Può esistere una guerra senza armi?

Socialismo
LE TECNICHE DELLA GUERRA RIVOLUZIONARIA
 
Vorrei anzitutto precisare, per dovere di obiettività, qualche limite della guerra rivoluzionaria.
È mio personale convincimento, ad esempio, che Mao-Tse-tung in particolare, e i comunisti nel loro complesso più in generale, non abbiano teorizzato né codificato compiutamente la guerra rivoluzionaria. Essi ne hanno compreso lo spirito e adattato qualcosa che già esisteva ad uno schema loro, alla loro rivoluzione e alla loro concezione dialettica della storia. Questo qualcosa che già esisteva, Mao-Tse-tung lo ha appreso, più che da Sun Zu, da testi occidentali, e precisamente da Clausewitz, da von Mohke e – perché no? – forse anche da Machiavelli. In effetti, Mao-Tse­tung – ha imparato da questi testi principalmente a ragionare con fredda logica sulla guerra “tout-court”, prima ancora che sulla guerra rivoluzionaria; alla quale ha poi applicato gli stessi metodi.Dossetti, fanfani, De Gasperi, La Pira
Vediamo appunto cosa dice Clausewitz e cosa dice Mao-Tse­tung sulla guerra, e come da tali concetti si arriva alla guerra rivoluzionaria. Clausewitz afferma: “La guerra è un atto di forza che ha per scopo di costringere l’avversario a sottomettersi alla nostra volontà”. La definizione di Mao-Tse-tung è più particolare di quella di Clausewitz, se vogliamo più dettagliata, ma anche meno limitata; essa consente cioè di adattarsi anche a conflitti di tipo non ortodosso, come è appunto il caso della guerra rivoluzionaria. Scrive Mao-Tse-tung: “L’obiettivo della guerra è senza altro quello di conservare le proprie forze e annientare quelle del nemico. Annientare il nemico signi***** disarmarlo o comunque privarlo dei suoi mezzi di resistenza, e non distruggerlo in senso fisico…” – ecco qui un concetto sulla guerra in generale, che si attaglia benissimo alla guerra rivoluzionaria – “Va sottolineato che l’annientamento del nemico è l’obiettivo principale della guerra, mentre la conservazione delle proprie forze è solo l’obiettivo secondario…”. La frase finale è soltanto una forma cinese per esprimere il concetto ben più lapidario di von Moltke: “La miglior difesa è l’attacco”. In verità, come abbiamo detto, prima ancora di leggere Sun Zu, Mao-Tse-tung ha studiato a fondo Clausewitz e von Moltke. Gli occidentali, al contrario, li hanno del tutto dimenticati. Tanto è vero che continuano, nella generalità dei casi, a restare sulla difensiva.
 
Lasciamo ora la guerra in generale e veniamo alla guerra rivoluzionaria, e precisamente agli scopi che essa persegue. La guerra rivoluzionaria, come è stato più volte detto, si prefigge principalmente la conquista delle popolazioni. Cerca cioè la decisione fuori del campo di battaglia, nel cuore gel paese nemico, per paralizzarne dal di dentro la volontà e la capacità di resistenza. Potremmo qui citare una frase di von der Goltz, che sembrerebbe quasi formulata di proposito per il caso nostro: “Si tratta non tanto di annientare i combattenti nemici, quanto di annientare il loro coraggio”.
         Attraverso la conquista delle popolazioni, la guerra rivoluzionaria trasforma l’uomo stesso in arma, sia che l’interessato ne abbia coscienza, o meno. Nel secondo caso, l‘uomo-arma diviene palesemente un “robot”; ma anche nel primo, finisce spesso per divenirlo; perché, se conserva la coscienza del proprio stato, rinuncia tuttavia a una volontà propria, e quindi rinuncia ad essere libero.

        Veniamo ora a un altro concetto della guerra rivoluzionaria, quello che potremmo definire “delle tre strategie”.
         Così come esiste una strategia generale della guerra, esiste anche una strategia generale della guerra rivoluzionaria, nonché una strategia particolare di quella determinata guerra rivoluzionaria che a noi interessa. Insomma, la guerra rivoluzionaria deve studiarsi come “un tutto unico” e non frazionarsi nelle sue singole operazioni; per cui va diretta e coordinata al vertice, non affidata esclusivamente all’iniziativa di un capo locale.
         Mao-Tse­tung, pedante come al solito, ma chiaro, scrive in proposito: "Noi dobbiamo studiare le leggi generali della guerra, dobbiamo studiare le leggi generali della guerra rivoluzionaria in Cina… L’idea secondo la quale la vittoria strategica si raggiunge solo attraverso singole vittorie tattiche è errata…”. Qui può trovarsi la spiegazione degli insuccessi occidentali di fronte alla guerra rivoluzionaria comunista: l’aver dato di volta in volta singole risposte tattiche locali, senza impostare una contro guerra rivoluzionaria totale per combattere (anche con criteri offensivi) l’intero mondo comunista.
         Ancora un concetto fondamentale della guerra rivoluzionaria, valido peraltro non solo per questa, ma per qualsiasi tipo di guerra. Le basi del pensiero militare classico dell’occidente si ritrovano ancora una volta nella guerra rivoluzionaria condotta dall’oriente, ripetute in cinese e applicate da Mao-Tse-tung: mantenere l’iniziativa, evitare una difesa passiva; concentrare le forze sullo Schwerpunkt. Fra le ripetizioni di Clausewitz dovute al dittatore cinocomunista non va dimenticata questa, pregevole nella sua icasticità: " La nostra strategia consiste nell’opporre uno contro dieci, la nostra tattica nel battersi in dieci contro uno”.
   Resta ora da considerare il metodo della guerra rivoluzionaria, metodo che lo stesso Mao-Tse-tung può indicarci; “Qual’è questo metodo? Esso consiste nello studiare fino in fondo sotto tutti gli aspetti sia la situazione del nemico che la propria, nell’individuare le leggi che regolano l’azione del nemico e tener conto o di queste leggi quando si decidono le proprie azioni”. Si tratta, come è evidente, di concetti molto elementari, ma che spesso in occidente si trascurano. Perciò, è bene ribadirlo.
 
 
TECNICHE DELLA GUERRA RIVOLUZIONARIA
 
   Fin qui ho sistematicamente richiamato alcuni concetti fondamentali della guerra rivoluzionaria. Vengo ora al merito di questa relazione, alla sua fonte essenziale, cioè alle sue tecniche. La guerra rivoluzionaria, nella sua formula più classica, può considerarsi sostanzialmente strutturata su quattro fasi:
   I) preparazione: studio degli ambienti e delle situazioni su cui si vuole intervenire, stesura dei piani, predisposizione degli organismi e dei mezzi necessari;
   II) propaganda: le sue manifestazioni devono tener conto il più possibile dell’efficacia dei metodi scientifici della moderna psicologia e giovarsi delle esperienze in materia;
   IlI) propaganda e infiltrazione: alla fase di pressione psicologica, che continua, se ne aggiunge una seconda, basata sull’infiltrazione e sul controllo di determinati ambienti; propaganda e infiltrazione, in questa fase, devono essere strettamente coordinate;
   IV) propaganda – infiltrazione – azione: alle due manifestazioni precedenti se ne sovrappone una terza (sempre sottoposta ad un coordinamento centralizzato); questa può consistere a seconda dei casi nell’azione violenta o nella conquista “legale” del potere.
   Ma attenzione! Sarebbe naturalmente errato irrigidirsi “a priori” su tale schema, che costituisce soltanto l’esempio classico, non sempre rigorosamente rispettato in concreto. Talvolta alcune fasi si saltano, talvolta ne muta l’ordine di progressione. Il nostro schema è stato comunque seguito dai comunisti quasi dovunque: nel Vietnam, come in Algeria, come nell’America latina. Lo stesso schema-tipo è in corso di applicazione anche in Italia.
 
PRIMA FASE: PREPARAZIONE
 
   La strategia della guerra rivoluzionaria – come accennato in precedenza – stabilisce il piano generale della guerra, studiando, conducendo e coordinando le differenti operazioni sui singoli fronti, adeguandole e dosandole per le diverse situazioni, alternando le une alle altre in periodi “caldi” o “freddi”, a seconda dell’andamento della situazione strategica generale. Per fare un esempio, cerchiamo di delineare una di queste ipotetiche operazioni, che sia il più possibile di tipo classico, cioè completa di tutte le sue fasi e le sue forme, insomma, una operazione-tipo.
   Anzitutto si studia l’ambiente da attaccare: in genere, uno Stato. Mao-Tse-tung dice “metodo”, Clausewitz dice “Schwerpunkt”: si tratta dunque di scoprirne i punti deboli, di più facile attacco. Individuati i punti deboli, si studia la struttura generale del piano di attacco, struttura che dev’essere ovviamente la più opportuna per ottenere il successo nella situazione considerata. Delineata la struttura generale, occorre poi preparare gli uomini, gli organismi, i mezzi e le formule particolari. Di solito, per la preparazione di questi elementi, si prendono in considerazione due diversi dominii, relativi alle fasi della guerra rivoluzionaria da noi definite II e III: la propaganda e l’infiltrazione. L’altro dominio, l’azione (fase IV), interviene di solito in un tempo successivo, e difficilmente può stabilirsi in anticipo, perché legato agli sviluppi e al grado di riuscita dei precedenti (ci riferiamo sempre a un caso “classico” di guerra rivoluzionaria, senza salti o anomalie).
   Per quanto in particolare riguarda la preparazione della propaganda, va detto che anzitutto si sceglie i gruppo (o i gruppi) da attaccare. Può essere, in linea di larga massima: politico, culturale, religioso, etnico, di classe. Possono essere presi in esame anche gruppi di tipo diverso come ad esempio: gruppi di lavoro (burocrazia, scienziati nucleari, militari, magistrati, etc.), gruppi di generazione (giovani), gruppi economici, ambienti particolari legati fra loro da interessi familiari, di frequentazione, perfino di svago, e via di questo passo.
   La scelta del gruppo va operata soppesando accuratamente le caratteristiche dei diversi gruppi in presenza, il tempo di cui si dispone, gli scopi particolari che si intendono raggiungere, le possibilità di chi deve operare. Vanno individuati uno o più gruppi recettori principali e i gruppi recettori ausiliari; i primi per una azione a fondo, che ne assicuri il completo controllo; i secondi per scopi limitati, essendo sufficiente indurli a fare qualcosa che influisca sui recettori principali.
   Individuati i gruppi su cui si intende operare, vanno delineati gli scopi. Mentre nella propaganda commerciale lo scopo si limita all’acquisto (da parte della “vittima”) di un dentifricio o di una canna da pesca, nel caso della guerra rivoluzionaria lo scopo non può essere invece che la conquista del gruppo stesso. Conquista totale o parziale, conscia (per il recettore) o inconscia, secondo la situazione, il tempo, gli scopi stessi e le possibilità.
   Ad ottenere gli scopi prefissi, occorre servirsi (con la dovuta accortezza) dei metodi. scientifici. appositamente studiati dai tecnici della propaganda della psicologia sociale. Fra questi, è oggi particolarmente affermata la tecnica dei riflessi condizionati, di Ivan Pavlov, alla quale si rifanno, più o meno, quasi tutti i teorici (e i pratici) contemporanei della materia.
   Riguardo, invece, alla preparazione del piano di infiltrazione, può dirsi che l’inizio sia di solito costituito dall’indottrinamento di elementi fuorusciti, o comunque attirati all’estero – in quello che definiremo il paese attaccante, cioè il paese che intende provocare la guerra rivoluzionaria in territorio altrui – con diversi pretesti, da quello dell’istruzione culturale o tecnica degli elementi stessi, al semplice turismo, al generico interesse politico-ideologico (in questo caso si tratterebbe ovviamente di persone già simpatizzanti).
   Gli elementi opportunamente indottrinati e istruiti rientrano nel paese di origine per svolgervi i compiti loro affidati. Può trattarsi in genere di costituzione di un partito o sua trasformazione, creazione di organismi “camuffati” di fiancheggiamento del suddetto, infiltrazione diretta negli organi dello Stato, infiltrazione in ambienti in ogni modo influenti sulla vita del paese da attaccare.
 
SECONDA FASE: PROPAGANDA
 
   La propaganda, ovviamente, non è un’invenzione della guerra rivoluzionaria. È sempre stata impiegata in guerra, nella lotta politica, in campo economico. Cercheremo dunque di trattare soltanto gli aspetti della propaganda più inerenti alla guerra rivoluzionaria.
   Ci si consenta un breve cenno ad alcuni concetti preliminari.
   Dovrebbe dirsi anzitutto a questo punto dei mezzi della propaganda: auditivi, visivi e audiovisivi. Ma si tratta di cose note. Vorrei solo ricordare la crescente importanza dei mezzi audio­visivi, e la tecnica indiretta di propaganda usata soprattutto in Europa (e in Italia): la riunione “culturale” invece del comizio politico, il giornale “indipendente” in luogo del foglio di partito, la notizia “obiettiva” presentata in un certo modo invece che la frase propagandistica scoperta.
   Altro concetto cui va accennato è questo:. la propaganda non va più lasciata all’improvvisazione, ma affidata a tecniche scientificamente sperimentate. I comunisti hanno soprattutto studiato le tecniche dei riflessi condizionati di Pavlov, basate sulla ripetizione costante di un certo stimolo, fino ad ottenere nel soggetto recettore la reazione voluta, che a lungo andare diviene abituale e “spontanea”, quasi una seconda natura.
   Ancora, il concetto dell’irrazionalità. La propaganda, cioè non deve basarsi sul ragionamento, ma colpire attraverso elementi irrazionali, inconsci. Da qui la necessità di preferire al ragionamento, lo slogan, il simbolo, qualcosa che evochi concetti ed esigenze elementari strettamente connesse alla natura dell’uomo o del gruppo interessato. Secondo i più noti teorici della materia, la propaganda può essere di due tipi: persuasiva (se riferita alle “élites”) o emotiva (se riferita alle masse). Ma anche la propaganda per le “élites” basata sulla persuasione non risulta generalmente sufficiente – è raro convincere qualcuno con il solo ragionamento – per cui si richiede sempre un intervento che faccia leva su elementi irrazionali, inconsci.
   Esposti brevemente questi concetti preliminari, passiamo ora a qualcosa che interessa più a fondo la propaganda della guerra rivoluzionaria. La scelta dei temi dipende principalmente dal gruppo che si vuole attaccare e dalla situazione ad esso connessa. In Europa, per lungo tempo, la propaganda comunista si è battuta quasi esclusivamente sul tema classista, mentre negli Stati Uniti essa agita invece quello razziale, sobillando le associazioni degli uomini di colore. In Algeria, poi, i comunisti hanno puntato, nella loro guerra rivoluzionaria, soprattutto sui temi nazionale (gruppi etnici autoctoni) e religioso (musulmani). Lo stesso è avvenuto per l’area indocinese, tanto nella fase francese (1946­1954), quanto soprattutto nella attuale fase americana; e la connivenza tra i “bonzi” buddisti e i comunisti Vietcong lo hanno ampiamente dimostrato. In Angola, invece, la valenza etnica, più che altro, è stata un po’ la chiave di volta della guerra rivoluzionaria comunista: cioè lo scatenamento dei Bakongo abitanti il nord est del territorio (nonché buona parte del Congo ex-belga) contro i Bailundos che costituiscono la maggior parte della popolazione angolana e collaborano con i portoghesi. Idem a Zanzibar: i negri contro gli arabi. Anche durante la seconda guerra mondiale la carta etnica è stata giocata, seppure male, ad esempio dai tedeschi: croati contro serbi, ucraini contro russi.
   L’uso dei temi nazionali, religioso, etnico, razziale, classista, è però oggi da considerarsi un po’ troppo semplicistico per la moderna propaganda di guerra rivoluzionaria; va cioè ancora bene in situazioni semi-coloniali o comunque semplificate, diremo quasi elementari dove vivono popolazioni extra-europee. In Europa, e in parte anche negli Stati Uniti, la propaganda della guerra rivoluzionaria si appoggia su basi “più evolute”. In Europa il comunismo non insiste più tanto sul classismo proletario e neppure su un certo “nazionalismo” anti-americano, almeno come grandi temi per una propaganda di massa. Al posto di questi sono subentrati, ad esempio, fatti di politica estera, come Cuba, l’Algeria, il Guatemala, il Congo, la Spagna, il Portogallo, il Vietnam, e via di seguito. Fino a qualche anno fa, poi, il comunismo italiano (sia il partito, sia le sue organizzazioni parallele) si batteva per “l’attuazione della costituzione”, tema a nostro avviso molto fiacco, incompreso nella sua astrusità – un errore gravissimo per un buon propagandista – dalla massa della popolazione. Si rivela invece, ancora molto utile ai comunisti, come propaganda di fondo, l’insistenza sul tema delle “atrocità” tedesche, e per tre ordini di motivi: da un lato, funge da freno per il riarmo della Germania occidentale; da un altro, polarizza l’attenzione delle masse su un falso scopo, distogliendole dalla guerra rivoluzionaria di oggi; da un altro ancora conferisce un volto ben preciso a quello che i teorici di psicologia sociale chiamano l’avversario, che le masse devono odiare, avversario che è poi non troppo difficilmente assimilabile al “marine” americano e al “para” francese o belga (sul tema psicologico dell’avversario parleremo meglio più avanti).
   Ma oggi, forse, i temi propagandistici più efficaci usati dalla guerra rivoluzionaria comunista in ambiente europeo, anzi proprio in Italia, sono quelli limitati ai singoli gruppi, attaccati uno per volta, con pretesti differenti l’uno dall’altro: ad esempio, la cosiddetta libertà della cultura, la propaganda contro il militarismo, i singoli problemi universitari, il “colloquio” con i cattolici, ed altri ancora, tutti a compartimenti stagni, a carattere ristretto per ambienti singoli, non a carattere generale. In questo caso, dunque, la propaganda si interseca con l’infiltrazione, basandosi su quella che molti chiamano tecnica delle “organizzazioni parallele”. Altri, parlano semplicemente di “utili idioti” Ci due termini però possono anche non significare necessariamente la stessa cosa).
   Perfino in paesi retti da dittature di destra, come la Spagna e il Portogallo, la guerra rivoluzionaria comunista ha rinunciato ad agire apertamente su temi generali e perfino sul piano classista. Non si è neppure insistito sulla libertà in generale, libertà di tipo politico. Al contrario, hanno funzionato gli “utili idioti”: i gruppi intellettuali, gli universitari, i gruppi cattolici; in nome della libertà di cultura o di altre singole libertà. Anche quando sono stati chiamati in causa i lavoratori, si è trattato di operazioni limitate: ad esempio, le rivendicazioni sindacali dei minatori delle Asturie.
   Gli accorgimenti di cui si avvale la propaganda della guerra rivoluzionaria san innumerevoli. Anzitutto va ricordato quello che i teorici chiamano il tema dell’avversario. Si dice spesso che non va bene insistere soprattutto su miti distruttivi, ma ci vuole anche qualcosa di costruttivo. In un certo senso è forse vero. Ma è anche valido il concetto inverso, tanto valido, appunto, che la propaganda vi indulge così spesso. Come infatti sostengono i maggiori teorici di propaganda e di psicologia sociale, non basta affatto presentare tesi positive, ma è necessario dare in pasto alle masse dei feticci da abbattere. L’avversario va identificato e segnato a dito; se poi non ha un volto ben preciso, tale volto gli va senz’altro attribuito, che sia naturalmente brutto, stupido, ridicolo, mostruoso. La gente deve imparare ad odiarlo. Deve essere tale che non può non odiarlo. È quanto fanno i comunisti con le loro mascherate in cui presentano i fantocci del capitalista, del militarista, dell’americano. Qui ci si avvale di una tecnica fondamentale della propaganda: l’uso del simbolo o dello slogan, in luogo del ragionamento. È insomma una mascherata apparentemente stupida, ma che non sempre si rivela priva di effetto, perché la massa manca di intelligenza ed è comunque influenzabile. L’inferiorità propagandistica degli occidentali risulta anche dal fatto che spesso l’avversario – cioè il comunista – non solo non viene attaccato, ma talvolta non può neppure essere identificato e indicato chiaramente.
   Esiste una “semantica” comunista, cioè una scienza, una metodologia del linguaggio, se vogliamo, una terminologia che ha importanza notevolissima per la propaganda, soprattutto nella guerra rivoluzionaria. Una terminologia davvero efficace deve imporsi anche agli avversari; in tal caso, porta fatalmente con sé un determinato punto di vista, un certo modo di ragionare, facendo così diventare gli stessi avversari agenti e portatori inconsci di quella propaganda. Qualcosa del genere si veri***** appunto ai giorni nostri, e proprio in Italia. Cioè, accanto a una terminologia comunista troppo scoperta e quindi rimasta confinata nell’area politica di sinistra, ne esiste anche un’altra, più sottile, divenuta di dominio comune perfino in campo anticomunista, con tutte le conseguenze psicologiche che ne derivano. Fra la terminologia meno efficace del primo tipo, possiamo ad esempio citare i soliti epiteti attribuiti dalle sinistre a chiunque non SIa comunista: fascista, clerico-fascista – un po’ in disuso, con
i tempi che corrono – i nazi-fascista, monarco-fascista, eccetera.
   Ma la terminologia di sinistra veramente efficace è un’altra, meno politicizzata e quindi accettata da tutti. Per esempio: l’aggettivo “oscurarantista” riferito aprioristicamente al Medio Evo, l’aggettivo “deprecabile” che accompagna sempre il sostantivo “guerra” (anche quando questa è indispensabile a difendere la libertà), il colonialismo che viene senz’altro considerato una cosa ignobile (sebbene abbia portato anche la civiltà in Africa), l’aggressione che è sempre un’infamia (seppure talvolta sia soltanto un modo per prevenire l’aggressione comunista). Un caso clamoroso, ora: proprio in questi tempi, capita spesso di leggere perfino in giornali anticomunisti, corrispondenze dal Congo dove si parla di “mercenari” bianchi, con l’uso cioè di questo termine spregiativo in luogo dell’altro di “volontari” (i quali, ovviamente, vengono pagati come tutti i volontari, anzi come tutti i soldati del mondo); così, noi insultiamo inconsciamente ma stupidamente i combattenti occidentali, mentre i comunisti parlano dei terroristi e dei cannibali ai loro ordini come di “patrioti”. Tutto questo non è soltanto stupido, ma indica anche un senso di inferiorità psicologica dell’Occidente, che va assolutamente abbandonato se si vuole vincere.
   Riassumendo, va ricordato che lo slogan, il simbolo, la terminologia devono essere intelligenti. Cioè evocare un mito, un’idea­forza. Non è necessario che il mito sia giusto, bello, morale, o vero: basta che colpisca, che sia convincente, che sia verosimile. Convincente, come abbiamo già detto, non sul piano razionale, ma su quello emotivo, inconscio. Deve colpire, e colpire forte, magari allo stomaco. Colpire per la sua incisività. E quando questa venga a mancare, colpire per qualche particolare trovata a effetto.
 
TERZA FASE: PROPAGANDA-INFILTRAZIONE
 
   Come abbiamo accennato all’inizio, nella terza fase della guerra rivoluzionaria, alla propaganda, che prosegue, si sovrappone l’infiltrazione.
   L’infiltrazione può effettuarsi su ambienti diversi: da associazioni più o meno scopertamente politiche, a gruppi culturali (o di altro genere), ad ambienti strettamente inseriti nella vita del paese, fino ad organi ufficiali dello Stato (tecnici, parlamentari, governativi).. L’infiltrazione, e la sua particolare attuazione, dipendono ovviamente dalla situazione generale,
   In caso di forte tensione politica – a maggior ragione se puntualizzata da atti di sabotaggio e di terrorismo, o addirittura da vere e proprie operazioni di guerriglia – l’opera di infiltrazione risulta limitata. In Algeria fino al 1962 e nel Vietnam del Sud oggi, ad esempio, i comunisti non possono agevolmente infiltrarsi negli organi statali ufficiali, né creare scopertamente organizzazioni parallele, ma devono limitarsi ad assumere il controllo di ambienti recettori più lontani, come ad esempio quello dei “bonzi” buddhisti, o di altri “utili idioti”, di solito appartenenti all’ambiente universitario e culturale.
   Al contrario, in caso di distensione o, come si dice oggi, di colloquio – vedi situazione italiana – l’infiltrazione può operare in profondità, direttamente, giungendo fino ai gangli vitali della nazione. Perché in caso di distensione, di colloquio, o addirittura di apertura a sinistra, o se vogliamo, di allargamento dell’area democratica, non soltanto l’opinione pubblica non avverte chiaramente la presenza della guerra rivoluzionaria, ma non è neppure sensibilizzata relativamente allo svolgersi delle sue operazioni; anzi, non conosce neppure il nemico, che si evita di denunciare per timore di interrompere appunto distensione e colloquio. Così, con le masse opportunamente cloroformizzate, la guerra rivoluzionaria può proseguire impunemente la sua penetrazione fino al cuore dello Stato attaccato; e si guarderà bene dall’arrischiare operazioni troppo brutali, per non svegliare le masse dal loro pesante sonno. È esattamente quanto sta accadendo in Italia.
   Qual’è la tecnica iniziale dell’infiltrazione? All’inizio, è il partito, che svolge un’azione diretta e spesso scopertamente rivoluzionaria. Può però anche verificarsi il caso in cui il partito ufficiale viene alla luce dopo altri organismi più camuffati, oppure può non nascere affatto. In ultima analisi, oggi, il partito inteso nel senso classico del termine può non essere necessario alla guerra rivoluzionaria.
   Per affrontare operazioni di larga efficacia, il partito politico deve creare al più presto, sotto il proprio tacito controllo, organizzazioni parallele di tipo diverso. Tali organizzazioni devono essere in grado di affrontare con probabilità di successo singole battaglie su temi apparentemente apolitici, combattute caso per caso, quasi a compartimenti stagni (il coordinamento, indispensabile, va tenuto al vertice e dietro le quinte). Si tratta, ad esempio, di associazioni “per la pace”, “per l’amicizia con l’URSS” o “con la Cina”, “per la libertà algerina”, per i diritti di qualcuno, contro l’oppressione o le prepotenze di qualcun altro. Ora, poi, non ha nessuna importanza il fatto che il partito così ferocemente “pacifista” disponga (lui in proprio, o i suoi padroni) di formidabili armamenti, così come non importa affatto che l’ottenimento della libertà per un lontano popolo consista in pratica soltanto nell’imporre a questo una spaventosa oppressione; non importa che i diritti richiesti per qualcuno siano eccessivi o ingiustificati; non importa che il governo cosiddetto “oppressore”(di solito, straniero e molto lontano) contro cui si tuona, in realtà non opprima nessuno. Al limite, non importerebbe neppure se il lontano popolo “oppresso” non esisterebbe per niente: sarebbe sufficiente che la gente potesse credere ciecamente alla sua esistenza, senza il rischio di clamorose e controproducenti smentite.
   In verità, per la creazione di efficaci organizzazioni parallele interessa una cosa sola: radunare degli “utili idioti” che si agitino, creando situazioni e stati d’animo senz’altro artificiosi, ma favorevoli alla guerra rivoluzionaria. Stati d’animo che poi, persistendo e divenendo abitudinari, cessano di essere artificiosi e vengono accettati come una seconda natura, appunto per quel processo dei riflessi condizionati reso celebre da Pavlov. Non importa neppure che gli “utili idioti” credano nelle idee a cui giovano, per esempio nel comunismo, come è il caso della guerra rivoluzionaria di oggi. Possono svolgere la loro funzione per fede, oppure per una qualche convenienza, specificatamente per danaro, o per idiozia pura e semplice. In quest’ultimo caso rientrano anche coloro che sono “utili idioti” senza saperlo, divenuti cioè uomini­arma inconsci al servizio della guerra rivoluzionaria comunista. Ad essi non si richiede neppure una stretta ortodossia sul piano della propaganda; anzi, al contrario, qualche eresia messa lì come una ciliegina sul gelato dà l’impressione che si tratti di uomini liberi. In effetti, a chi muove i fili della guerra rivoluzionaria basta che costoro si agitino secondo il piano generale (che nella massima parte dei casi non conoscono) e che si battano per affermare determinati miti, con l’ausilio di pochi slogan efficaci. Tutte le altre elucubrazioni più o meno intellettualistiche non hanno importanza, perché la massa le dimentica ancora prima di averle apprese, come tutte le cose troppo logiche o troppo difficili. E, lo si tenga ben presente, la propaganda va rivolta soprattutto alle masse, perché esse hanno ormai assunto nella società di oggi una importanza che sarebbe errato trascurare.
   Naturalmente, più gli “utili idioti” sono intelligenti – ci si scusi il bisticcio – più risulta efficace la loro azione sulle masse. In Italia, grazie a Dio, questo caso non è molto frequente, per cui gli “utili idioti” giovano alla causa della guerra rivoluzionaria principalmente con l’apporto del loro nome, più o meno meritatamente celebre. Altrove, invece, si ha il caso di intellettuali o di artisti “impegnati” che impostano coscientemente le loro opere secondo ben precisi criteri di influenzabilità psicologica, con metodi che se non sono rigorosamente scientifici, lo sono almeno più di quelli impiegati nella propaganda dei partiti politici; quindi, a nostro avviso più efficaci.
   La guerra rivoluzionaria deve estendersi a macchia d’olio, portando la propria penetrazione in ambienti più consistenti e più influenti sulla vita reale del paese. In taluni casi, sono le stesse leggi democratiche a fornire alla guerra rivoluzionaria i mezzi e le vie di penetrazione: ad esempio, attraverso le amministrazioni locali e, in particolare, proprio in Italia. In vaste zone del paese i comunisti e i loro alleati di sinistra hanno stabilito aree di monopolio politico e organizzativo, che naturalmente si trasformano a loro volta in leve di potere. Facendosi forti del controllo di tali zone, i comunisti possono ricattare gli organi politici centrali, costringendoli a sempre nuove concessioni, stabilendo inoltre sul piano locale tutto un rigido sistema di clientele, che comprenderà fatalmente gruppi finanziari ed economici, fonti di lavoro, enti culturali; quindi, tutto, ad eccezione degli organismi militari e di polizia. Ma non è neppure escluso che, avendo avvinta a sé la popolazione delle zone “democraticamente” controllate, questa stessa popolazione, manovrata in un intelligente assedio psicologico, finisca per sommergere con la sua massa anche le ultime isole di resistenza, o almeno per eroderle, conquistando individualmente e giorno per giorno le persone singole. La difesa contro una simile minaccia è tanto più difficile, poiché anzitutto non ci si può rinchiudere in campi trincerati evitando ogni contatto con la popolazione, e poi soprattutto perché è vietato individuare chiaramente il nemico, additarlo, combatterlo decisamente. In Italia si dice che non è possibile, dato che il partito comunista è riconosciuto legalmente e inserito in tutti i gangli della vita nazionale. Che poi questo partito si valga proprio della legalità per scopi illegali, questo sembra non interessare nessuno.
   Comunque, allargandosi ancora, l’infiltrazione della guerra rivoluzionaria si impadronisce di organi a carattere nazionale. Di solito si inizia con la stampa: non è difficile collezionare “intellettuali” a tendenza radicale, affidare loro un giornale o una rivista – mantenendone il controllo diretto o indiretto – finanziario, diffonderlo, affermarlo. La stampa di questo tipo, cioè non apertamente politica, ma a carattere “culturale impegnato”, funge ottimamente da carta moschicida per attirare anche intellettuali non dediti abitualmente al giornalismo: scrittori, poeti. artisti, studiosi, professori, giovani con velleità intellettuali più o meno fondate. Si tratta del resto di un fenomeno inevitabile: chi scrive un libro o una poesia, chi dipinge dei quadri, o recita, o compone melodrammi oppure canzoni, ha bisogno del consenso della critica, e non gli interessa affatto che tale consenso venga da fogli culturali legati dietro le quinte a gruppi di sinistra o di destra. Basta che questi fogli non si scoprano troppo (la misura della decenza dello scoprirsi è data dalla situazione del momento, esattamente come per la moda femminile), e soprattutto che controllino una vasta massa di opinione pubblica, cioè che inducano un congruo numero di persone a comprare il libro, il disco, o il quadro. Ora se poi – per tornare sull’esempio attuale e concreto della guerra rivoluzionaria in Italia – gli ambienti anticomunisti non cercano di organizzare seriamente e metodicamente una campagna culturale “impegnata” nel senso loro, è evidente che gli intellettuali continueranno ad affluire a sinistra. Sul fenomeno incide anche un altro fattore, sebbene in misura secondaria, a nostro avviso: la predisposizione insita nell’intellettuale di essere sempre tendenzialmente a sinistra, per affermare le proprie tesi più o meno nuove contro la cultura e la scienza ufficiali. Ma questo, ripetiamo, incide poco, specialmente poi oggi in Italia, dato che la cultura ufficiale è ormai tutta a sinistra. E a questo proposito, se gli anticomunisti avessero maggiore sensibilità politica, approfitterebbero della situazione per sfruttare in senso anticomunista la naturale tendenza alla ribellione delle nuove generazioni culturali contro il conformismo delle dottrine ufficiali.
   Ma andiamo avanti, – radunati, in congruo numero, intellettuali di una certa fama, si mettono in opera organizzazioni e comitati culturali, si indicono premi, concorsi, borse di studio.
Così, gli “utili idioti” si trasformano in posizioni di forza, cui anche gli intellettuali fino a quel momento non “impegnati” ‘"
sono costretti a far capo. Ecco il formarsi di un organismo ufficiale “de facto” cui tutti devono ricorrere, un organismo che non è più al servizio del paese, ma a quello del partito che conduce la guerra rivoluzionaria contro il paese stesso. Naturalmente, la cultura rimbalza sulla stampa e sull’opinione pubblica, queste a loro volta ancora sulla cultura, per una sorta di moto perpetuo in progressivo aumento.
   Va poi osservato che gli intellettuali non sono tutti liberi professionisti: in parte sono inseriti, come è del resto naturale che avvenga, in organi vitali del paese, come scuole, università, istituti vari, centri scientifici o culturali, tutti a carattere generalmente ufficiale. Così, l’infiltrazione si allarga a questi stessi organi, fagocitandoli gradualmente, uno per uno. Nelle scuole e nelle università, poi, la presenza sempre più numerosa di insegnanti “impegnati” agli ordini diretti o indiretti della guerra rivoluzionaria, influisce non poco sull’educazione, sul carattere, sulle idee dei giovani. Ciò risulta forse meno sensibile nelle scuole
medie, dove gli allievi si considerano in stato di perenne ostilità nei riguardi del corpo insegnante, e quindi tendono ad accettarne meno facilmente gli orientamenti politici o ideologici. All’università accade invece il contrario, perché qui gli studenti si apprestano, con la laurea, a divenire “colleghi” dei professori; molti, poi, cercando di trovare lavoro proprio nelle scuole o addirittura negli ambienti universitari, preferiscono camminare secondo la corrente dominante.
   A spingere a sinistra la futura classe dirigente di domani, gli studenti universitari, concorrono anche altri motivi: da un certo “spirito goliardico” inteso in senso anarcoide, fino alla inevitabile infatuazione che coglie molti giovani sprovveduti, venuti per la prima volta a contatto con nozioni superiori. Costoro sono facile preda dell’accorta azione psicologica della guerra rivoluzionaria comunista.
   Tra l’altro, i giovani che escono dalle università si introducono in organismi di tutti i generi. Sommando la loro infiltrazione a quella effettuata dagli intellettuali, e all’altra ancora dovuta ai centri di potere locali, le organizzazioni parallele del partito comunista assumono una diffusione e una influenza tali da costituire uno Stato nello Stato; uno Stato abusivo che si, avvia sempre più a sostituire quello legittimo, finendo di succhiarne come un parassita le ultime gocce di sangue. Quando il fenomeno giunge al termine, le organizzazioni parallele non hanno altro da fare che prendere il posto di quelle ufficiali, ormai prive di effettivo potere e di autorità.
   Come abbiamo già accennato, la propaganda prosegue anche durante la fase della infiltrazione. Anzi, si accentua.
   Si accentua, e risulta anche più facile ed efficace. Più efficace perché condotta da posizioni di forza. Chi è debole, può promettere mari e monti, ma la gente non lo degnerà della ben che minima attenzione, perché sa bene che da un debole o da un isolato non otterrà mai nulla. Chi invece è forte, in atto o in potenza, chi dimostra di sapere conquistare il potere, può anche promettere poco: tutti andranno con lui, perché sanno che almeno quel poco potranno ottenerlo.
   Chi promette, insomma, deve almeno apparire in condizioni di poter mantenere la promessa, prima o poi. Per questo, la propaganda della guerra rivoluzionaria diviene molto più efficace quando l’opera di infiltrazione condotta con successo ha imposto al paese la presenza sempre più affermata e riconosciuta delle organizzazioni parallele comuniste. A questo punto, la gente si aggrega sempre più numerosa al carrozzone favorito dalla fortuna, a colpo sicuro.
   La propaganda, in tale fase, ricorre talvolta a colpi bassi particolarmente efficaci per certi strati della popolazione. Un esempio solo, italiano, è sufficiente: dopo l’insurrezione dei portuali genovesi del luglio 1960, che rovesciava il governo Tambroni iniziando l’apertura a sinistra, il governo sovietico affidava ai cantieri di Genova la commessa per la costruzione di alcune petroliere di grosso tonnellaggio (sei, se ben ricordiamo). In questo modo, i lavoratori del locale porto vedevano crescere le loro possibilità di lavoro e quindi di guadagno: era il premio concesso agli uomini-arma consci o inconsci della guerra rivoluzionaria. Il premio concesso apertamente da una Potenza straniera a operai italiani che avevano rovesciato un governo italiano. Beneficiati non erano poi soltanto i portuali, ma tutta la popolazione, che traeva vantaggio dall’aumento di lavoro nei propri cantieri; e perfino le grosse industrie navali, cioè gli odiati capitalisti, favoriti in questo modo dalla “patria di tutti i lavoratori”.
   Nei riguardi dell’alta industria si rivelano molto efficaci iniziative analoghe, come appunto l’apertura dei mercati russi o cinesi, o di quelli afro-asiatici. Gli industriali che stabiliscono giri di affari con l’oriente sono in parte conquistati, e talvolta materialmente costretti a finanziare gruppi di sinistra. Così, anche in campo economico si stabiliscono degli organismi paralleli, che si aggiungono a quelli già esistenti nello stesso campo, a carattere sindacale. E quando la guerra rivoluzionaria si impadronisce delle leve economiche del paese, può provocare crisi, disastri e agitazioni a suo piacimento, ricattando continuamente il potere legittimo.
   A questo punto le organizzazioni parallele del partito comunista premendo da tutti i lati, appoggiate dagli organi più scoperti del campo politico, ottengono sempre nuove concessioni, inseriscono un numero sempre maggiore di uomini-arma della guerra rivoluzionaria nelle istituzioni ufficiali dello Stato. Una volta inseriti; questi uomini impongono allo Stato stesso una certa politica, che può essere di resa aperta all’attacco della guerra rivoluzionaria, oppure una politica di discredito; ad esempio, una politica economica che metta in crisi le industrie, crisi che finirà per generare dei disoccupati, i quali – sapientemente guidati – scenderanno in piazza e daranno l’assalto ai poteri costituiti.
 
QUARTA FASE: PROPAGANDA – INFILTRAZIONE – AZIONE
 
   Riassumendo, abbiamo fin qui sommariamente descritto tre fasi della guerra rivoluzionaria: preparazione, propaganda, infiltrazione. Si tratta di fasi che – ripetiamo – non sempre nelle attuazioni concrete mantengono rigorosamente quest’ordine.
   Ora viene la “spallata finale”, cioè la quarta fase: l’azione.
   L’azione può essere di due tipi: la conquista “legale” del potere in paesi europei come l’Italia, o l’azione violenta (attentati, atti di sabotaggio, guerriglia) più comune in paesi extra­europei. Nel primo caso, l’azione non è altro che il coronamento del successo già conseguito nel corso della terza fase della guerra rivoluzionaria; il caso “violento”, poi, interessa meno da vicino l’Italia o i paesi europei, almeno nella attuale situazione.
   La nostra trattazione potrebbe dunque qui terminare. Ma per far sì che non appaia manchevole, è opportuno parlare egualmente per esteso della quarta fase, l’azione. Per far ciò, ci pare più organico e più efficace cedere la parola a quei relatori, che potranno illustrare nei dettagli e con esempi concreti efficacissimi le due diverse manifestazioni della fase azione.
   Sono manifestazioni che il mondo occidentale sta vivendo proprio ai giorni nostri: da una parte in Italia (caso, diciamo così, “legale”), dall’ altra nel Vietnam (caso “violento”). In entrambi i paesi, rischia di decidersi la sorte di due continenti, già occupati nella loro parte maggiore da Potenze comuniste.
   La decisione, dunque, dipende molto da noi. Proprio da noi italiani, che viviamo (talvolta senza rilevarlo pienamente) questa insidiosa battaglia. Se sapremo finalmente aprire gli occhi, aprire gli occhi sulla guerra rivoluzionaria, se sapremo reagire in misura adeguata, allora, e soltanto allora, potremo riprenderci e vincere.
   Ma attenzione: è tardi. Molto tardi. “Il est moins cinq”, dice in un suo recente libro Suzanne Labin.
   Siamo arrivati agli ultimi cinque minuti.