Quando Diabolik era comunista

La cappa ideologica

Mondadori ripropone la raccolta di alcune vecchie storie, belle e classiche. Una però, forse incomprensibile ai giovani d’oggi, inneggia a Mao.
I numerosi fan di Diabolik saluteranno senz’altro con favore le 362 pagine che Mondadori presenta con il titolo Diabolik in Oriente, ristampa nella collana Oscar Bestsellers di un’antologia già proposta nel 2002 nella collezione I Miti.

Benché carente di un’introduzione (così che il lettore non sa neppure a che anno risalgano le storie originali), il testo ripresenta in una forma attraente e facilmente leggibile tre classiche storie del bandito mascherato. Due – Viaggio senza ritorno (tratto da Diabolik VIII/5 del 3 marzo 1969, disegnatori Glauco Coretti ed Enzo Facciolo) e Il crimine non ha confini (XII/1 del 1° gennaio 1973, disegni di Flavio Bozzoli e Saverio Micheloni) – presentano un Oriente piuttosto di maniera, ma si leggono ancora con piacere come avventure mozzafiato.



Molto più originale – e incomprensibile per il lettore cui non è fornita la data di prima pubblicazione – è invece la prima storia Marchio di fuoco.



L’avventura è pubblicata la prima volta su Diabolik XIII/24 del 25 novembre 1974, disegnatori Sergio Zaniboni ed Enzo Facciolo. La sceneggiatura è di una delle due celebri sorelle creatrici di Diabolik, Angela Giussani (1922-1987). La storia originale esce in pieni anni di piombo: un mese prima dell’arrivo del fascicolo in edicola sono stati arrestati a Torino i brigatisti rossi Prospero Gallinari e Alfredo Buonavita; due mesi prima a Pinerolo sono finiti in carcere Renato Curcio e Alberto Franceschini. In Cina il 1974 segna l’inizio dell’ultima ondata della “rivoluzione culturale”: Mao Tze-Tung (1893-1976), vecchio e malato, oscilla fra la “banda dei quattro” radicale, guidata dalla sua terza moglie Jiang Qing (1914-1991), e il più moderato Deng Xiao-Ping (1904-1997).



Per la verità nell’estate 1974 Deng tenta una contro-offensiva, ma in inverno i radicali riprendono il controllo della situazione, e nel 1975 avranno la vittoria in pugno. Mao morirà l’8 settembre 1976 e la “banda dei quattro” sarà arrestata il 6 ottobre. Oggi sappiamo che la rivoluzione culturale dev’essere correttamente interpretata come una sbornia rivoluzionaria di terrore, di morte e di distruzione di una parte importante della cultura cinese liquidata come borghese o reazionaria. Ma all’epoca molti giovani della Sinistra italiana, ancora incerti sul giudizio da dare anche a proposito delle Brigate Rosse, si dichiarano orgogliosamente maoisti e inneggiano ai radicali cinesi.



Tutto il potere al popolo!



Il soldato Diabolik si arruola a modo suo in questa battaglia. Dietro l’immaginario paese del Kuantat dove si svolge Marchio di fuoco è riconoscibile anche a occhio nudo la Cina di Mao.



Diabolik vuole rubare “i gioielli della dinastia Dung” sostituendosi a un archeologo. La prima a fargli la predica – noblesse oblige – è Lady Eva Kant. Nel Kuantat, declama, “il popolo ha preso il potere”, “ha molto lottato per conquistare la propria indipendenza e ora cerca di vivere in modo diverso nell’uguaglianza e nel rispetto degli altri”: “Non devi rubare quel tesoro!”.



Non senza una sua logica, Diabolik risponde: “Non mi faccio scrupoli. Io sono un ladro!”. Ma cambierà idea. Sbarcato nella Cina-Kuantat, Diabolik fa del turismo ideologico, nota “dappertutto manifesti e grandi scritte che ricordano la passata lotta popolare… poche macchine e molte biciclette… significano che il paese non è ancora del tutto industrializzato, però non si vede miseria”.



Alla ricerca dei gioielli, Diabolik si entusiasma – e un po’ si innamora – di una giovane guardia rossa, Han Ching, e assiste con lei a uno spettacolo sulla rivolta dei contadini contro un cattivissimo feudatario. “Il popolo prese il potere e costruì un paese libero dall’oppressione”, anche se il feudatario riuscì purtroppo a fuggire.



Sotto mentite spoglie, proprio quel feudatario è tornato a casa, ed è anche lui alla ricerca del tesoro. Scoperto da Han Ching, la uccide, ma Diabolik lo cattura e lo consegna alla “giustizia del popolo”. Emozionato, il ladro mascherato rinuncia al colpo e torna a casa per dare ragione a Eva: “Quel popolo vive davvero in modo diverso… vive nell’uguaglianza! Tutto appartiene a tutti”. E a Eva che sostiene che nel Kuantat “il furto diviene solo una inutile provocazione”, Diabolik risponde traendo nei riquadri finali la sua morale della favola: “Cara, mi sono reso conto di una cosa! .. Là io non avrei ragione di esistere!”.



Contro la proprietà privata



La storia si presenta così come un singolare documento della straordinaria ingenuità di una certa Italia degli anni Settanta del secolo scorso rispetto al comunismo, alla Cina, alla rivoluzione culturale.



Anni dopo si sarebbe scoperto che la “giustizia del popolo” aveva fatto qualche milione di morti, spesso colpevoli soltanto di avere un titolo di studio, e che molte guardie rosse avrebbero continuato i loro saccheggi, dismessa la maschera ideologica, sotto forma di criminalità organizzata, certamente non meno vigorosa in Cina che in Occidente, anche se meno nota.



L’”inutile provocazione” del furto e del crimine non ha mai cessato di essere popolare, nella Cina maoista come nella Russia sovietica. Un Diabolik d’annata e politico si lascia andare qui a giudizi sul comunismo decisamente impegnativi, molto al di là delle declamazioni contro i capitani d’industria di ladri gentiluomini come Arsène Lupin o Lord Lister, feroci critici dei robber barrons della seconda rivoluzione industriale ma, al massimo, liberali di sinistra. Lupin resta un nazionalista fedele agli ideali della République e si arruola perfino nell’esercito coloniale; Lord Lister in una celebre storia si iscrive sotto falso nome al Partito Liberale e lo conduce alla vittoria nelle elezioni inglesi.



Il Diabolik del 1974 – che non è un ladro gentiluomo, e che si ingentilirà (parzialmente) solo in anni successivi – oscilla invece fra sinistra del PCI e Potere Operaio.



La vera morale della storia va forse lasciata trarre ad Aleksàndr I. Solz’enicyn, che nel 1973 aveva fatto pubblicare a Parigi il primo volume di Arcipelago GULag e nello stesso 1974 è arrestato ed espulso dall’Unione Sovietica. Lo scrittore riferisce che, quando si era lamentato perché nei GULag i criminali comuni mangiavano meglio dei detenuti politici, una guardia gli aveva risposto: “I ladri sono socialmente vicini ai comunisti perché, sia pure con mezzi diversi, entrambi lottano contro la proprietà privata”.


Massimo Introvigne


il Domenicale 3 luglio 2004
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