Passi da giganti. Ma con cautela…

Vita: politiche di bioetica

Staminali dal liquido amniotico
con alcune perplessità


La notizia è stata commentata trionfalmente da esperti e scienziati: sembra sia possibile ottenere cellule staminali embrionali senza distruggere gli embrioni, semplicemente prelevandole dal liquido amniotico. La prudenza, però, è d’obbligo, soprattutto considerando che, come conferma lo stesso Dott. De Coppi autore della scoperta, l’unico metodo tuttora possibile per ricavare cellule staminali dal liquido amniotico, è l’amniocentesi il cui tasso di abortività oscilla tra lo 0,6% e l’1%. Fin tanto, quindi, che la tecnica non verrà  perfezionata tanto da permettere di prelevare il liquido amniotico al termine della gravidanza, i rischi sono troppo elevati e le perplessità che per ora sorgono riguardo a questa scoperta non sono affatto trascurabili…


Per approfondire leggi il DOSSIER

1)


«I fan delle embrionali tentavano di boicottarmi»


Ha solo 35 anni, è già primario di pediatria a Londra, ma è soprattutto lo scienziato che ha scoperto le staminali nel liquido amniotico. Potrebbe essere l’uomo dell’anno appena iniziato, Paolo De Coppi, una persona schiva e gentile che sembra quasi sorpreso dal clamore che ha avuto in tutto il mondo la sua scoperta. «Non vedo l’ora si plachi, non sono abituato – protesta bonariamente -. È tutto il giorno che ricevo telefonate e io ho dei pazienti da seguire». De Coppi, una moglie e due figlie che vivono a Londra con lui, non si ferma mai. E anche sulla sua scoperta scientifica ammette che c’è tanto lavoro ancora da fare.
Quando potremmo vedere le applicazioni pratiche?
«Molto dipende dalla volontà di raggiungere in fretta l’obiettivo. Speriamo che tanti ricercatori si interessino a questa scoperta e che si devolvano molti fondi. Però serviranno altri 5-6 anni per la sperimentazione sull’uomo e per l’utilizzo in modo routinario».
Per cosa vorrebbe utilizzare le cellule staminali del liquido amniotico?
«Sogno di correggere le malformazioni congenite».
Il Vaticano plaude alla sua scoperta, glielo hanno detto?
«No, ancora no, e questo mi rallegra molto. Io sono un cattolico praticante e quest’avventura è iniziata per problemi etici, la mia scelta personale è stata quella di non lavorare con le cellule embrionali».
Quanto sono sicure queste cellule amniotiche?
«Dal punto di vista terapeutico sono migliori delle embrionali: una volta iniettate in un animale non c’è stata formazione di tumori».
È rischiosa la procedura di prelievo?
«Ogni procedura è legata a un rischio, però l’amniocentesi è accettata dalla comunità scientifica.
In futuro si potrebbe arrivare al prelievo al termine della gravidanza, quando il feto è nato».
Lei vuole tornare in Italia?
«Certo, Padova è la mia città e lì c’è parte del mio laboratorio. In pratica il lavoro si svolge tra America, Italia e Londra».
È vero che negli Usa hanno cercato di boicottarla?
«Parte della comunità scientifica vedeva con preoccupazione questo studio perché temeva che sottraesse fondi allo studio delle cellule embrionali. Erano stati fatti commenti discutibili e senza queste battute d’arresto il lavoro sarebbe stato pubblicato molto tempo prima».
In America però le hanno lasciato carta bianca.
«È vero, mi ritengo molto fortunato rispetto ad altri giovani che portano avanti ricerche importanti con difficoltà. In Italia comunque ho ricevuto fondi dall’Associazione per la lotta contro le leucemie e dalla Fondazione Città della Speranza».


Il Giornale n. 7 del 2007-01-09 pagina 16



2)


Se rischiare l’aborto diventa «routine»


Evviva, evviva. Un ricercatore, per di più italiano, ha trovato il modo di ricavare le staminali dal liquido amniotico in cui galleggiano i feti nelle pance delle madri. Dunque per ottenere le cellule necessarie alle sperimentazioni e alla cosiddetta medicina riparativa non occorrerà ammazzare gli embrioni umani, vitali o congelati che siano, come peraltro pretendono da tempo radicali, fecondatori artificiali e compagnia cantante. «Tutti d’accordo, anche il Vaticano dà via libera», hanno titolato i giornali, compreso il nostro. Proprio tutti? Parlo per me: non sono accordo. Penso che questa nuova procedura non cancelli affatto i dilemmi etici che simili manipolazioni sollevano.
Lasciate che vi racconti due fatti che m’inducono a questa contrarietà. Quando nacque il mio secondogenito, la prima cosa che mi chiese mia moglie, ancora obnubilata dall’anestesia del parto cesareo, fu: «Ha le dieci dita delle mani e le dieci dei piedi?». Grazie a Dio il bambino era sanissimo. Ma la domanda suonava tutt’altro che ingiustificata. All’inizio di quella gravidanza preziosa (niente di deamicisiano: è il termine preciso usato in ostetricia per le donne che concepiscono dopo una certa età), il suo ginecologo, volendo darle la massima tranquillità psicologica, l’aveva consigliata di sottoporsi a villocentesi. Ci aveva mandati a eseguire questo esame invasivo presso lo studio di un suo famoso collega di Legnano, particolarmente esperto nel trapassare la membrana amniotica con l’ago aspirante. Ebbene, quel giorno dovemmo firmare una liberatoria di consenso informato in cui era espressamente contemplata, accanto a complicanze di vario tipo, anche la terribile possibilità che il nascituro venisse al mondo con deformità delle dita. Talché a distanza di 11 anni siamo ancora qui a chiederci perché diavolo non rinunciammo a quell’esame, che fra l’altro comportò per la futura mamma tre giorni di riposo assoluto a letto segnati da angosciosi interrogativi.
Secondo fatto. Qualche tempo dopo, il direttore di Anna mi chiese di scrivere un commento sul linguaggio terroristico che a volte i medici usano con i pazienti. E mi citò, a mo’ d’esempio, ciò che era capitato il giorno prima alla cugina di una sua redattrice, la quale, scopertasi incinta a 37 anni, s’era recata alla clinica Mangiagalli di Milano per sottoporsi a villocentesi. In ambulatorio, insieme a lei, attendevano l’esame altre 70 gestanti. Poco dopo era arrivata una dottoressa che, senza perifrasi, aveva detto loro: «Parliamoci chiaro, una villocentesi ogni 100 si conclude con un aborto spontaneo. Perciò inutile girarci intorno: oggi una di voi quasi certamente perderà il figlio».
Ora, è ben vero che il prelievo di liquido amniotico è cosa diversa dal prelievo dei villi coriali della placenta, ma si dà il caso che i ginecologi stimino pressoché identico il rischio generico per entrambi gli esami: un aborto ogni 100 test. Quando va bene, la percentuale scende allo 0,5-0,7% sul totale delle analisi condotte. I più ottimisti parlano di un aborto ogni 500 amniocentesi. Cinquecento o cinquemila, fa qualche differenza? Come può allora il cardinale Javier Lozano Barragán, presidente del Pontificio consiglio per la pastorale della salute, dichiarare la propria «soddisfazione» per la scoperta sulle staminali annunciata dal dottor Paolo De Coppi, primario di chirurgia pediatrica al Great Ormond Street Hospital di Londra?
Con prudenza curiale, sua eminenza ha aggiunto: «Se per estrarre una quantità di liquido amniotico non si mette in difficoltà e in pericolo il donatore…». Un momento: di che donatore sta parlando? La madre? Il nascituro? Se parla della madre, sbaglia: la vita che porta in grembo non rientra nelle disponibilità della donna e quantomeno andrebbe protetta con la «diligenza del buon padre di famiglia», per usare una vecchia formula del codice civile che oltrepassa l’identità di genere. Se invece parla del feto, sbaglia due volte: a parte i pazienti in morte cerebrale espropriati a cuore battente degli organi per i trapianti, non si sono mai visti individui che diventano donatori d’ufficio contro la loro volontà e prim’ancora di nascere.
«Se tutto questo non causa nessuna conseguenza negativa, allora penso che non ci sia nessun problema», ha improvvidamente insistito il cardinale Lozano Barragán. Gli ha risposto, indirettamente, lo stesso dottor De Coppi: «Ogni procedura è legata a un rischio, però l’amniocentesi è accettata dalla comunità scientifica». Come dire: per ricavare cellule staminali dal liquido amniotico ci scapperà qualche aborto, ma noi medici la consideriamo routine. Vogliamo precisarlo meglio questo rischio, anzi questi rischi? Corioamniotite, una temibile infezione che oltre alla morte del feto implica grave pericolo per la gestante; rottura traumatica delle membrane; parto pretermine; distacco intempestivo della placenta; immunizzazione rhesus determinata dalla possibilità di emorragie transplacentari; sanguinamenti vaginali. Infine nei bimbi partoriti da madri che erano state sottoposte ad amniocentesi si è osservato un considerevole aumento dell’incidenza della polmonite neonatale e della sindrome da stress respiratorio.
L’utilizzazione di un cucciolo d’orso per girare uno spot di McDonald’s a Bolzano ha provocato l’indignata reazione dei paladini della natura: «Aberrante usare un animale per la pubblicità». Avete mai letto qualcosa di analogo in difesa del cucciolo d’uomo? Non c’è proprio pace per questo esserino inerme, privo di numi tutelari. Fino a oggi gli hanno bucato il suo habitat naturale per accertarsi che abbia i cromosomi al posto giusto: in caso contrario lo sopprimono. Da domani la sua esistenza sarà in balia dei benefattori dell’umanità che dal sacco amniotico sono interessati a estrarre, più che vita nuova, materiale di ricambio per vite vecchie.
Si dirà: che differenza fa se, durante le migliaia di amniocentesi che già ora vengono eseguite, si estrae un po’ di liquido in più al fine di isolare le cellule staminali? A parte che su questa contemporaneità non è stata spesa finora una sola parola, mi pare significativo il fatto che il dottor De Coppi abbia avvertito il dovere di precisare che «in futuro si potrebbe arrivare al prelievo al termine della gravidanza, quando il feto è nato». Da che cosa sono dettati tanto scrupolo e tanta cautela se non dal riconoscimento che si tratta di una pratica tale da sollevare perplessità morali e incognite cliniche? E siamo davvero sicuri che i ricercatori non promuoveranno amniocentesi di massa ad hoc, cioè al solo scopo di procacciarsi cellule staminali?
È venuto il tempo che chi armeggia con provette, pipette e bisturi si conformi a una semplice, primordiale verità, anteriore al diritto positivo: nessuno può mettere le mani su una vita che non gli appartiene, neppure se mosso dal nobile intento di salvare altre vite o far progredire la scienza. Usate i vostri, di corpi, per gli esperimenti.


di Stefano Lorenzetto
Il Giornale  13 gennaio 2007



3)


«La mia scoperta nata rispettando l’embrione»
Intervista al ricercatore Paolo De Coppi


Sono stati tre giorni di fuoco per Paolo De Coppi, il ricercatore italiano che ha scoperto per la prima volta nel liquido amniotico cellule staminali con capacità rigenerative simili a quelle dell’embrione. Da quando, lunedì scorso, la sua ricerca è stata pubblicata sulla rivista scientifica Nature Biotechnology, che ne ha ufficializzato i risultati, il suo telefono non ha più cessato di squillare un secondo.
«Non vedo l’ora che sia tutto finito – sorride –. Il mio è un lavoro che richiede concentrazione e al momento è assolutamente impossibile trovare un attimo di pace…». De Coppi, veneto di Santa Lucia di Piave, un paesino vicino a Conegliano, 35 anni ancora da compiere, una moglie avvocato e due figlie di quattro anni e un anno e mezzo, vive a Londra dove sta svolgendo il doppio ruolo di primario chirurgo e di ricercatore nell’ospedale pediatrico più famoso d’Europa, il Great Ormond Street. Un posto che, data la sua giovane età, non potrebbe avere in Italia ma che gli sta permettendo di accumulare esperienze che poi importerà in Italia, dov’è intenzionato a tornare. Prima di Londra, nel 2000, De Coppi era approdato alla Harvard University di Boston, e precisamente nel laboratorio di Anthony Atala, il coordinatore dello studio che ha portato alla scoperta, oggi residente alla Wake Forest University di Winston Salem. È a Boston che il ricercatore italiano aveva cominciato a lavorare sulle malformazioni fetali.
Dottor De Coppi, perché la necessità di lasciare l’Italia?
In realtà non mi sento di aver “lasciato” l’Italia. In questi giorni hanno scritto che sono fuggito, ma non è affatto così. A Londra sto svolgendo un’esperienza di tre anni e in questo periodo ho intenzione di tornare spesso a Padova dove un gruppo di miei colleghi – tredici, per la precisione – stanno portando avanti le ricerche che abbiamo cominciato insieme nel campo delle staminali. Devo sottolineare che non mi piace che questa scoperta delle staminali nel fluido aminiotico sia stata così personalizzata. Il mio è stato e continua a essere un lavoro di équipe. Voglio citare soprattutto Laura Perin, padovana, che attualmente lavora a Los Angeles, e la mia alter ego, Michela Pozzobon, che sta portando avanti il lavoro a Padova. Senza di loro questa scoperta non sarebbe stata possibile. Inoltre ribadisco che la mia non è stata una fuga: il problema è che in Italia non arrivano gli stranieri e che noi spesso siamo costretti ad accettare posti all’estero per portare avanti ricerche che da noi non sarebbero finanziate. Qui al Great Ormond Street, per esempio, siamo di tante nazionalità: il bello è che lavoriamo con persone selezionatissime da tutto il mondo.
Cosa l’ha spinta a scegliere la strada della ricerca sulle cellule staminali?
Una forte determinazione. Mia moglie spesso dice che sono duro come un coccio, e penso che abbia ragione. Vengo dalla campagna, non ci sono professori nella mia famiglia. Alla facoltà di Medicina a Padova fui molto ispirato da un grande medico, il professor Guglielmi. Più tardi mi sono appassionato alle malformazioni del feto mentre in me cresceva l’idea di trovare un’alternativa alla chirurgia fetale, perché può essere pericolosa sia per il bambino sia per la madre. L’idea di partenza che ho sviluppato con Atala era quella di guardare nel liquido aminiotico per vedere se, oltre alle cellule già differenziate usate abitualmente per la diagnosi prenatale, vi fossero anche cellule staminali isolabili e utilizzabili per crescere tessuti da usare dopo la nascita del bambino malato. Trovate le cellule, le abbiamo studiate scoprendo che si comportavano in maniera simile a quelle embrionali. Da quel momento abbiamo lavorato per dimostrare che si trattava di cellule staminali valide: un lavoro che è durato ben sette anni.
La sua ricerca può ora sostituire quella nelle cellule staminali embrionali?
Le cellule staminali trovate nel liquido amniotico sono diverse da quelle embrionali. Le cellule embrionali sono molto importanti, ma personalmente, per le mie convinzioni etiche e religiose, non ho intenzione di usare embrioni per fare ricerca. Rispetto gli embrioni perché gli embrioni sono vita umana. Ricordo inoltre che per la ricerca si possono usare linee cellulari preesistenti ottenute da cellule ed embrioni morti, ma è un territorio questo molto controverso nel quale non intendo addentrarmi.
La sua ricerca è stata osannata da molti soprattutto perché eviterebbe il sacrifico di embrioni a fini scientifici. Lei ha parlato apertamente di scelta etica. È vero però che anche estraendo il liquido amniotico si mette a rischio la vita di un bambino: le statische parlano di un feto su cento…
Sono cosciente di questo rischio e sono felice che finalmente venga sollevata l’obiezione. È vero: estrarre il liquido amniotico può essere rischioso. Ma la ricerca condotta assieme ad Atala dimostra che è possibile trovare cellule staminali anche nella placenta: in questo caso i rischi vengono completamente azzerrati.
Come mai non si è ancora parlato delle staminali della placenta?
Perché finora la ricerca si è concentrata sul liquido amniotico mentre le cellule della placenta devono ancora essere studiate a fondo. Ma già sappiamo che le probabilità di riuscita sono alte.
Come vede il rapporto tra scienza ed etica?
Personalmente credo sia importante che interagiscano. Prendiamo per esempio la matematica: la speculazione teorica non ha limiti, ma se la conoscenza viene usata per costruire una bomba allora deve entrare in campo l’etica e stabilire priorità. Non mi reputo però uno specialista di etica….
Quale rapporto esiste tra la sua fede e il lavoro di ricercatore?
Un rapporto ottimo. Sono credente, cattolico praticante, e non ho mai considerato la mia fede un ostacolo. Tutt’altro: è stata proprio la mia fede a spingermi in questo settore. È stata la mia fede che mi ha chiesto di trovare alternative alla ricerca sulle cellule degli embrioni. La fede per me è una ricchezza, non certo un ostacolo.
Lei spesso viene chiamato a operare d’urgenza. Come riesce a conciliare il suo lavoro di medico con le esigenze della ricerca e, ora, la pressione dei media di tutto il mondo?
È molto difficile. Da una parte sono felice e mi sento estremamente fortunato, dall’altra in questi giorni mi sembra di aver perso il contatto con la realtà. Per fare il lavoro che sto svolgendo al Great Ormond Street sono necessari tanta concentrazione e dedizione. E in questo momento non è possibile perché sono al centro dell’attenzione. Un grande rammarico è che la scoperta delle staminali nel liquido amniotico sia uscita così improvvisamente dopo che ne parlavamo da molto tempo. Purtroppo c’è voluta l’autorità di una rivista americana come Nature Biotechnology per rendere uno studio così importante degno di essere reso di pubblico dominio.


di Elisabetta Del Soldato
Tratto dal sito www.impegnoreferendum.it il 11 gennaio 2007



4)


I RISCHI:


L’amniocentesi è un esame sempre più diffuso
Dott. Carlo Bellieni: Nei 35 anni da quando Jacobson e Barten riportarono i primi 56 casi di amniocentesi, il numero di amniocentesi è aumentato progressivamente. Recentemente si sta cercando di superare la necessità degli esami invasivi in gravidanza, per il rischio di abortività che comportano.
E’ un rischio trascurabile?
Dott. Carlo Bellieni: Un recente studio di Seeds sull’American Journal of Obstetrics and Gynecology del 2004 riporta un tasso di abortività dello 0.6%. Se si considera che nel 2003 in Italia sono state eseguite circa 100.000 amniocentesi, ne consegue, stando a questi dati, che più di 500 gravidanze normali e volute non sono giunte fino alla nascita a causa di questa tecnica, con conseguente trauma per la donna. Non è un dato trascurabile, nonostante che gli operatori siano estremamente scrupolosi e abili.
http://www.genova.mpv.org/news/BellieniDiagnosiPrenatale.htm


Il rischio di aborto è dell’1%. Operatori particolarmente esperti riportano nelle loro casistiche rischi di circa lo 0.5%. Tuttavia, il rischio non può mai essere zero, perchè è la procedura stessa, cioè l’inserimento di un ago attraverso la parete uterina ed il sacco amniotico, che può causare rottura delle membrane e contrazioni uterine.
http://www.medicinafetale-aouc.it/invasiva.htm#come


«Non solo, l’illustre neonatologo ha sparato a zero sulla pratica dell’amniocentesi, che viene proposta (o quasi imposta, bisognerebbe dire) dai ginecologi sempre più frequentemente, e il cui tasso di abortività è dello 0,6% (Journal of Obstetrics and Gynecology, 2004): basta fare i calcoli per scoprire che in Italia muoiono da 500 a 1000 bambini molto probabilmente sani ogni anno, ovvero circa 2 bambini ogni giorno, come “effetto collaterale” dell’amniocentesi). Perciò non ha senso eseguire l’amniocentesi “per stare tranquilli” (anche perché è in grado di diagnosticare solo una esigua minoranza di malformazioni ) mentre potrebbe avere un senso solo ed esclusivamente in un’ottica abortista, cioè se i genitori, in caso di positività, vogliono abortire. Questo dell’amniocentesi è l’esempio ideale per capire come la disinformazione regni (quante donne si sottopongono a tale pratica convinte da qualcuno che si debba fare o addirittura senza porsi il problema di scegliere, e sottopongono a un rischi inutile il nascituro).»
http://www.genova.mpv.org/news/NavariniBellieniCasini.htm



LETTURE CONSIGLIATE:
Carlo Valerio Bellieni
L’alba dell’«io».
Dolore desideri, sogno, memoria del feto
Società Editrice Fiorentina (2004)



Carlo Valerio Bellieni
Padroni della vita?
piccolo vademecum di bioetica
Società Editrice Fiorentina (2006)