Partito Democratico e la Festa dell’Unità

Socialismo

Tutta colpa di Gramsci il “mal di festa” di Ds e Margherita

La lite sul cambio del nome alla kermesse dell’Unità che spacca il Pd è un retaggio comunista, pertanto irrisolvibile

di ANTONIO SOCCI
Il nascente Partito Democratico ha già il mal di “festa”. Come fa la componente che viene dalla Democrazia Cristiana ad accettare che le kermesse del nuovo partito si chiamino ancora “Festa dell’Unità”? I simboli contano, sono pesanti, carichi di storia, a volte tragica e i margheriti preferirebbero “Festa dell’Ulivo” perché paradossalmente l’Unità “divide”, come ha scritto il politologo ulivista Salvatore Vassallo. Si può dargli torto? Proprio l’Unità ha ripubblicato martedì scorso la sua memorabile edizione del 6 marzo 1953, per la morte del più sanguinario macellaio della storia, alla pari di Hitler di cui fu complice e alleato nello scatenare la Seconda guerra mondiale. Accanto alla testata c’era scritto: “Onore al grande Stalin!”. Prima pagina: “Stalin è morto. Gloria eterna all’uomo che più di tutti ha fatto per la liberazione e per il progresso dell’umanità”. Seconda pagina: “La vita prodigiosa di Stalin per il progresso dell’umanità”. Terza pagina: “L’uomo che più ha fatto per la liberazione dei lavoratori”. Quarta pagina: “Stalin difensore della pace e costruttore della società comunista”. Il Pci era questo. Una gigantesca macchina di propaganda di un’ideologia e di regimi fra i più ripugnanti della storia. Dopo tutto quello che il comunismo ha perpetrato in quei Paesi hanno mai chiesto scusa alle vittime? I cannibali – è notizia di ieri – sono riusciti a chiedere scusa (forse perché sono diventati cristiani), così come i cattolici hanno chiesto scusa. Ma i comunisti no. Le vittime dei cannibali in Papua Nuova Guinea furono quattro missionari, catturati e divorati nel 1878. In questi giorni c’è stata la cerimonia di riconciliazione. “Abbiamo mangiato i vostri antenati, vi domandiamo perdono”: si è presentata così la delegazione di Suva. E sulla tragedia si è voltata pagina. Perfino i cattolici – attraverso il Papa hanno chiesto solennemente perdono al mondo intero: pure troppo, anche per le colpe che non hanno commesso. Hanno chiesto perdono pur essendo stati massacrati da tutti i regimi e le ideologie per tutto il novecento. Hanno chiesto perdono pur avendo costruito la civiltà più giusta, progredita e libera della storia umana. Ma hanno chiesto perdono. Giustamente. Il comunismo ha perpetrato macelli in ogni parte del mondo, ma non si ricordano gesti solenni e ufficiali di richieste di perdono e di riconoscimento delle proprie responsabilità e delle colpe. O di misconoscimento di un’ideologia e di una storia. Certo i comunisti italiani non erano i comunisti sovietici. A ciascuno le sue responsabilità. Qua non si sono visti né gulag, né carri armati, anche perché eravamo protetti dagli americani. Tuttavia neanche qua il comunismo è stato un fenomeno indolore e incruento. L’ideologia ha fatto vittime e lasciato rovine. E il Pci fu uno dei partiti più stalinisti del mondo, legatissimo a Mosca (e agli altri regimi dell’orrore), come dimostra simbolicamente quella storica edizione dell’Unità. Dunque è comprensibile che quanti arrivano dalla Dc nel Partito Democratico non riescano ad accettare L’Unità come loro simbolo e storia loro. La diatriba scoppiata sulla “festa dell’Unità” è una metafora del colossale problema che agita il nascente Pd. Ora che il gruppo più consistente dei post-comunisti italiani si prepara a fondersi con un pezzo di Dc, si scatena la guerra su tutto: le candidature, le pre adesioni, i nomi dei votanti alle primarie, i soldi, i beni, le tessere. La prodiana Magistrelli lamenta che «i Ds entrano nel Pd, ma non si sciolgono, raccolgono preadesioni e vanno avanti col tesseramento e questo è inconcepibile, una furbata che mi spaventa». I motivi di polemica sono tanti, ma al fondo il problema è uno. Lo spiega Gentiloni quanto accusa i Ds di essere «troppo gelosi della loro identità». Aggiunge Franco Monaco: «Non dovevamo lasciarci alle spalle le vecchie appartenenze?». Ma come possono lasciarsi alle spalle le vecchie appartenenze i diessini se non hanno mai rinnegato veramente e solennemente Gramsci, Togliatti, Berlinguer e la propria storia? Dice Fassino che questa sarà «una festa che guarda al futuro». Infatti – secondo la cronaca del Corriere della sera – guarda a Gramsci che sembra restare «venerato padre nobile». Ora, Gramsci merita rispetto perché fu incarcerato dal regime fascista e per la sua statura di intellettuale. Ma gli si farebbe un torto a negargli l’identità comunista. Il suo pensiero fu illiberale e comunista. Anche lasciando stare certe sue riflessioni sulla violenza e la politica, Gramsci fu l’ideatore del modello egemonico di partito che poi il Pci realizzò e che è stato la causa di tanti problemi per l’Italia. Una costruzione ideologica illiberale e pienamente comunista. Augusto Del Noce ha scritto: «Già troppe volte ho detto dell’impossibilità di interpretare il suo pensiero (di Gramsci, nda) in senso riformistico o socialdemocratico. “Riforma intellettuale e morale” vuol dire radicalizzazione estrema della rivoluzione, come formazione intellettuale e morale dell’uomo nuovo… Non bisogna quindi stupirsi della durezza che affiora in certi passi come in quello celebre sulla distinzione tra “dominio” e “direzione intellettuale e morale”, termini intercambiabili con “dittatura” ed “egemonia”». Sentiamo Gramsci: «Un gruppo sociale è dominante dei gruppi avversari che tende a “liquidare” o a sottomettere anche con la forza armata ed è dirigente dei gruppi affini e alleati». Commenta Del Noce: «Non soltanto i rapporti con gli avversari sono di forza, ma anche la libertà degli alleati, diretti intellettualmente e moralmente, assomiglia un po’ troppo alla libertà del girarrosto». Infatti gli alleati dei comunisti sono sempre stati “indipendenti” nei loro movimenti come il girarrosto. In ultimo va ricordata la celebre pagina dove Gramsci definì la “divinizzazione” del partito: «Il moderno Principe, sviluppandosi, sconvolge tutto il sistema di rapporti intellettuali e morali in quanto il suo svilupparsi significa appunto che ogni atto viene concepito come utile o dannoso, come virtuoso o scellerato, solo in quanto ha come punto di riferimento il moderno Principe stesso (il Partito, nda) e serve a incrementare il suo potere o a contrastarlo. Il Principe prende il posto, nelle coscienze, della divinità o dell’imperativo categorico, diventa la base di un laicismo moderno e di una completa laicizzazione di tutta la vita e di tutti i rapporti di costume». Come si vede, perfino l’originalità del comunismo italiano (che è tutta e solo questa: Antonio Gramsci) è tremendamente comunista. Ed è all’origine di tanti guai della nostra storia nazionale. Ora – a 70 anni dalla morte – la festa dell’Unità lo celebra (del resto è stato proprio lui il fondatore dell’Unità che lo menziona ancora oggi sopra la testata). Dunque Gramsci sarebbe uno “padri nobili” del Partito Democratico?

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Libero 19 agosto 2007