Possibilità di crollo del sistema finanziario mondiale?

Dal mondo

Scenari di guerra: l’Iran, un embargo del petrolio, il collasso del sistema finanziario mondiale


Cresce il timore di un escalation nello scontro fra Israele e Iran. Le conseguenze dell’embargo porterebbero al crollo del sistema finanziario mondiale.


 

Milano (AsiaNews) – La guerra fra Israele ed Hezbollah cresce ogni giorno di intensità, mentre si innalza il numero delle vittime da una parte e dall’altra. Nel conflitto sono di fatto implicati anche Siria e Iran. Quest’ultimo è sotto i riflettori anche per i suoi programmi nucleari, tanto che diverse personalità del mondo economico si domandano se non ci si deve attendere un’estensione del conflitto in Medio Oriente, fino alla possibile distruzione degli impianti nucleari iraniani.
Di fronte alle pressioni e critiche della comunità internazionale contro il suo programma nucleare, l’Iran ha dichiarato che se attaccato non esiterà ad utilizzare l’arma del petrolio. A prima vista, tale affermazione può sembrare velleitaria e priva di un particolare significato deterrente: la quota delle esportazioni petrolifere iraniane è infatti relativamente modesta rispetto al totale della produzione e del consumo mondiale. Eppure il rischio c’è. Bisogna infatti considerare la capacità che alcuni temi hanno a mobilitare le folle islamiche di tutto il mondo.
Il petrolio a 200 dollari
Da parte di alcuni vi è addirittura la capacità di suscitare tale mobilitazione a freddo e a comando, come è avvenuto nell’affare delle vignette satiriche su Maometto. In quel caso io penso si sia trattato di una specie di prova generale di mobilitazione, avvenuta significativamente a ridosso della decisione dell’ Agenzia Atomica Internazionale di deferire al consiglio dell’ONU il programma iraniano di arricchimento dell’uranio. In caso di allargamento del conflitto a Teheran non mancheranno idee e fantasia per trovare qualche altro motivo a mobilitare la piazza, specie negli altri paesi islamici. Con una forte pressione interna, i dirigenti dei paesi islamici si troverebbero costretti ad aderire ad un eventuale embargo proclamato dall’Iran sulle forniture petrolifere. In tal caso l’urto della repentina mancanza di più di un terzo della produzione petrolifera mondiale porterebbe le quotazioni a circa 3-4 volte il prezzo di equilibrio di lungo termine, circa 60 dollari al barile. Finora le quotazioni del petrolio, sui 75-77 dollari al barile, pur ai massimi storici, sono state tutto sommato contenute rispetto al reale livello di rischio della situazione politica. Una delle ragioni è forse che gli operatori dei mercati fisici del greggio, per delle questioni meramente tecniche, hanno interesse a riportare delle quotazioni leggermente inferiori a quelle reali, lucrando per altre vie la differenza.  Ma questo piccolo cabotaggio non potrebbe reggere a fronte di eventi gravi. In altri termini, se l’Iran giocasse bene l’arma del petrolio, potremmo vedere un livello di prezzi intorno a 180 – 200 dollari al barile.
Di riflesso si muoverebbero le quotazioni dei metalli e di tutte le altre materie prime, come anche quelle delle maggiori derrate alimentari quali i cereali. In particolare potrebbero esplodere i prezzi delle produzioni agricole soprattutto se queste ultime dovessero essere oggetto di incetta nell’ipotesi di un possibile utilizzo, anche limitato, di armi nucleari. In tal caso, infatti, si potrebbe profilare la probabile perdita dei raccolti conseguente ad un inverno nucleare.
La crisi del sistema finanziario
I riflessi potrebbero essere pesanti anche dal punto di vista finanziario. L’esplosione dei prezzi delle materie prime, avrebbe come prima ovvia conseguenza un forte incremento del livello dei tassi d’inflazione. Già oggi i livelli di M3 (la moneta emessa nella definizione più completa del termine) sono a livelli storicamente molto elevati: la Fed americana non ne pubblica più il valore; la Banca Centrale Europea ha deciso di non prestare attenzione a questo parametro per evitare un eccessivo indebolimento del dollaro nei confronti dell’euro; in Giappone il livello di M3 è attorno al 260 % del prodotto interno lordo (Pil). È evidente allora che sarebbe impossibile evitare un’iperinflazione stile Weimar, o viceversa strangolare l’economia reale con iperbolici rialzi dei tassi d’interesse.  L’esplosione dei prezzi delle materie prime, avrebbe come ulteriore conseguenza anche un crollo della redditività delle imprese manifatturiere quotate in borsa. Ne conseguirebbe, dunque, un tracollo dei valori azionari che, più in generale, potrebbe mettere a rischio il sistema finanziario e monetario mondiale.
Non va dimenticato che esistono molte e sagge analisi sulla debolezza strutturale del sistema finanziario e monetario mondiale. Tali debolezze si sono rese evidenti in varie crisi precedenti: russa, asiatica, argentina, la bolla della “New Economy”, la Enron, la Parmalat e tante altre che non hanno fatto notizia, come ad esempio la Swissair.
Ma in caso di escalation della guerra, che ne sarebbe dei cosiddetti “derivati finanziari” (da molti definiti come “la bolla delle bolle”? Questi “derivati” sono dei contratti finanziari regolarmente in essere, a copertura di transazioni finanziarie e di borsa a lungo termine. In generale i “derivati finanziari” sono stati concepiti per coprire eventi estremi a lungo termine. In situazioni ordinarie, le probabilità associate agli eventi coperti dai contratti derivati sono molto basse, tanto che anche le amministrazioni di alcuni piccoli comuni italiani hanno investito in questi contratti atipici. Ma nel caso di estensione del conflitto mediorientale, ipotesi finanziarie considerate di solito improbabili potrebbero viceversa divenire reali. In tal caso le conseguenze potrebbero essere talmente gravi da mettere a rischio il sistema. Si consideri infatti che, secondo i dati della Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea, una sorta di banca centrale delle banche centrali, il valore globale dei “derivati finanziari”  è pari a circa 50 volte il Pil mondiale !
Una guerra contro l’occidente
Ogni guerra è diversa da quelle che l’hanno preceduta. Ormai non è più necessario ipotizzare un conflitto nucleare che mira ad annientare l’avversario in un contesto di Fine del mondo e Giorno del  Giudizio, come era stato durante la Guerra Fredda. Nel contesto odierno un comprensibile obbiettivo di guerra può essere quello di scardinare il sistema finanziario ed economico occidentale.
Ambedue i contendenti – Israele ed Iran – sembrano certi di riuscire a prevalere: Israele puntando a coinvolgere a sua difesa sia gli Stati Uniti che l’Europa;  l’Iran mobilitando non solo le masse islamiche ma anche tutti quei paesi come, ad esempio il Venezuela, ma anche la Cina e forse l’India che vogliono mettere in discussione il sistema occidentale o sostituirsi ad esso. Per questa ragione Israele, prende spunto dalla comprensibile indignazione per la cattura di due suoi soldati e poi per il lancio di missili sul suo territorio – episodi endemici nella zona di confine – ed  avvia un’invasione programmata da tempo. Per la stessa ragione l’Iran non tralascia alcuna occasione per provocare, con le dichiarazioni sull’Olocausto e sugli eventi che portarono alla costituzione dello Stato di Israele, oppure finanziando e sostenendo la guerriglia irachena prima e quella degli Hezbollah ora.
Ambedue i contendenti sembrano avere interesse a far precipitare gli eventi ora. Israele sa che se perde ora la “legittimazione” del proprio monopolio nucleare nella regione, non potrebbe mai più riacquisirlo. L’Iran sa che solo ora ha in mano l’arma del petrolio e la debolezza strutturale del sistema finanziario dell’Occidente. Soprattutto, ora è ancora possibile mobilitare le masse islamiche; mentre ciò non è certo per il futuro, visto il modo in cui i costumi islamici si evolvono, anche nei paesi della Mezzaluna.
Fra gli operatori del petrolio si vocifera di uno scontro, forse anche nucleare. Le date di questo scontro oscillano fra la metà di settembre e gli inizi di dicembre. Speriamo che si tratti solo di chiacchiere da caffé. Speriamo che il mondo voglia ascoltare le parole del Papa, anche solo per questioni puramente materiali.


di Maurizio d’Orlando
AsiaNews 7 Agosto 2006