OSTAGGIO DI ISRAELE E DI HEZBOLLAH…

Dal mondo

IL LIBANO NELL’INCUBO DELLA GUERRA


La reazione militare israeliana è inutile a sconfiggere il terrorismo e crea solo più odio. Le pretese di Hezbollah sono imperdonabili e causano la distruzione del Libano. I cristiani pagano il prezzo più alto delle violenze, mentre nemmeno la comunità internazionale osa affrontare il vero punto nodale del Medio Oriente: una patria per i palestinesi, la sicurezza per Israele, il ritorno ai confini stabiliti dall’Onu. L’analisi di p. Samir Khalil, gesuita egiziano, professore a Beirut.


di P. Samir Khalil Samir, sj


 

Beirut (AsiaNews) – Un anno e mezzo fa con la sua Intifada pacifica e gioiosa, il Libano rinasceva con le manifestazioni di piazza e il ritiro delle forze siriane dal Paese dopo 30 anni di occupazione.
Oggi il popolo libanese torna a rivivere l’incubo della guerra. La disillusione è enorme, più ancora la rabbia e talvolta l’odio.
Una bravissima cristiana, per nulla politicizzata, mi scrive esprimendo un’ira tremenda contro Israele, benché lei sia una convinta oppositrice di Hezbollah. Ma in questo caso, con un milione di libanesi in fuga, i mezzi di comunicazione bloccati, le è cresciuto l’odio contro il nuovo invasore. Mi sintetizza la situazione in questo modo: “Israele, per due ostaggi, prende in ostaggio tutto il Libano”. Un’ altra persona mi dice: “Anziché attaccare i suoi veri nemici, l’Iran e la Siria, Israele preferisce distruggere un paese innocente e pacifico, perché più debole”.
Anche il caso del soldato rapito a Gaza da Hamas ha dato il pretesto ad Israele di bombardare, demolire e distruggere Gaza. In nome della sua sicurezza e sopravvivenza, Israele sembra servirsi di tutto per distruggere i vicini. E ciò con l’appoggio dei Paesi più potenti.
Personalmente, lotterei con tutte le mie forze per la sicurezza d’Israele, ma mi domando: è davvero Israele che ha bisogno così tanto di sicurezza? Non si dovrebbe garantire almeno altrettanta sicurezza ai suoi vicini: palestinesi, libanesi e siriani?
Una reazione del tutto sproporzionata e sbagliata
In 3 settimane, quasi un quarto della popolazione libanese è stata costretta alla fuga: una situazione del genere non si è vista nemmeno durante la passata guerra civile. Israele ha una violenza estrema e cieca che ha già fatto 900 morti e più di 3 mila feriti. A tutt’oggi il bilancio delle vittime da parte israeliana è di 64 morti, compresi 24 civili. Quando diciamo che la reazione di Israele è sproporzionata diciamo un fatto, non un elemento emozionale.
Il Primo ministro israeliano Ehud Olmert ha detto: “Noi vogliamo solo sradicare il terrorismo di Hezbollah”, ma mi domando se per colpire Hezbollah c’è bisogno di distruggere l’intero Paese. Occorre distruggere tutte le strade principali, i ponti, l’aeroporto Rafic Hariri appena rinnovato, l’autostrada verso la Siria, la centrale elettrica, i tre porti, la fabbrica di latte, etc. solo perché potrebbero servire a Hezbollah? Di questo passo, si potrebbe distruggere tutto il Libano!
Più profondamente, come sradicare il terrorismo? L’esperienza degli ultimi 5 anni dimostra che il terrorismo non si combatte solo con i mezzi militari. Anzi, l’invasione illegale dell’Irak ha avuto per conseguenza di diffondere il terrorismo e farlo proliferare. Le radici del terrorismo non sono, in primo luogo militare, ma ideologiche, culturale e talvolta spirituale. Sono queste radici che devono essere sradicate.
Hezbollah è imperdonabile
Ho sempre combattuto il fatto che Hezbollah pretenda di avere la missione di difendere la patria, una funzione che appartiene solo all’esercito. Con questa pretesa, Hezbollah è rimasta l’unica milizia armata dopo la fine della guerra civile nel 1991. La posizione di questo partito è inaccettabile: è necessario applicare la recentissima risoluzione 1559 dell’ONU che prevede la smilitarizzazione totale di tutte le formazioni militari del Paese.
Per capire l’anomalia di Hezbollah, occorre rivedere la sua storia. Essa è una milizia nata durante la guerra civile, ma a differenza delle altre, è nata dopo la seconda invasione israeliana del Libano nel 1982. Ufficialmente essa è nata il 16 febbraio 1985, ma in realtà, la sua prima apparizione pubblica è avvenuta il 22 novembre 1982, per liberare il territorio libanese – il Sud, dove vivono molti sciiti – dall’invasore.
Questa è una delle ragioni essenziali che alimenta il terrorismo medio-orientale d’ispirazione islamica: rispondere a quello esercitato dallo Stato d’Israele coi suoi attacchi continui e soprattutto con l’occupazione illegale delle Terre non-israeliane.
Una delle cause fondamentali del terrorismo medio-orientale di matrice islamica è infatti l’occupazione, da quasi 40 anni, del territorio della Palestina da parte di Israele. E in effetti Israele, mettendo avanti ragioni di sicurezza, ha sempre compiuto guerre espansioniste per allargare il suo territorio. Se si paragona la carta d’Israele stabilita dalla “Società delle Nazione” (poi ONU) nel 1947, con quelle successive, del 1948-49, 1956 (l’aggressione contro l’Egitto a Suez), 1967 (la guerra dei Sei Giorni), e di oggi, si può costatare che Israele ha sempre allargato in modo notevole la sua superficie, fino a raddoppiarla. Tutto questo in modo illegale, cioè non riconosciuto dalle Nazioni Unite, unica istanza internazionale che può dare legittimità a una Nazione.
Ad ogni modo, in questa situazione di occupazione, una parte della popolazione si è esaltata all’idea di una rivincita contro Israele (alimentata anche da falsi argomenti islamici) e almeno in un primo momento ha sostenuto con simpatia gli Hezbollah.
Va detto subito che se Hezbollah avesse avuto ragione a provocare Israele (e secondo me non l’ha avuta), da un punto di vista strategico essa ha compiuto una imperdonabile stupidaggine. L’esito della sua provocazione sono stati centinaia di morti e soprattutto la distruzione di un Paese che da 15 anni lavorava alla ricostruzione dopo la guerra civile.
Ormai il Libano è tutto distrutto. Ci vorranno parecchi miliardi di euro per ricostruirlo e chissà quanto tempo. Inoltre, l’unica fonte economica era il turismo: ora gli stranieri sono tutti fuggiti e nessuno sa se e quando potranno tornare. La situazione del Paese è catastrofica; il morale della popolazione è allo stremo.
La comunità internazionale ha abbandonato il Libano
La comunità internazionale ha sempre detto di essere vicina alle sorti del Libano. Ma cosa vuol dire essere vicini? In politica ciò che conta sono gli atti. Nell’immediato la proposta dell’ONU e dell’Europa di inviare una forza internazionale per garantire un cessate il fuoco mi sembra quella più sensata, ma temo che occorrerà molto tempo per realizzarla: Israele è deciso ad andare avanti e pretende di avere il diritto di farlo, sostenuto a fondo da alcune potenze, in particolare dagli Stati Uniti, che continuano a sostenerlo in modo incondizionato.
Anche l’intero G8 ha giustificato a modo suo la guerra d’Israele, perché non c’è stata una condanna netta dell’azione d’Israele, ma solo la condanna dell’eccesso della reazione.
Il problema non è l’eccesso, ma il principio stesso. Non si può prendere qualunque cosa come pretesto per fare una guerra. C’è una differenza di natura e non di grado tra una provocazione come quella di Hezbollah e una guerra con bombardamenti, navi, aerei, militari e carri armati sul campo. Il Libano non ha messo in campo un esercito, anzi il governo di Beirut non era neanche al corrente dell’iniziativa di Hezbollah. Del resto, sulla frontiera sud del Libano ci sono stati sempre degli attacchi reciproci. Come mai questa volta una reazione così violenta?
Affrontare i problemi di fondo e trovare soluzioni definitive
Nell’immediato è necessario e urgente un cessate il fuoco e forze dell’ONU schierate. Con molta difficoltà la comunità internazionale sta cercando le modalità. Ma ciò che è davvero importante è fermare questa guerra ingiustificabile. Con molto equilibrio, il 14 luglio scorso il card. Sodano, segretario vaticano di stato, ha dichiarato:
“Come in passato, anche la Santa Sede condanna sia gli attacchi terroristici degli uni (cioè di Hezbollah) sia le rappresaglie militari degli altri (cioè di Israele). Infatti, il diritto alla difesa da parte di uno stato non esime dal rispetto delle norme del diritto internazionale, soprattutto per ciò che riguarda la salvaguardia delle popolazioni civili. In particolare, la Santa Sede deplora l’attacco al Libano, una nazione libera e sovrana, ed assicura la sua vicinanza a quelle popolazioni, che già tanto hanno sofferto per la difesa della propria indipendenza”.
Ma la guerra ricomincerà alla prima occasione finché non vi è una soluzione internazionale multilaterale (e non unilaterale com’è stato per il Libano e per Gaza), che riconosca il doppio diritto d’Israele e della Palestina. Il Papa lo ha detto al Corpo diplomatico lo scorso 9 gennaio:
“In Terra Santa lo stato d’Israele deve poter sussistere pacificamente in conformità alle norme del diritto internazionale; in essa, parimenti, il popolo palestinese deve poter sviluppare serenamente le proprie istituzioni democratiche per un avvenire libero e prospero”.
Purtroppo in questo momento la comunità internazionale sembra avere altri problemi: ognuno si preoccupa che le scelte non portino ripercussioni a uno o all’altro e non c’è desiderio di risolvere il problema di fondo. Forse si potrà fermare questa guerra, ma se non si risolve il problema alla radice, fra un po’ ne seguirà un’altra e poi un’altra ancora. Bisogna avere il coraggio di cercare una soluzione definitiva. Questo problema dura ormai da decenni ed è come un cancro presente nella situazione, che cambia forma di continuo.
La soluzione radicale non può che essere basata sulla legalità internazionale. Ciò significa applicare la risoluzione 242, che esige il ritiro di ognuno dentro le frontiere proprie, riconosciute internazionalmente, seguita dalla risoluzione 1559, che esige la smilitarizzazione di tutti i gruppi libanesi (e dunque di Hezbollah). Questo significa anche che i paesi arabi devono riconoscere Israele come stato definitivo nelle sue frontiere internazionali, e Israele deve riconoscere gli stati confinanti (Egitto, Palestina, Libano e Siria) come stati definitivi nelle loro frontiere internazionali, con scambi di ambasciatori fra tutti (ricordiamo che la Siria non ha mai riconosciuto il Libano nelle sue frontiere internazionali, né ha scambiato ambasciatori con il Libano). Solo allora la pace sarà possibile.
I cristiani in Libano
La comunità cristiana è sotto choc: nella sua totalità è sempre stata per l’indipendenza assoluta del Libano e ha lottato contro la Siria pagando per questo un altissimo prezzo. Tutti gli assassini anche dopo il ritiro della Siria l’anno scorso, ad eccezione di quello di Hariri, hanno avuto come obiettivo esponenti cristiani. I cristiani hanno sempre esigito il disarmo di Hezbollah. E invece, a causa dell’influenza della Siria questo non è stato possibile. Loro avevano previsto che il mantenimento delle milizie di Hezbollah era un grave offesa agli accordi e all’autorità dello Stato. Come è avvenuto. Adesso il loro destino è rimanere sotto le bombe o rifugiarsi in altri paesi. Ma la comunità cristiana non ha possibilità di rifugio nei paesi vicini, essendo questi dei paesi musulmani. Per questo molti decidono di partire per l’Europa o l’America. Il problema è che la gran parte dei cristiani che emigra in Occidente, non fa più ritorno in Libano, mentre l’emigrazione verso i paesi musulmani vicini risulta essere temporanea. La situazione è così drammatica che, come ha detto  il vescovo maronita di Jbeil, “più del 70% dei cristiani rimasti ancora in Libano ha intenzione di partire appena riaprirà l’aeroporto internazionale di Beirut”.
Da questa guerra la nostra comunità uscirà ancor più indebolita, soprattutto perché la violenza terrorista – è innegabile – è tutta di stampo islamico. Una volta di più sono i cristiani a pagare il prezzo più alto della violenza in Medio Oriente.
Un punto positivo in questo dramma è la solidarietà testimoniata in Libano tra musulmani e cristiani. L’aggressione esterna e le distruzioni hanno riavvicinato tutte le componenti della nazione. I cristiani hanno aperto le porte delle chiese, dei monasteri e delle scuole ai profughi, chiunque lo chiedesse, a qualunque religione appartenesse. E questa è una bella testimonianza .


AsiaNews 5 Agosto 2006