Quando i laici si comportano peggio dei talebani

La cappa ideologica

I mezzi di comunicazione hanno dato ampio risalto alla proposta dell’onorevole Gentile dl un ticket a carico delle madri che facciano ricorso più volte all’aborto. Secondo il ministro della Salute, Girolamo Sirchia, la proposta va tecnicamente approfondita, dal momento che ne sono apprezzabili «i motivi ispiratori, cioè la necessità di evitare che l’aborto sia considerato a scopo anticoncezionale».

Queste posizioni hanno sollevato feroci critiche da parte di alcuni, che sono giunti a etichettare le prese di posizione sopra ricordate addirittura come «talebane» o come «boutade estive». L’aborto è un tema drammatico, sul quale si confrontano posizioni che erroneamente possono essere ricondotte ad appartenenze politiche, così come appare semplicistico il richiamo su questo tema alla distinzione tra credenti e non credenti. Tra i primi si trovano, infatti, alcuni che ritengono che la vita inizi dal concepimento e rifiutano l’aborto come scelta individuale, ma credono peraltro che non vi possa essere una legislazione che lo proibisca. Tra i secondi, a! tempo stesso, ci sono prese di posizione, come quella di Norberto Bobbio, il quale in un’intervista sul Corriere della Sera dell’8 maggio 1981, si stupiva che «i laici lascino al credenti l’onore di affermare che non si deve uccidere» e aggiungeva con vigore che «il diritto del concepito può essere soddisfatto soltanto lasciandolo nascere».

È indubbio che la decisione di abortire sia una scelta drammatica. Il tentativo, dunque, di disincentivare tale pratica è un segno di un profondo interesse non solo nei confronti del diritto alla vita del concepito, che secondo la sentenza n. 35 del 1997 della Corte costituzionale «si colloca tra i diritti inviolabili dell’uomo, … oggetto di specifica salvaguardia costituzionale; ma anche nei confronti della donna, nel pieno rispetto di quanto previsto dalla nostra Costituzione, secondo la quale la Repubblica «protegge la maternità, favorendo gli istituti necessari a tale scopo. e tutela altresì «la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività». Ben venga, allora, l’iniziativa di introdurre misure per salvaguardare tali interessi; e un plauso al Ministro che, adempiendo ai suoi doveri di tutelare la salute della donna, vede con favore tutte le proposte orientate in tal senso. La violenza verbale della reazione che si è scatenata contro la proposta non può, dunque, che lasciare interdetti, anche per i toni utilizzati, il cui scopo è evidentemente quello di cancellare l’idea, che risale addirittura al diritto dei Romani pagani, fondamentale per la nostra legislazione e per la stessa Costituzione, che la vita inizia dal momento del concepimento. In democrazia, l’unica cosa che non può essere cambiata sono alcuni principi inviolabili.


Non c’è ragione, dunque, per non rivedere una legge approvata molti anni fa, quando le scoperte scientifiche non erano meno avanzate. In ciò seguendo anche l’invito della Corte costituzionale, espressa nella sentenza sopra citata, nella quale si invita il legislatore ad un più specifico intervento, rilevando a! tempo stesso che il principio della tutela della vita umana dal suo inizio «ha conseguito nel corso degli anni sempre maggiore riconoscimento anche sul piano internazionale e mondiale». In realtà, però, la polemica sottintende un problema di più ampio. Dietro la maschera del pensiero debole si nasconde, infatti, un totalitarismo culturale che mira a diventare, nonostante le affermazioni di facciata, pensiero unico e che tende a squalificare le prese di posizione non allineate bollandole come «retrograde» o «talebane».


di Maria Pia Baccari (*)  © il Giornale, 11 agosto 2004


(*) Docente di Diritto Romano all’Università Luiss – Roma

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Vita: altri temi

di Maria Pia Baccari, Docente di Diritto Romano all’Università Luiss – Roma.
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