Pera: in Europa su Buttiglione c’è stata congiura anti-cristiana

La cappa ideologica

di Massimo Giannini

ROMA – Rocco Buttiglione? È vittima di “una congiura anti-cristiana”, di “un pregiudizio che purtroppo in Europa c’è ed è molto diffuso”. Il ritorno della minaccia di Bin Laden? È il nuovo campanello d’allarme, che impone all’Occidente di “ritrovare le sue ragioni identitarie”. E di questo recupero, “l’Europa deve farsi carico, anche e soprattutto riconoscendo le sue radici cristiane”. Marcello Pera è reduce dalla storica firma della Costituzione Ue di venerdì scorso. Prima la cerimonia al Campidoglio, poi il pranzo al Quirinale. “Ho sentito tanti bei discorsi – riflette il presidente del Senato – e ora non voglio passare per quello che guasta la festa. Quest’Europa è bella a vedersi. Ma perché nessuno dice la verità? Purtroppo è un’Europa vuota. Un’Europa senz’anima”. Come dimostra da ultimo proprio il caso Buttiglione, “è un’Europa divisa e scristianizzata, che non sa più chi è, non sa più da dove viene e non sa più dove vuole andare”.

Presidente Pera, tutti – capi di Stato e di governo della Ue – hanno detto che la firma della Costituzione è una tappa storica. Lei non è d’accordo?
“Sì, certamente sono d’accordo. Tanto che il Senato ha pubblicato per primo in Europa il testo definitivo del Trattato. Una copia l’ha voluta anche Romano Prodi. Ma nell’entusiasmo generale non dobbiamo perdere di vista la realtà. Quello che è stato firmato dai 25 paesi dell’Europa rappresenta una speranza. Il Trattato in sé è più promettente che decisivo per l’integrazione dell’Unione. L’Europa fotografata dal Trattato mi appare come una “creatura” che oggi esprime solo un “né, né””.

Cosa intende dire? Che significa “né, né”?


“Quel testo dice tante cose su quello che l’Europa, oggi, non è. Non è un Europa identitaria, perché non definisce l’insieme completo dei principi e dei valori che riflettono la nostra storia, e questo mi sembra il limite principale del Trattato. Non è un Europa dei mercati, perché nei Paesi membri non valgono ovunque le stesse regole economiche e finanziarie. Non è un’Europa della sicurezza, perché non ha un suo esercito né un suo sistema di difesa. Questo purtroppo, è un momento di grandi divisioni per il Vecchio Continente. È diviso sulle relazioni atlantiche, è diviso sulle strategie per la soluzione del conflitto mediorientale, è diviso sulla Turchia, è diviso sul Patto di stabilità, sull’immigrazione, sulla giustizia. E queste divisioni, nonostante la storica firma del Trattato costituzionale, venerdì erano tutte lì in bella mostra, su quella splendida tavola imbandita al Quirinale”.

Su quella tavola lei vede solo bicchieri rimasti mezzi vuoti. Non c’è anche una metà piena, nella firma del Trattato?
“Certo che c’è. Perché la creatura appena nata è comunque frutto di un atto di coraggio. Se l’Europa non avesse firmato il Trattato avremmo fatto un salto indietro di parecchi decenni sulla via dell’integrazione. Ma resta il fatto che la maggior parte del cammino è ancora da compiere. La prova sta nella qualità e nella quantità stessa del testo: 500 pagine, nell’edizione del Senato, fanno capire che quello che i 25 hanno appena firmato è, appunto, più un Trattato che una Costituzione, in genere più succinta nei principi di fondo e più puntuale nella loro enunciazione”.

Presidente, lei non è un euroscettico, ma sembra parecchio europessimista.
“Senta, il pessimismo o l’ottimismo, in queste vicende, contano davvero poco. Io cerco solo di essere realista. E con realismo dico che adesso l’Europa ha di fronte a sé alcuni banchi di prova di enorme importanza, sui quali deve dimostrare che l’atto di coraggio compiuto qui a Roma non è stato fine a se stesso”.

Che genere di prove?
“Prove identitarie, prima di tutto. Sono le più importanti, e quelle sulle quali finora l’Europa ha vacillato di più”.

A cosa sta pensando?
“Penso ad esempio alle strategie sull’immigrazione, come le dicevo prima. Penso alle diffidenze inaspettate che sono insorte tra gli stessi Paesi fondatori, al di là della retorica sulla riunificazione del Continente, sul tema dell’allargamento. Penso alla stessa ammissione della Turchia nella Ue. Mi suggerisce la metafora di una famiglia che ha tanti figli naturali, e che un bel giorno decide di adottarne un altro. Se questa famiglia è coesa, e si riconosce in valori identitari condivisi, non ha alcun timore. Se invece la famiglia non è coesa, e non ha una sua identità, allora esita, ha paura dell’adozione, perché teme di esserne destabilizzata. Noi siamo questa famiglia: e abbiamo paura di accogliere 80 milioni di turchi non perché non sappiamo cos’è la Turchia, ma perché non abbiamo ancora capito cosa siamo noi”.

Che altre prove ha davanti, secondo lei, l’Europa che cerca di darsi un’anima?
“Prove concrete sulle “policies”. Le faccio alcuni esempi. Politica estera: riuscirà l’Unione a trovare una posizione unitaria sulla questione del seggio Onu? Riuscirà l’Europa a ricostituire un sistema condiviso di relazioni transatlantiche, indipendentemente dall’esito delle elezioni presidenziali americane? E, di riflesso a questo, riuscirà l’Europa a ristabilire una linea di condotta comune sul tema del dopo-guerra in Iraq? Riuscirà l’Europa a influire sul processo di pace tra Israele e Palestina? Politica economica e sociale: riuscirà l’Europa a darsi un nuovo Patto che concili davvero la stabilità con la crescita economica, quindi a riscrivere una nuova Maastricht che eviti la sperequazione tra pochi grandi Paesi che possono permettersi di violare le norme sul deficit e gli altri che invece devono rispettarle senza discutere? E riuscirà l’Europa a riformare il costosissimo e non più efficiente Welfare che pesa sulle sue spalle come il vecchio Anchise sulle spalle di Enea? Vede quante questioni pratiche sono rimaste sospese, nell’agenda dei 25. Ora non c’è da spandere troppa retorica. C’è invece da rimboccarsi le maniche. Se nei prossimi mesi e nei prossimi anni a tutte queste domande verranno date risposte concrete e positive, allora si produrrà integrazione, e si svilupperà un effetto centripeto per tutti i Paesi membri. In caso contrario, se le risposte non arriveranno o saranno parziali e insufficienti, sarà la disgregazione. Torneranno dominanti gli interessi nazionali, e anche la firma del Trattato resterà un atto simbolico”.

Ma forse, prima ancora che questi nodi politici strutturali, ce ne sono almeno un paio, di carattere “congiunturale”, non meno importanti e forse pregiudiziali. Il primo riguarda le ratifiche del Trattato, e il rischio che in molti Paesi i referendum possano bloccare il processo di integrazione. Lei che ne pensa?
“È vero, ci sono Paesi a rischio. Molto dipenderà dalla prevalenza degli interessi politici e di partito dentro i singoli stati, guidati in gran parte da governi di coalizione. Se i referendum sulla Costituzione diventassero strumento di lotta politica interna, questo potrebbe essere un serio problema. Molto dipenderà poi dalla percezione che i singoli governi sapranno trasmettere ai cittadini sull’utilità dell’Unione: dovranno presentare la Costituzione come un’opportunità, e non come una “coperta ideologica”, che equivarrebbe alla fine dell’Europa”.

In Italia, tanto per cambiare, la maggioranza è spaccata. La Lega ha annunciato che voterà contro la ratifica, e vuole un referendum sulla Costituzione anche da noi. È una via percorribile, secondo lei?
“No, non ci sono strumenti giuridici che consentono lo svolgimento di un referendum… “.

Per questo il Carroccio ha presentato una proposta di legge costituzionale, che permetta il voto popolare anche sulla ratifica dei trattati.
“Non ce n’é alcun bisogno. Il nostro è un Paese filo-europeista, fin dalla nascita della Repubblica. Piuttosto, io auspico che l’Italia, insieme ai grandi Paesi fondatori, ratifichi subito il Trattato: questo avrebbe un effetto di trascinamento anche sui Paesi meno convinti”.

C’è una seconda “pregiudiziale”, che l’Europa deve risolvere subito, prima di procedere alle ratifiche o di discutere su quelle che lei chiama le “policies”. È l’impasse che si è creata sulla Commissione, con il rinvio chiesto da Barroso e la pessima figura fatta dall’Italia su Buttiglione, che Berlusconi è stato costretto a ritirare dalla Commissione. Lei come la vede?
“La crisi che si è aperta sui commissari è decisiva, anche rispetto ai futuri passi che muoverà l’Unione. Io penso che sulla vicenda che riguarda Buttiglione abbiano giocato tre elementi fondamentali. Il primo è un pregiudizio anti-cristiano, che è oggettivamente molto diffuso in Europa. Il secondo è una forte componente anti-italiana, che ha come obiettivo il governo Berlusconi. Il terzo è un elemento anti-Commissione, che ha spinto il Parlamento di Strasburgo a voler riaffermare la sua sovranità sulla tecnostruttura di Bruxelles”.

Non ci credo: anche lei, che pure è un laico e che dunque dovrebbe far sua la lezione di Kant sulla separazione tra la morale e la politica, vede la grande congiura anti-cristiana in Europa?
“La vedo perché c’è”.

Ma non crede invece che Buttiglione abbia scontato i suoi atti politici, prima proponendo nei lavori della Convenzione un emendamento che eliminava l’orientamento sessuale dall’elenco delle discriminazioni proibite nello spazio dell’Unione, poi sollevando davanti al Parlamento europeo la categoria del “peccato” nei confronti degli omosessuali?
“Guardi, su Buttiglione le valutazioni possono essere le più diverse. Ci si poteva anche aspettare che avrebbe tenuto più salde le sue convinzioni, evitando di scrivere la lettera che ha scritto e accettando tutte le conseguenze della sua scelta. Ma questo non toglie che in Europa il pregiudizio anti-cristiano c’è, e purtroppo è molto radicato”.

A parte il caso Buttiglione, in che cos’altro lo ha visto precipitare, questo pregiudizio? Forse nel mancato riferimento nella Costituzione ai comuni valori cristiani?
“Sì, quella a mio avviso è stata una grande occasione che l’Europa aveva, per darsi un’identità positiva. Purtroppo l’ha perduta e questa è stata la spia che ha rivelato la grave crisi identitaria vissuta dal Continente”.

Addirittura? E lo dice un liberale come lei?
“È proprio da liberale che sto parlando. E affermo che, oggi, i liberali devono dirsi cristiani”.

L’antica lezione di Croce.
“No, è molto di più di Croce. Noi liberali non dobbiamo più limitarci a dire “non possiamo non dirci cristiani”. Ma adesso “dobbiamo dirci cristiani”. E tutti gli europei dovrebbero dirlo. Soprattutto se laici”.

Questa è veramente una contraddizione in termini.
“Niente affatto, se riflette sullo snaturamento del concetto di “laico”. Un tempo lo si diceva di uno che non era un sacerdote. Oggi, nell’accezione comune, laico vuol dire semplicemente non credente, o addirittura ateo”.

E non è forse un’accezione corretta?
“Non necessariamente. E quand’anche fosse, c’è un’identità comune, che lega il laico, il liberale, il cristiano”.

E quale sarebbe questa identità comune?
“Ci sono mille scuole di pensiero liberale. Ma tutte convergono almeno su un punto: da John Locke in poi, è liberale chi riconosce la prevalenza dell’individuo sulla società e sullo Stato. È n primato assiologico. È il credo dei liberali di tutti i tempi e di tutte le nazionalità. E, guardi un po’, deriva proprio dalla circostanza che l’Europa, a un certo punto della sua parabola storica, è stata evangelizzata. E deriva dal fatto che l’individuo ha assunto dignità in sé perché in esso si è riflessa l’immagine di un dio che si è fatto uomo. I diritti civili nascono da qui: dallo “habeas corpus”. Gli individui ne sono titolari alla nascita, anzi al concepimento, perché in qualche modo sono lo specchio del dio-persona che abbiamo imparato a conoscere con il cristianesimo. Ecco perché, oggi, anche noi liberali dobbiamo dirci cristiani. Ed ecco perché l’Europa, non riconoscendo nella sua Costituzione questa radice comune, ha perso una straordinaria occasione di definire se stessa, e di darsi un’anima”.

Un’identità si può costruire e declinare solo attraverso i principi religiosi?
“No, questo non si può dire in assoluto. Ma è un fatto incontrovertibile che buona parte dei comandamenti della tradizione giudaico-cristiana, dal non uccidere al non rubare, sono diventati norme giuridiche positive in tutti i codici degli stati europei”.

Ma sono principi comuni anche ad altri continenti, e persino ad altre religioni. La vita non è sacra solo per i cristiani.
“È possibile. Ma per noi europei la radice è quella: gli Atti degli apostoli, il monachesimo, la seconda evangelizzazione del Vecchio Continente. Gli europei se ne dovrebbero convincere, invece di continuare a predicare e praticare quel relativismo culturale secondo cui tutte le culture e le civiltà sono uguali”.

Il problema della guerra, dei rapporti con l’Islam, e quindi dello scontro di civiltà, secondo lei nasce da questo, giusto?
“Non c’è dubbio. Non sappiamo che rapporti avere con l’America, non sappiamo come fronteggiare il fondamentalismo islamico, che ora torna a minacciare l’Occidente con un nuovo video di Bin Laden, perché non sappiamo chi siamo. Torno alla metafora della famiglia: se io non so chi sono i miei genitori, come faccio a difendere le ragioni della mia famiglia? Oggi paghiamo questo deficit culturale. La scristianizzazione dell’Europa, che da sempre angoscia anche il Papa, annacqua e svalorizza la nostra identità. Per questo, oggi, possiamo firmare al massimo un Trattato, ma non una Costituzione vera e propria. Ed è, da questo punto di vista, una differenza abissale”.

Piuttosto lei non vede, soprattutto in Italia, la tendenza a inseguire o ad assumere le posizioni della Chiesa, per dare dignità identitaria a una cultura politica, prevalentemente di destra, che non ha più radici o che forse non le ha mai avute?
“No. Non c’entra la Chiesa, né la deriva clericale. C’entrano i valori. C’entra il messaggio evangelico. Da lì nasce la nostra “religione civile”. Noi la stiamo perdendo. E sono davvero stupito che, in nome della laicità, si affermi il contrario. Questa è una posizione laicista, che è tutt’altra cosa”.

La partita dei valori è persa, secondo lei?
“Non ancora. Ma vedo, in Italia e in Europa, una cultura cristiana in forte difficoltà, e in forte ritardo. Avverto un disagio profondo nei credenti, e un bisogno vero dei giovani di recuperare questo ritardo. Spero che l’Europa se ne renda conto. E che prima o poi, oltre alla Costituzione, ritrovi anche la sua anima”.


(C) La Repubblica – 31 ottobre 2004