traumatici”. Sembra una classica procedura da disinformazione». Anche in questo caso non serve fare dietrologia. La confusione di giudizio dei cattolici sul comunismo è sotto gli occhi di tutti, è pubblica, proclamata, teorizzata. Basti ricordare una dichiarazione del cardinal Casaroli, per anni potente segretario di Stato vaticano, protagonista della Ostpolitik (la politica di dialogo vaticano con i regimi dell’Est). Nel 1993, era già in pensione, intervenendo alla presentazione di un libro-intervista scritto da un giornalista dell’Unità, affermò: «Qualche volta dico ai miei amici che mi è quasi spiaciuto il fallimento del comunismo, perché c’erano dei valori di fraternità e uguaglianza, purtroppo inseriti in un contesto troppo estremistico, valori che però oggi è difficile costruire».

PREOCCUPANTE CONFUSIONE
Un giudizio in cui probabilmente si riconoscerebbe tuttora Fausto Bertinotti. Quelle parole indicano una incredibile confusione di giudizio, anche teologico (il filosofo Del Noce ha dimostrato come l’ateismo sia il perno del marxismo: il suo eventuale successo avrebbe significato dunque la trionfale cancellazione di Dio e della Chiesa). Questa stupefacente superficialità di un prelato che era stato per anni ai vertici della Chiesa fa impressione. Ecco il groviglio di problemi in cui si inserisce il caso Wielgus. Oggi è inaccettabile approfittare di questo episodio per infangare la Chiesa polacca che è stata una Chiesa martire, del nazismo e del comunismo, l’unica resistenza ai totalitarismi del Novecento (negli anni in cui gran parte dell’intelligentsia europea flirtava con il totalitarismo), una Chiesa che ha dato alla cristianità il cardinal Wiszinskij, Karol Wojtyla, Solidarnosc e tutto quello che ne è derivato. Oltretutto è assurdo infierire su di essa in un Paese come l’Italia dove i vecchi dirigenti del Pci sono onorati e occupano i vertici delle istituzioni.

P.S. Pur con tutta la stima per (l’attuale) Adriano Sofri, forse non era il più titolato per dare lezioni alla Chiesa, ieri, dalla prima pagina della Repubblica, su come rapportarsi al proprio passato a proposito di comunismo.

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LIBERO 9 gennaio 2006