Quella strana voglia di morte

Terrorismo

Nel segno del suicidio


I kamikaze islamici e gli attentati alla vita in Occidente: il mondo è percorso da una strana voglia di morte e dall’odio versa l’uomo. Qui si gioca la sfida per il terzo millennio, e i cristiani sono chiamati alla battaglia.

C’è una strana voglia di morte che percorre il mondo oggi. In questa era che qualcuno aveva definito di “fine della storia”, o “fine delle ideologie”, si assiste invece all’emergere di nuove ideologie che investono tutte le società: fondamentalismi e nazionalismi religiosi — islamico, induista, buddhista —, ecologismo, animalismo, antiglobalismo e neoliberismo. Realtà frammentarie e diverse tra loro, ma con un punto in comune: un esplicito odio verso l’uomo, al punto da tendere al suicidio come modalità di presenza e come esito.


Prendiamo ad esempio l’escalation dei kamikaze. Il fenomeno non è nuovo in assoluto, ma fino a pochi anni fa — senza risalire ai giapponesi della Seconda Guerra Mondiale — era quasi esclusivamente circoscritto ai ribelli tamil della Sri Lanka (il prima attentato suicida è stato compiuto nel 1987).


Oggi, invece, il fenomeno ha assunto dimensioni molto rilevanti, dagli attacchi ad Israele agli attentati dell’11 settembre 2001 fino all’Iraq, all’Afghanistan e cosi via. Inoltre la necessità del kamikaze viene teorizzata e giustificata, al punto che i radicali islamici parlano di martino, e in ogni caso viene ormai considerato uno strumento di guerra che caratterizza il mondo islamico. L’emergere di questo fenomeno è destinato a cambiane radicalmente anche il concetto di guerra: fino ad ora, infatti, una guerra si è sempre combattuta per sconfiggere un nemico, per conquistare a liberare un territorio, per sostituirsi al comando di una nazione o di un gruppo. In ogni caso la concezione tradizionale di una guerra può essere riassunta nel motto Mors tua, vita mea e la vittoria spettava a chi sopravviveva. In fondo questo principio è anche ciò che ha permesso che la Guerra Fredda non degenerasse nella distruzione totale malgrado la disponibilità di arsenali nucleari. Ora invece ci troviamo di fronte a una ideologia che teorizza Mors mea, mors tua, ovvero muoio io per far morire te. In pratica è il trionfo del nulla, ed è anche difficile contrastane militarmente chi è disposto all’annientamento totale dell’umanità in vista del premio che riceverà in Paradiso da Allah.


Ma anche in Occidente la tendenza al suicidio appare irresistibile: nello scorso numero de il Timone, il professor Gerard François Dumont ha ben spiegato il fenomeno del “suicidio demografico” dell’Europa; a questo si può aggiungere Ia crescente pressione in tutto il mondo occidentale per legalizzare l’eutanasia, o “suicidio assistito”, in nome del diritto a disporre della propria vita. Sono questi gli aspetti più evidenti, ma sono soltanto la punta dell’iceberg. La realtà è che dagli anni ‘90 un’ideologia “contro l’uomo” si è affermata universalmente — grazie alle grandi Conferenze internazionali dell’ONU (19921996) — e trova la sua sintesi nel concetto di “sviluppo sostenibile”. All’origine, infatti, questo concetto cerca di definire il rapporto tra popolazione, sviluppo e ambiente e viene formulato in modo che la popolazione (sia nel numero sia nell’attività umana) risulta negativa sia per lo sviluppo sia per l’ambiente. Da qui l’espressione ripetuta in moltissime occasioni secondo cui «l’uomo è il cancro del pianeta». Comunque tutte le politiche globali in questo decennio sono state formulate in termini di sviluppo sostenibile e perciò indirizzate in qualche modo a limitare l’attività umana: ecco perciò le misure — anche coercitive — di controllo delle nascite, incluse aborto e sterilizzazione, ma anche la teorizzazione della “crescita zero” in economia, nella convinzione che lo sviluppo — inteso come l’intensificarsi dell’attività umana — danneggi l’ambiente. In fondo anche il Protocollo di Kyoto è figlio di questa logica. Ciò che in questa sede è importante sottolineare è però che tale approccio nega alla radice l’esperienza stessa dell’Occidente, basata su una concezione positiva dell’uomo.


Ed e proprio qui il punto: la tendenza al suicidio in Occidente è figlia di una crisi di identità. E certamente, in prospettiva, questa è anche la crisi più pericolosa, perché storicamente — grazie al Cristianesimo — é dall’Occidente che si è diffusa una concezione della dignità dell’uomo che affonda le radici nella sua origine divina. E non c’è dubbio che questo valore della persona e il primato stesso della persona e della vita — pur fra tante contraddizioni — si sia affermato universalmente. La Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo ne è un esempio. Al punto che oggi tanti, anche nei Paesi asiatici, possono reclamare i diritti umani proclamandoli come insiti nel cuore di ogni uomo: così sostiene la buddhista Aung San Suu Kyi, leader del movimento democratico della Birmania e premio Nobel per la Pace, cosi sostengono i principali leader del movimento democratico cinese. E sbaglia chi pensa che questo sia avvenuto per imposizione coloniale, al contrario è avvenuto per una evidenza e una corrispondenza: perché Cristo rivela l’uomo a se stesso, ogni uomo, e perciò anche un “non cristiano” trova corrispondenza in valori generati dalla fede cristiana.


È per questo che di fronte ai problemi dell’umanità — povertà, terrorismo, equilibri mondiali — un Occidente che ha tagliato le sue radici con il Cristianesimo è pericoloso, anzi devastante per tutta l’umanità.


Il punto è che, se così stanno le cose, la sfida per il terzo millennio è proprio intorno all’uomo. E chi dunque può condurre questa battaglia a difesa della dignità e del primato della persona? Pare evidente che tale compito tocchi ai cristiani, gli unici che — in forza della Rivelazione e della Grazia — possono avere coscienza di cosa c’è in ballo. E non con una nuova ideologia, più bella e più giusta, ma semplicemente vivendo la fede nelle circostanze in cui si è, affrontando la realtà in modo positivo e rispondendo ai bisogni che si incontrano. Esattamente come i monaci nell’Alto Medioevo che, pur non avendo nessun progetto politico unitario, o una Costituzione già pronta, o anche solo idea di una moneta unica, hanno però edificato l’Europa.


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“Come quei pellegrini di duemila anni fa, gli uomini del nostro tempo, magari non sempre consapevolmente, chiedono ai credenti di oggi non solo di « parlare » di Cristo, ma in certo senso di farlo loro « vedere ». E non è forse compito della Chiesa riflettere la luce di Cristo in ogni epoca della storia, farne risplendere il volto anche davanti alle generazioni del nuovo millennio? La nostra testimonianza sarebbe, tuttavia, insopportabilmente povera, se noi per primi non fossimo contemplatori del suo volto”. (Giovanni Paolo II, Novo millennio ineunte, 6 gennaio 2001, n. 16).


di Riccardo Cascioli  © il Timone n. 31, marzo 2004