Pansa: i politici hanno paura ancora di Salò

La cappa ideologica

L’INTERVISTA

«La guerra civile non è finita
e la politica ha paura di Salò»


Il grande giornalista Giampaolo Pansa appoggia la battaglia di Libero sul Centro studi della Repubblica Sociale. E anticipa il contenuto del suo nuovo libro…


«Il mio prossimo libro parla di quelli che non vogliono il Centro studi sulla Repubblica Sociale». Giampaolo Pansa ha seguito con attenzione la campagna di Libero per il sostegno politico e finanziario all’istituto di ricerca diretto da Roberto Chiarini. Accetta di intervenire a sostegno dell’iniziativa, anche perché la sua nuova, attesa uscita (prevista all’inizio di ottobre, per Sperling&Kupfer) inciderà il bubbone scoperto dalle pagine culturali di questo quotidiano. Si chiamerà “I gendarmi della memoria”. Sottotitolo: “Chi imprigiona la verità sulla guerra civile”. Parlerà delle resistenze a una libera ricerca storica in Italia: le stesse messe in luce da Libero su Salò. «Quello che avete scritto, purtroppo, non mi stupisce. Il centro di Chiarini, persona che conosco e stimo, vero scienziato della storia, è diventato come Calimero: piccolo e nero, reietto. Il professore è un uomo di sinistra, stimabile, serio. Ma, a 60 anni dalla fine della guerra civile, siamo ancora schiavi delle stesse regole che imbrigliano questo Paese. La storia la scrivono i vincitori, e chi ha perso deve stare zitto e subire. È una norma che è in vigore anche oggi. E che “condanna” il centro di Chiarini, rendendolo una sorta di fumo negli occhi per le dieci sinistre d’Italia». Perché le istituzioni – anche di centrodestra – non sostengono un centro indipendente e riconosciuto come autorevole? «È una vicenda esemplare di come vanno le cose in Italia. Quel centro, come ricordato in alcuni interventi su “Libero”, è nato per iniziativa dello scomparso Marzio Tremaglia, di cui il padre Mirko è giustamente orgoglioso. Proprio per questo, è incredibile che Alleanza nazionale se ne freghi. Altrettanto grave è il disinteresse della Regione Lombardia. Mi chiedo: ma Formigoni cosa aspetta? Oltre alla castità, pratica l’avarizia? Perché non viene rispettato l’impegno assunto dall’assessore Tremaglia? Trovo questa inerzia davvero sconsolante». Ma perché vale la pena studiare la Repubblica Sociale italiana? «A vent’anni, per tradizione famigliare e storia personale, io sarei andato a fare il partigiano, e non il milite della Monte Rosa. Ma tanti giovani hanno fatto una scelta diversa: soprattutto al Nord, grandi fette di popolazione hanno partecipato alla Rsi. È un pezzo di storia italiana, e la guerra può essere raccontata solo se si tiene conto di entrambi gli schieramenti». E questo non è stato fatto? «No. Nel 1959, quando mi stavo laureando, intervenni a un convegno dicendo che era ora di raccontare anche la storia dei fascisti, altrimenti non si sarebbe mai capito cos’era davvero accaduto nella guerra civile italiana. Un distinto signore rimase colpito, mi chiamò da parte e mi elargì una borsa di studio di 25 mila lire. Si chiamava Ferruccio Parri. Ma non ha avuto grandi seguaci, da questo punto di vista. Con la storia si è sempre tagliato tutto a metà, come una mela, scegliendo la parte più gustosa e buttando via l’altra. Mi spiace per il deputato di An Saglia (il cui intervento è stato ospitato ieri da Libero, ndr), ma dovrebbe aggiornarsi anziché citare un vecchio libro di Giorgio Bocca. In Italia tutti i governi hanno sempre e sistematicamente “pompato” solo gli istituti dedicati alla storia della Resistenza. Ne “La grande bugia” (Sperling 2006, ndr), un libro da dilettante di storia quale sono, ho riportato un dato finora mai smentito. Nel nostro Paese ci sono 59 fondazioni impegnate nello studio di quel periodo, più 10 centri di ricerca associati e altri 9 collegati a questi enti. In to- tale, fanno 78. Forse da allora sono pure cresciuti. Per carità, non sono tutti uguali: dipende da chi li dirige. Certo è che molti sono chiusi a riccio, marmorei. È da lì che i vecchi partigiani lanciano anatemi, spesso violenti, contro chi si azzarda a mettere in dubbio i loro dogmi. Spesso diventano fisicamente aggres-sivi, come mi è capitato di sperimentare quando sono stato contestato alle presentazioni dei miei “libracci”. Se poi si vanno a leggere i testi prodotti da questi istituti, nelle paginette più nascoste vediamo che molte volte sono finanziati dall’Anpi. Il che significa che la cintura ideologica difensiva è doppia, invalicabile. Di fatto, un guinzaglio alla storia». Come possono cambiare le cose? Cosa può fare la politica? «Le cose non possono cambiare. L’egemonia della sinistra neo e post-comunista è forte. Non è un discorso astratto: è così a cominciare dalle università, è così nelle scuole medie e nelle superiori. Piccolo particolare, di cui spesso ci si scorda: tantissimi istituti della Resistenza finanziati dallo Stato svolgono corsi periodici di aggiornamento dei docenti. Cosa insegnano ai professori? Sarebbe interessante tentare di proporre per questi corsi storici, non dico di destra, ma indipendenti… C’è una chiusura completa, riflesso della chiusura delle sinistre più forti in questo campo: quelle che vengono dal Pci». Ma sono partiti minoritari. «Sono partiti che sanno che l’onestà, l’assenza di quelle che Giorgio Napolitano ha chiamato “zone d’ombra” nella storia di quegli anni, coinciderebbe con lo smascheramento definitivo del partitone rosso di Palmiro Togliatti. Non saranno mai disposti a rinunciare a questo fatturato elettorale. È una questione di voti: per questo anche Piero Fassino, una tra le figure che più si è spesa per ristabilire un confronto sul piano della verità storica, ormai ha smesso di parlare. La sinistra ha una paura terribile di perdere altri consensi, e non è disposta a rinunciare alla preferenza dell’ultimo dei partigiani, né dell’ultimo dei ragazzi dei centri sociali». Il centro studi sulla Rsi, però, non pare molto considerato neppure dal centrodestra. «Anche qui, per paura. Soltanto An può aiutare Salò. Dopo la svolta di Fiuggi, però, sembra non essere scomparso il timore dei propri antenati. C’è ancora il terrore di essere ritenuti legati al retaggio fascista. Ma non ci si può ancora avvitare su queste cose! Ho un ricordo personale che è indicativo: nel maggio 2006 sono tornato in Parlamento per annusare l’aria durante l’elezione del capo dello Stato. Da vecchio cronista di Palazzo, ho ricevuto i cenni di saluto di un po’ di parlamentari, con cui discutevo dei temi trattati nei miei ultimi libri. Uno solo si è voltato dall’altra parte, evitandomi: Gianfranco Fini. È un dettaglio, ma illumina il paradosso della destra». Su queste pagine, Perfetti e Saglia hanno avanzato la proposta di un progetto di legge bipartisan per riconoscere il Centro studi. Può essere approvato? «No. Teoricamente la proposta è ottima, ma non passerà. L’unica strada è che i partiti facciano un lavoro autonomo, stimolando i privati e le banche. Ma la politica italiana è troppo imbrigliata per muoversi come dovrebbe». Lei segue da vicino la genesi del Partito democratico. Cosa si aspetta da un candidato leader su questi temi? «Parliamo pure direttamente di Veltroni, visto che la gara non mi pare apertissima. Devo dire che non ho molta fiducia. Certo, lui ha mostrato di sapere leggere la realtà con due occhi e non solo con quello sinistro. Ma le massaie inglesi dicono che il budino si giudica 48 ore dopo averlo mangiato… Nell’attesa, vedo quella parte politica troppo incistata su questi nodi. Ripeto: non ho grande fiducia».

di MARTINO CERVO

Libero 23 agosto 2007