Olanda: la porta della casa europea dell’orrore

Terrorismo

L’Olanda ora vuole anche il primato dell’eutanasia infantile


L’Olanda è stato il primo paese europeo ad autorizzare l’eutanasia, con una percentuale di 4.000-5.000 morti all’anno, il 3,5 per cento dei decessi totali nel paese. Ogni anno in Olanda, dove l’eutanasia è legale sui bambini di dodici anni, decine di nuovi nati vengono “aiutati” a morire con l’intervento dei medici. Non ci si limita a non intervenire. Su mille bambini morti entro il primo anno ben seicento hanno a che fare con la decisione di un medico. Il Protocollo di Groningen, stilato da pediatri favorevoli alla dolce morte, stabilisce i parametri per giudicare una vita degna di essere vissuta, e ora aspira a diventare legge. E’ prevista anche la “fine senza richiesta o consenso”…

E’ l’unico paese europeo in cui i medici non presero parte ai programmi di eutanasia imposti dai medici nazisti di Monaco e Berlino. Di quel coraggio in Olanda oggi non c’è più traccia. Frank e Anita sapevano che la loro bambina, Chanou, avrebbe avuto una vita molto breve. Nata con una malformazione al cervello, Chanou “piangeva tutto il tempo”, disse la madre. Pensarono che sarebbe stata meglio da morta. “Sembrava che dicesse: mamma, non voglio più vivere, lasciami andare”. Le venne somministrata morfina finché morì pochi giorni dopo. “Mi sentii in pace con me stessa”, ha detto Anita.
Stiamo parlando di un paese in cui il ministro della Sanità, Els Borst, in un’intervista a Nrc Handelsblad, ha proposto la diffusione della “pillola del suicidio” (la cosiddetta peaceful pill) per i “vecchi stanchi di vivere”: “Non vogliono che sia il medico a ucciderli, vogliono farlo da soli, come ultimo atto di volontà”. Poco dopo il dottor Philip Sutorius aiutò a morire l’ex senatore Edward Brongersma. Nel 1994 lo psichiatra Boudewijn Chabot somministrò una dose letale di barbiturici a uno dei suoi pazienti. Disse che soffriva di “depressione” per aver perso i suoi due figli. L’avvocato di Chabot, Eugene Sutorius, sostenne che il suo cliente “vuole che simili cose vengano fatte decentemente”.
L’Olanda è stato il primo paese europeo ad autorizzare l’eutanasia, con una percentuale di 4.000-5.000 morti all’anno, il 3,5 per cento dei decessi totali nel paese.
Ogni anno in Olanda, dove l’eutanasia è legale sui bambini di dodici anni, decine di nuovi nati vengono “aiutati” a morire con l’intervento dei medici. Non ci si limita a non intervenire. Negli anni Trenta c’era il fenolo, oggi la morfina. Una commissione nazionale è chiamata a decidere se normare un’altra nuova pagina di quella che il Wall Street Journal ha chiamato “la via olandese alla morte”.
Nei giorni scorsi una politica di Rotterdam, Marianne van den Anker, ha proposto di istituire l’aborto forzato per i malati mentali.
Eduard Verhagen è il pediatra più controverso al mondo. “Pioniere dell’eutanasia infantile”, è lui che ha scritto il “Protocollo di Groningen” pubblicato dal New England Journal of Medicine il 10 marzo del 2005, con il quale ha chiesto di fornire agli ospedali delle linee-guida sull’eutanasia infantile. Nell’articolo Verhagen spiega che “dei 200 mila bambini nati ogni anno in Olanda, circa mille muoiono nel primo anno di vita. Per 600 di loro, la morte è preceduta da una decisione medica sulla fine della vita”. Tradotto: il 60 per cento della mortalità infantile in Olanda ha un’origine intenzionale. Ritradotto: è in corso un olocausto medico sul quale l’Unione europea fa finta di niente.
E il fenomeno non è destinato a fermarsi, considerati i parametri “etici” della proposta di Verhagen: “Povera qualità della vita – Mancanza di autosufficienza – Mancanza di capacità di comunicazione – Dipendenza ospedaliera – Aspettativa di vita”.
Secondo il Weekly Standard il “Protocollo di Groningen” è degno solo della Conferenza di Wansee, dove i gerarchi nazisti programmarono la “soluzione finale”.
Wesley Smith, l’allievo di Ralph Nader che si è battuto contro la disidratazione legale di Terri Schiavo, sostiene che il “Protocollo di Groningen” “cerca di normalizzare l’infanticidio”.
Negli ultimi due anni il dottor Verhagen ha diretto un’équipe medica responsabile della morte di almeno quattro nuovi nati. “E’ dopo che sono morti che li vedi rilassarsi per la prima volta”, ha detto Verhagen.
Le procure olandesi non hanno mai arrestato o posto sotto processo i medici che praticano l’eutanasia sui nuovi nati, a partire dal primo caso registrato nel 1997.
Secondo uno studio del Journal of Medical Ethics, il 59 per cento dei casi di eutanasia in Olanda non sono segnalati dagli ospedali. Berry Holtslag venne persuasa dai medici che sua figlia, nata prematura di due mesi, non avrebbe mai camminato, parlato o sorriso. Con la morfina, morì sette giorni dopo. “Sono molto spaventata da quanto sta accadendo nel mio paese – dichiara Bert Dorenbos dell’associazione Cry-For-Life – Non dimentichiamo che l’Olocausto non è iniziato con l’uccisione degli ebrei ma con quella degli handicappati e dei malati di mente. Oggi abbiamo una situazione in Olanda in cui una coppia con una figlia Down è guardata come se fosse stupida”.
Il professor John Griffiths, che insegna sociologia a Groningen, è uno dei sostenitori della legge sull’eutanasia infantile: “Vengono salvati troppi bambini. Gli olandesi sono molto sensibili all’idea di una morte dignitosa. C’è un elemento estetico in tutto questo”.
Un documento del 1992 della Dutch Royal Society of Medicine aveva già scritto una bozza di norme sull’eutanasia infantile, fra cui la previsione se il bambino avrebbe avuto una vita in grado di stabilire relazioni interpersonali. Si parlava della morte come passo per “il miglioramento della qualità della vita”.
E’ nata una Federazione mondiale dei medici che rispettano la vita umana, guidata oggi dal medico olandese K.F. Gunning: “E’ esattamente quello che Hitler cercò di fare negli anni Trenta. Tutti gridano all’omicidio quando si parla della Germania: a mio avviso l’Olanda è peggio. Hitler lo faceva in segreto, noi invece vogliamo farlo alla luce del sole. I nazisti sterminarono decine di migliaia di handicappati fisici e mentali in base alla loro politica di purificazione razziale, noi lo faremo con la benedizione della legge dello stato”.
Incubo darwiniano
Secondo un documentario trasmesso dalla Pbs, “Choosing Death”, tre delle otto unità pediatriche intensive in Olanda praticano l’infanticidio tramite iniezione letale. “Sappiamo che i medici di tutta Europa affrontano lo stesso problema – dice il dottor Verhagen – Nessuno in Italia intende parlarne”. Il vescovo di Groningen, Wim Eijk, è l’avversario pubblico più vigoroso del Procotollo, insieme ai gruppuscoli prolife, che incidono poco o niente sulla società olandese. Più dell’80 per cento degli olandesi è favorevole all’eutanasia attiva. “E’ un incubo darwiniano – dice Eijk – Darà ai medici il diritto di decidere della vita e della morte”.
Per i minorenni fra i sedici e i diciotto anni non c’è nemmeno bisogno dell’autorizzazione dei genitori.
L’eutanasia passiva è chiamata “fine senza richiesta o consenso”. Quella attiva è “sedazione terminale”. E non viene nemmeno registrata come eutanasia, ma come “morte naturale”. Come spiega lo stesso Rob Jonquiere, che dirige il Right to Die: “Non c’è bisogno di riportarlo, non sappiamo nemmeno quanti medici lo facciano”. Il governo calcola che almeno 5.981 pazienti siano stati “sedati” dai medici senza il loro consenso. Solo nel 1990 furono accertate almeno 600 morti di questo tipo. Rianne Quirine Kunst, una bambina nata con la spina bifida, una malattia terribile ma che se trattata consente di vivere a lungo, venne “trattata” dal suo medico, Henk Prins. Il quotidiano Der Telegraf commentò: “La piccola aveva gli arti deformati e all’esplicita richiesta dei genitori il ginecologo, il dottor Prins, ha preso una decisione consapevole”. Questa invece la spiegazione del medico: “Avrebbe potuto vivere qualche anno, ma avrebbe dovuto sottoporsi a un’operazione dietro l’altra, una strada senza fine di sofferenza”. Il presidente della corte espresse “l’ammirazione del tribunale per l’integrità e il coraggio” dimostrati dal medico.
Un sondaggio del 1996 pubblicato dal New England Journal of Medicine sostiene che il 64 per cento degli psichiatri olandesi accetta l’eutanasia attiva per i pazienti che soffrono di malattie mentali. “Il test di ogni società che stabilisce se è civilizzata consiste nella promozione della vita”, commenta Paul van der Maas, docente alla Erasmus University di Rotterdam. Ma nel 1993 Liesbeth Rensman, portavoce del ministro della Giustizia, fece sapere che “il governo sta proponendo di estendere l’intervento medico attivo per porre fine alle vite brevi senza un esplicito consenso”. Il dottor Molenar, capo del reparto di neonatologia del Sophia Pediatric Hospital, ha rivelato che 24 dei 500 nuovi nati handicappati erano stati uccisi o lasciati morire dai medici: “La Società olandese della pediatria ha abbracciato la pratica dell’eutanasia sugli infanti ‘difettosi’”. Il capo dei pediatri olandesi, Zier Versluys, nel 1992 disse che “l’eutanasia è parte della buona pratica medica in neonatologia”.
Il 31 per cento dei pediatri olandesi avrebbe praticato almeno una volta l’eutanasia e in un quinto dei casi senza nemmeno il consenso dei genitori.
Il 60 per cento dei medici si è detto “onorato” di poter “porre fine alla vita di un bambino sofferente”.
Sul Los Angeles Times il bioeticista di Princeton, Peter Singer, ha proposto di estendere agli Stati Uniti il “Protocollo di Groningen”. Singer ha chiesto “un periodo di ventotto giorni dopo la nascita prima che un infante possa essere accettato con gli stessi diritti degli altri”. Nel 1961 Nicky Chapman nacque con una grave malformazione al cervello. I medici dissero ai genitori che sarebbe diventata cieca, che non avrebbe comunicato col mondo esterno e che una serie di lesioni le avrebbero reso amara la vita. Sedici anni dopo Auschwitz, i medici inglesi dissero ai genitori di portare Nicky a casa e di somministrarle una dose di barbiturici. Per fortuna non li ascoltarono. Nell’ottobre del 2004, Nicky Chapman è stata eletta alla British House of Lords, e ci vede benissimo. Se oggi nascesse in Olanda, forse verrebbe uccisa con un’iniezione di morfina. Quando uscirono i primi dati sull’eutanasia infantile, un editoriale del Calgary Herald diceva: “Nel maggio del 1945, 7.600 canadesi morirono in battaglia per liberare l’Olanda dalla Germania nazista. Ora, sembra che alcuni medici olandesi abbiano bisogno venga loro ricordato che proprio una delle ragioni di gioia della liberazione scaturiva dalla fine del genocidio, dell’infanticidio e dell’eutanasia praticata dai nazisti”. Quindici giorni dopo l’approvazione della legge olandese sull’eutanasia, il 10 aprile del 2001, in Austria trecento cervelli di bambini eliminati nel programma di eutanasia nazista lasciarono la clinica viennese di Am Spiegelgrund, dove erano conservati nella formalina dalla fine della guerra, per essere inumati. Bastava avere il labbro leporino o soffrire di incontinenza perché un medico austriaco selezionasse un bambino. Con la loro sepoltura si intendeva simbolicamente chiudere un’epoca e sugellare il giuramento di Norimberga.
I bambini austriaci, come quelli olandesi sessant’anni dopo, erano chiamati dai medici “lebensunwert” (vite indegne di essere vissute).


Il Foglio 9 marzo 2006