Protezione e diritto di libertà religiosa al Meeting di Rimini

Dal mondo

Bisogna contrastare la cristianofobia

Mario Mauro, vicepresidente del Parlamento Europeo, ha introdotto nel salone D7 l’incontro “Protezione e diritto di libertà religiosa” con un dettagliato elenco di uccisioni e rapimenti di cristiani e religiosi degli ultimi giorni. Ovvio il riferimento ai recenti fatti dell’Orissa che ancora una volta mostrano come la persecuzione per causa religiosa sia un fatto di fronte al quale è necessario prendere posizione.
“È ardito esortare i cristiani ad essere ‘protagonisti’” – esordisce monsignor Dominique Mamberti, segretario per i rapporti con gli Stati della Santa Sede – “ infatti nella mentalità comune è protagonista solo chi raggiunge il successo, ma don Giussani aveva capito che, in realtà, solo l’uomo religioso, cioè consapevole del suo legame con Dio, è veramente protagonista”.
Riportiamo quasi integralmente l’intervento di mons Mamberti tenuto a Rimini venerdì 29 agosto…

 

di mons. Dominique Mamberti

Tutti sappiamo che, proprio in questi giorni, sono scoppiate gravi violenze contro le comunità cristiane nello Stato indiano dell’Orissa, in seguito al deplorevole assassinio di un leader indù. Alcune persone sono state uccise, diverse altre sono state ferite; vari centri di culto, proprietà della Chiesa e abitazioni private sono stati distrutti. Per questo motivo, mercoledì scorso il Santo Padre ha condannato con fermezza ogni attacco alla vita umana – la cui sacralità esige il rispetto di tutti – e ha voluto esprimere spirituale vicinanza e solidarietà ai fratelli e alle sorelle nella fede indiani, così duramente provati.
Il tema della libertà religiosa è dunque di grande attualità. Anche per questo, ho ascoltato con attenzione le parole del Vice-Presidente del Parlamento Europeo, Mario Mauro, promotore di una Risoluzione che ha avuto vasta risonanza, "sui gravi episodi che mettono a repentaglio l’esistenza delle comunità cristiane e di altre comunità religiose". Tale documento passa in rassegna numerose violazioni e gravi violenze contro i Cristiani e i membri di altre religioni, proponendosi non tanto di essere esaustivo, quanto piuttosto di lanciare un messaggio politico ai responsabili di tali efferati episodi e alle stesse istituzioni europee, non sempre immuni da una sorta di pregiudizio antireligioso e, in particolare, anticristiano. La Risoluzione, infatti, oltre a menzionare problemi, situazioni ed episodi, chiede al Consiglio e alla Commissione di prestare particolare attenzione alla situazione delle comunità religiose, comprese quelle cristiane, nel momento dell’elaborazione e implementazione dei suoi programmi di cooperazione e di aiuto allo sviluppo di Paesi dove dette comunità sono minacciate. La Risoluzione, pertanto, è diventata un utile punto di riferimento, nella doverosa vigilanza del rispetto della libertà religiosa.
Ovviamente tutti sappiamo – e l’onorevole Mauro è fra i primi ad avvertirlo – che le sfide alla libertà religiosa non si trovano solo fuori dal "giardino" della nostra "casa occidentale", nonostante una delle sue "strutture portanti" sia proprio la libertà, intesa come bisogno fondamentale della persona. L’odierna cultura occidentale rischia, però, di contrapporre la libertà alla verità e alla giustizia. La libertà, invece, ha bisogno di un fondamento che le permetta di svilupparsi, senza mettere a rischio la dignità umana e la coesione sociale. Tale fondamento non può che essere trascendente, perché soltanto esso è così "alto" da consentire alla libertà di espandersi al massimo e, contemporaneamente, così "saldo" da poterla orientare e qualificare in qualunque circostanza. Solo la fede nell’Assoluto trascendente è garanzia dai falsi assoluti terreni. Laddove Dio è considerato una grandezza secondaria, che si può temporaneamente o stabilmente mettere da parte, in nome di cose più importanti, allora falliscono proprio queste presunte cose più importanti. Lo dimostra l’esito tragico di tutte le ideologie politiche, anche di segno opposto.
Alla luce di quanto ho osservato, è facile comprendere che l’impegno in favore della libertà religiosa, in qualche modo, soggiace a quasi tutte le pratiche quotidianamente trattate dalla Sezione per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato, che ho l’onore di presiedere. Si potrebbe aggiungere che la Santa Sede se ne occupa da sempre, anche se ovviamente in modalità e in direzioni diverse, in forza del legame strettissimo che intercorre fra la sua natura e missione e, appunto, la libertà religiosa.
La natura religiosa della Santa Sede e la sua vocazione universale fanno sì che la sua diplomazia non determini le proprie priorità sulla base d’interessi economici o politici e che non abbia ambizioni geo-politiche. Le priorità "strategiche" della diplomazia pontificia sono, anzitutto, l’assicurazione di condizioni favorevoli all’esercizio della missione propria della Chiesa cattolica in quanto tale, ma anche alla vita di fede dei suoi membri e, quindi, al libero esercizio dei loro diritti umani e delle loro libertà fondamentali.
Nella riflessione della Chiesa – e qui penso, anzitutto, ai documenti più recenti e autorevoli, come la Dichiarazione Dignitatis humanae del Vaticano ii – la libertà religiosa è un diritto soggettivo insopprimibile, inalienabile e inviolabile, con una dimensione privata e un’altra pubblica; una individuale, un’altra collettiva e una anche istituzionale.
In tale prospettiva, mi preme segnalare l’errore in cui incorrono quanti, oggi, interpretano la libertà religiosa come libertà dalla religione. Essi, infatti, presuppongono che la religione sia un pericolo o un nemico, piuttosto che un’esigenza insopprimibile di ogni persona, in ogni luogo e in ogni tempo; più profondamente, negano la dimensione trascendente della persona. Senza dire che, per difendere la libertà, ne esprimono in realtà una concezione riduttiva, perché la intendono solo come esenzione da coercizioni esterne, vere o presunte, ma non come possibilità di aderire al vero e al bene e di agire di conseguenza.
Nell’ambito delle Nazioni Unite, il tema della libertà religiosa è affrontato ogni anno, in modo specifico, a New York e a Ginevra. A New York, nel Terzo Comitato dell’Assemblea Generale, la Santa Sede partecipa ai negoziati sulla risoluzione concernente tale argomento e pronuncia sempre un intervento.
Anche a Ginevra si discute regolarmente sulla libertà religiosa, durante le sessioni del Consiglio dei Diritti Umani. In tali circostanze, la Santa Sede è solita prendere la parola sui temi della libertà, dell’intolleranza religiosa e della diffamazione delle religioni. Inoltre, segue il tema nell’ambito dei negoziati informali sulle Risoluzioni che verranno adottate dal Consiglio.
Per quanto riguarda il sistema onusiano, è oggetto di particolare attenzione anche la relazione annuale sul rispetto della libertà religiosa nel mondo. Il Rapporteur ha visitato due volte la Santa Sede, per approfondire vari temi afferenti al suo mandato.
Sia nell’ambito delle Nazioni Unite che in quello dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (Osce), come si dirà più avanti, la Santa Sede non si stanca di sottolineare che il fondamento del diritto alla libertà religiosa si trova nella pari dignità di tutte le persone umane. Di conseguenza, per promuovere tale dignità in modo integrale, si deve combattere con efficacia, tanto la cosiddetta cristianofobia, come l’islamofobia e l’antisemitismo.
L’espressione "cristianofobia" è stata introdotta per la prima volta nel 2003, in una Risoluzione del Terzo Comitato della 58 Assemblea Generale dell’Onu. In tale circostanza, il termine venne associato all’islamofobia e all’antisemitismo e, da allora, è comparso in vari Documenti Onu e di altri Organismi internazionali, senza tuttavia essere mai stato definito. Tutto considerato, mi pare che esso consista in un insieme di comportamenti, raggruppabili in tre ambiti:  l’erronea educazione, o addirittura la disinformazione sui Cristiani e sulla loro religione (specie attraverso i media); l’intolleranza e la discriminazione subita dai cittadini cristiani, segnatamente a causa della legislazione o di provvedimenti amministrativi, rispetto a quanti professano altre religioni, oppure non ne seguono alcuna; le violenze e la persecuzione.
Come si vede, la discriminazione e l’intolleranza verso i Cristiani rappresentano problematiche di speciale rilievo, a livello umano, politico e sociale, oltre che religioso. Esse vanno affrontate con la stessa determinazione con cui si combattono l’antisemitismo e l’islamofobia, se si vuole porre rimedio a ciascuna di tali questioni, che purtroppo restano di grande attualità. Per quanto riguarda la Chiesa Cattolica, basterà ricordare che, nel 2007, i missionari uccisi sono stati ventuno.
In Iraq si calcola che, prima del 2003, i cittadini cristiani fossero approssimativamente un milione. Adesso, circa la metà di loro ha lasciato il Paese, rifugiandosi soprattutto in Siria e in Giordania. I fattori delle aggressioni sono molteplici:  economici, ma anche specificamente religiosi, ossia violenze inflitte a motivo della fede. Di qui, la necessità di porre fine a esse e di assicurare un aiuto umanitario ai Cristiani rifugiatisi nei territori limitrofi, nonché a coloro che, invece, sono sfollati all’interno del Paese. Inoltre, occorrerebbe normalizzare lo status di quanti si trovano in vari Stati europei, quali immigrati irregolari.
In numerosi altri Paesi, poi, i Cristiani sono vittime di pregiudizi, di stereotipi e d’intolleranze, magari di carattere culturale.
A fronte di tale situazione, ben si comprende che l’efficacia dell’azione internazionale dipenda, in buona misura, dalla sua credibilità e, pertanto, anche dal suo carattere "inclusivo". In altre parole, sarebbe paradossale omettere di adottare misure concrete per garantire ai Cristiani di godere della libertà religiosa senza alcuna forma di discriminazione, oppure creare una sorta di gerarchia fra le intolleranze, proprio mentre si cerca di eliminare la discriminazione e l’intolleranza. D’altro canto, sarebbe pure sbagliato che le comunità religiose strumentalizzassero qualsiasi misura legale o amministrativa nei loro confronti, tacciando di discriminazione ogni legittimo rilievo mosso in merito alle loro attività.
Nell’ambito delle Nazioni Unite, le Delegazioni della Santa Sede cercano inoltre di focalizzare il dibattito sul valore e sulla portata della libertà religiosa in se stessa, per evitare che sia considerata esclusivamente in rapporto ad altri diritti e quasi come se fosse un ostacolo, anziché una garanzia per il loro esercizio. Il problema è che, talvolta, si spacciano semplici pretese come veri diritti, oppure si assolutizzano alcuni diritti negandone altri o, almeno, stabilendo delle priorità arbitrarie tra i diritti e ostacolando il pieno esercizio di alcuni di essi.
Infine, la Santa Sede non manca di seguire con attenzione le iniziative promosse nell’Onu, ma anche in altre Organizzazioni internazionali, per dare impulso al dialogo interculturale e interreligioso. Come ha ricordato il 7 gennaio scorso Benedetto XVI al Corpo diplomatico, "per esser vero, questo dialogo deve essere chiaro, evitando relativismi e sincretismi, animato da un sincero rispetto per gli altri e da uno spirito di riconciliazione e di fraternità". Il dialogo interreligioso, pertanto, non serve a "livellare" le religioni, o per lo meno a "sfumarne" le differenze e, di conseguenza, a porre fine alla loro incompatibilità e alla loro pretesa di verità. Nemmeno "consiste nell’aiutarsi reciprocamente, per esempio, a divenire migliori Cristiani, Ebrei, Musulmani, Induisti o Buddisti. Questa sarebbe la più completa assenza di convinzioni, in cui – magari con il pretesto di convalidare ciò che ciascuno ha di meglio – non prenderemmo sul serio né noi né gli altri e rinunceremmo definitivamente alla verità" (J. Ratzinger, La Chiesa, Israele e le religioni del mondo, Cinisello Balsamo 2000, p. 73). Tale dialogo, piuttosto, può favorire la collaborazione delle religioni su temi di comune interesse, come la dignità della persona umana e la costruzione della pace; incoraggia il rispetto profondo per la fede dell’altro e la disponibilità a cercare, in ciò che s’incontra come estraneo, la verità che può aiutare ogni persona a progredire. In nessun caso, però, può avvenire nella rinuncia alla verità; anzi, è possibile solo mediante il suo approfondimento. Il relativismo, infatti, non unisce. E nemmeno il puro pragmatismo. La rinuncia alla verità e alla convinzione non innalza l’uomo e neppure lo avvicina agli altri. Inoltre, dette iniziative internazionali debbono essere consapevoli che la religione ha caratteristiche specifiche, che vanno rispettate.
Per quanto riguarda le Organizzazioni internazionali di carattere regionale, va ricordato che la Santa Sede è membro a pieno titolo dell’Osce. Per merito della Santa Sede, infatti, l’Atto Finale di Helsinki annovera espressamente la libertà religiosa fra i diritti umani che gli Stati firmatari si sono impegnati a rispettare, per assicurare pace e sicurezza ai propri cittadini. La Santa Sede è sempre stata un punto di riferimento sull’argomento, anche perché si è presentata come portatrice di interessi religiosi generali e non soltanto confessionali cattolici.
Nello sviluppo del processo di Helsinki, in merito alla libertà religiosa ci si è mossi lungo una duplice linea. Nei primi anni, ci si è sforzati di ottenere il riconoscimento del contenuto di tale diritto e ciò è stato raggiunto, in modo soddisfacente, con il documento conclusivo della Riunione di Vienna del 1989. Negli ultimi anni, invece, si è sottolineato, anzitutto, che il tema della libertà religiosa non può essere incorporato dentro quello della tolleranza. Se, infatti, questa fosse il supremo valore umano e civile, allora ogni convinzione autenticamente veritativa, che escluda le altre, sarebbe intolleranza. Per giunta, se ogni convinzione fosse altrettanto buona di un’altra, si finirebbe per essere tolleranti anche nei confronti di aberrazioni. Portando all’estremo quest’aporia, Engelhardt è giunto a denunciare il seguente paradosso:  "Se non si riesce a dimostrare l’immoralità di certe linee di condotta, allora l’assistenza sanitaria fornita da Albert Schweitzer e quella prestata nei campi di concentramento nazisti saranno ugualmente difendibili (…) il comportamento degli individui moralmente repellenti sarà giustificabile o ingiustificabile, né più né meno di quello dei santi" (H. T. Engelhardt, Manuale di bioetica, Milano 1999, p. 22).
La dignità dell’uomo si fonda sulla sua capacità di verità. Assolutizzare la tolleranza è, invece, ritirarsi davanti a tale dignità. Assolutizzare la tolleranza, infatti, signi***** trasformarla in valore supremo, ma ciò inevitabilmente mette la verità in secondo piano e la relativizza. La rinuncia alla verità, a sua volta, consegna l’uomo al calcolo del più forte, dell’utile o dell’immediato, privando la persona della sua grandezza.
Alla luce di tale convinzione, la Santa Sede ha inoltre ottenuto che, nell’ambito del cosiddetto "programma sulla tolleranza" dell’Osce, non ci si occupi esclusivamente dei pur gravi fenomeni di antisemitismo e di discriminazione contro i Musulmani, ma anche dei parimenti inaccettabili episodi di intolleranza contro i Cristiani. La Santa Sede è stata poi l’artefice dell’istituzione di un Rappresentante Speciale del Presidente in esercizio dell’Osce, con il compito di monitorare e riferire circa gli episodi di razzismo e di discriminazione, con un "focus" particolare su quelli contro i Cristiani e i membri delle altre religioni. In seguito, ci si è adoperati perché, in alcune Conferenze internazionali promosse dall’Osce, il tema in parola fosse affrontato in modo specifico durante le sessioni di lavoro, creando così un precedente importante, a livello multilaterale.
Per restare nell’ambito internazionale regionale, è noto l’apporto dato dalla Santa Sede affinché il cosiddetto Trattato di Lisbona, firmato nel dicembre scorso, contenesse l’attuale art. 2, 28. Senza entrare nel merito di questo Trattato, perché non è questa la sede per valutarlo, segnalo che detta disposizione afferma che l’Unione rispetta e non pregiudica lo statuto di cui le Chiese e le comunità religiose godono nelle legislazioni nazionali degli Stati membri. Questa garanzia si appoggia sul principio di sussidiarietà, caro alla dottrina sociale della Chiesa, e prende atto del fatto che, in Europa, la configurazione dei rapporti tra lo Stato, le Chiese e le comunità religiose è assai variegata:  basti pensare alla diversità della situazione in Grecia, in Francia, in Inghilterra o in Polonia! Inoltre, l’articolo impegna l’Unione europea a mantenere un dialogo aperto, trasparente e regolare con le confessioni religiose, fondato sul riconoscimento della loro identità e del loro contributo specifico. Tale dialogo è necessario, tra l’altro, per rispettare i principi di un autentico pluralismo e per costruire una vera democrazia. Del resto, non fu Alexis de Tocqueville (La democrazia in America, i, 9) a sottolineare "che il dispotismo non ha bisogno della religione, la libertà e la democrazia sì"?
Per quanto concerne l’azione della Santa Sede in Europa, credo poi opportuno segnalare che, in spirito costruttivo, essa fa fronte a due gravi attacchi alla libertà religiosa:  il distacco della religione dalla ragione, che relega la prima esclusivamente nel mondo dei sentimenti, e la separazione della religione dalla vita pubblica.
Per quanto riguarda il primo profilo, va ribadito con forza che non è possibile eliminare la questione della verità dalla religione:  ciò, proprio per rispettare la dignità umana, sulla quale è fondata la stessa libertà religiosa. Essa, del resto, come ogni libertà non è mai fine a se stessa ma orientata alla verità e l’uomo non può rassegnarsi a restare, per ciò che è essenziale, un "cieco nato". L’ordinamento intrinseco della libertà alla verità e la verità della libertà oggi trovano un decisivo terreno di veri***** nella libertà di conversione, intesa come aspetto della libertà religiosa. Se si vuole vivere in modo responsabile, infatti, non ci si può sottrarre all’obbligo di cercare la verità su Dio, quale fine ultimo dell’uomo. Il diritto alla libertà religiosa, pertanto, presuppone il dovere di cercare la verità su Dio con una volontà esente da coazioni e con una ragione immune da pregiudizi.
Anche la libertà religiosa esige, allora, discernimento:  sia fra le forme di religione, per identificare quelle che rispondono pienamente alla sete di verità di ogni persona, sia all’interno stesso della religione, in direzione della sua autentica identità e realizzazione. Per ogni credente e per la religione, ciò rappresenta una sfida. In particolare, postula che le religioni "provvedano di senso" la vita, nel contesto di una società secolarizzata, e non si riducano a semplici agenzie di solidarietà sociale. Solov’ëv attribuisce all’Anticristo un libro, La via aperta alla pace e al benessere del mondo, che ha come contenuto essenziale l’adorazione del benessere e della pianificazione razionale. La religione certamente non può non svolgere una funzione sociale. Tuttavia, ciò avviene, anzitutto, tenendo vivo il senso di Dio e della trascendenza. La solidarietà, l’accoglienza e i valori civili sono cioè fattori essenziali, che la religione da sempre promuove, proprio perché vive del senso di Dio. Riferendosi alla Chiesa cattolica, Benedetto XVI ha scritto nella Deus caritas est (28):  "La Chiesa non può e non deve prendere nelle sue mani la battaglia politica per realizzare la società più giusta possibile (…) Ma non può e non deve neanche restare ai margini nella lotta per la giustizia. Deve inserirsi in essa per la via dell’argomentazione razionale e deve risvegliare le forze spirituali, senza le quali la giustizia, che sempre richiede anche rinunce, non può affermarsi e prosperare".
D’altra parte, una sana laicità comporta la distinzione tra religione e politica, tra Chiesa e Stato, senza che ciò renda Dio un’ipotesi privata, o escluda la religione e la comunità ecclesiale dalla vita pubblica, precisamente a motivo della dimensione sociale della fede. Fra l’altro, il criterio di uguaglianza civile non è rispettato, laddove ai credenti s’impone l’onere aggiuntivo di argomentare etsi Deus non daretur:  mentre le ragioni teiste non potrebbero essere invocate pubblicamente, lo potrebbero gli argomenti razionalisti e secolari.
Non dobbiamo nasconderci che, nell’odierna società globalizzata, il contatto con le "differenze" può creare un’incomunicabilità di fondo e la tentazione di imporre lo spazio pubblico come "neutrale". Tuttavia, se si vuole estendere al massimo la libertà di tutti senza recidere i legami che consentono di essere non soltanto più vicini, ma soprattutto più uniti, occorre riconoscersi pubblicamente in un codice etico comune. Ma perché ciò avvenga pienamente, è indispensabile riconoscere la dimensione pubblica della libertà religiosa. Questa libertà, infatti, è portatrice di valori etici capaci di fecondare la democrazia e di fare cultura.
La libertà religiosa possiede un’intrinseca dimensione pubblica, perché ciò che crede non è da nascondere, ma, invece, da partecipare. Qualsiasi tradizione religiosa solida esige l’esibizione della propria identità; non vuole, cioè, restare nascosta o essere mimetizzata. E il volto migliore della laicità sa accogliere e tutelare il patrimonio di spiritualità e di umanesimo presente nelle varie religioni, respingendo quanto in esse dovesse essere in contrasto con la dignità umana. Del resto, i valori che appartengono alle autentiche convinzioni di fede non sono estranei a quelli che la natura conserva e la ragione raggiunge:  pertanto, sono condivisibili con tutti.
Questa concezione della laicità, poi, non può che facilitare un incontro pacifico con tante culture non europee, oggi presenti in questo continente, per le quali la religione è essenzialmente un fatto pubblico. D’altra parte, il rispetto della libertà religiosa deve essere reciproco. Pertanto, in Europa va garantito alle minoranze non cristiane, come fuori dell’Europa dovrebbe esserlo alle minoranze cristiane.
Concludendo le riflessioni sull’odierna attività internazionale della Santa Sede a tutela della libertà religiosa, è quasi superfluo precisare che esistono anche altri aspetti sui quali ci si potrebbe soffermare. Tuttavia, il contesto specifico di questo incontro mi ha suggerito di accennare soltanto a quei profili più vicini e, quindi, di maggiore interesse per voi.
Nella mia doppia veste di vescovo e di diplomatico, desidero terminare con un incoraggiamento. L’esito dell’impegno politico e diplomatico in favore della libertà religiosa è legato, in buona misura, a una cultura che promuova la libertà autentica e la verità. Il vigore di questi valori, a sua volta, dipende dalla passione individuale e sociale per essi. Pertanto, se volete la libertà religiosa di tutti, accettate in prima persona il rischio della libertà e siate testimoni della verità!
La libertà religiosa aiuta l’esercizio del credo religioso di ogni persona. Tuttavia la fede cristiana dona una libertà più profonda di quella semplicemente religiosa. Ubi fides, ibi libertas diceva sant’Ambrogio (Epistulae, 65, 5). E, quasi a commento, don Giussani ci ha insegnato che è la libertà l’idea forte dell’uomo cristiano. Cristo si rivela come il compimento della nostra libertà. Egli, però, non si svela prima che noi ci decidiamo liberamente per Lui. Cristo, cioè, non ci risparmia la fatica della libertà:  d’altronde, come ha scritto Péguy (Il Mistero dei santi innocenti, in I Misteri, Milano 1997, p. 321):  "Che cosa sarebbe una salvezza che non fosse libera?". Allora consegnatevi senza riserve a Cristo e diventerete più uomini! Affidatevi a lui e aiuterete anche gli altri a vivere in libertà!

L’Osservatore Romano – 30 agosto 2008