Nuovo libro libera Silvio Pellico dalle incrostazioni laiciste

Libertà di educazione

Quel Silvio Pellico diverso di Aldo A. Mola 


Una corposa e dettagliata biografia del patriota italiano, frutto di ricerche minuziose e accorte, ne restituisce la figura in tutta la sua integrità. La storia di Silvio Pellico è stata raccontata a generazioni di scolari italiani come fulgido esempio di patriottismo. Ma è stata raccontata monca…


di Marco Invernizzi

Aldo A. Mola ha sollevato un altro problema. Dopo la massoneria e il suo ruolo nella storia d’Italia, dopo il “caso Giovanni Giolitti”, statista moderato e dimenticato, simbolo di un’Italia realista (“Italietta”, l’hanno chiamata con intento denigratorio in contrapposizione a quella ambiziosa di Francesco Crispi) e non ideologica, oggi lo storico pone un problema ancora maggiore, anzi fondamentale perché riguarda i “fondamenti” e le origini dell’Italia moderna.
Il problema viene posto attraverso il suo Silvio Pellico. Carbonaro, cristiano e profeta della nuova Europa (Bompiani, Milano 2005, pp. 320, €9,00), che prende le mosse da quando il patriota fu graziato, con due compagni, dall’imperatore austriaco Francesco I e liberato dalla prigionia dello Spielberg in Moravia; è il mese di agosto del 1830. Ripercorrendo la vita di Pellico, Mola ne racconta dunque la formazione ricevuta dopo la nascita a Saluzzo nel 1789 e le peripezie familiari che lo portarono a Pinerolo, a Torino, a Lione (dove nel 1806 si entusiasmò delle idee illuministe) e quindi a Milano, dove si formerà definitivamente come uomo di lettere, svolgendo la professione d’istitutore, nella casa del conte Luigi Porro Lambertenghi, liberale e nazionalista. A Milano parteciperà alla pubblicazione della rivista liberale Il Conciliatore e quindi verrà iniziato nella Carboneria nel 1820.
Nello stesso anno, il 13 ottobre, viene arrestato e due anni dopo condannato a morte per cospirazione contro l’impero austriaco, pena commutata in 15 anni di carcere duro. Verrà appunto graziato otto anni dopo e ritornerà a casa, a Torino, dove i suoi genitori erano andati ad abitare. Qui riprende la sua attività di scrittore e pubblica numerose opere, delle quali Le mie prigioni diventerà la più famosa e quella che ne celebrerà la memoria fino ai nostri giorni. Di essa, lo stesso Mola ha curato nel 2004 un’edizione patrocinata dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Saluzzo nella quale, confrontando l’originale dell’opera con le edizioni dell’epoca, mette in evidenza l’intervento, discreto ma percepibile, di una certa forma di censura, a nascondere o comunque a sminuire la conversione al cristianesimo di Pellico, iniziata nella prigionia a Milano e narrata proprio in quel libro.
Con Cesare Balbo, morto nel 1853 poco prima di lui, Pellico era diventato un punto di riferimento soprattutto culturale per quell’area di patrioti cristiani, favorevoli all’unificazione d’Italia, legati ai liberali moderati o essi stessi liberali conservatori. Ma il 13 gennaio 1854 muore. Non muore però la sua opera principale, tradotta in molte lingue tanto da far dire a Mola che Silvio Pellico è l’autore italiano dell’Ottocento più conosciuto all’estero.
Pellico. E Gioberti, e Rosmini
Il ricordo tributatogli dagli storici e dagl’intellettuali in genere non è adeguato all’importanza avuta da Pellico in vita: sembra essere questa la tesi che Mola ricava dallo studio della vita del patriota italiano e la causa di tale rimozione deve essere ricercata nel suo essere stato cattolico e antigiacobino, cioè di aver condannato la politica rivoluzionaria, cospiratoria e violenta di Giuseppe Mazzini.
E qui nasce il problema accennato all’inizio. Il libro di Mola si legge volentieri perché unisce la precisione e la profondità dello storico che svolge bene il proprio compito a una notevole capacità di rendere appassionanti le vicende narrate con una scrittura gradevole e coinvolgente. Ma la questione che egli pone va ben oltre la piacevolezza della lettura, persino oltre la stessa persona di Silvio Pellico.
Il problema è questo. Indubbiamente è esistito un protorisorgimento cattolico, vale a dire un tentativo compiuto da cattolici di porsi alla guida del processo di unificazione politica della Penisola sotto l’ispirazione di Papa Pio IX, cattolici dei quali il più noto è forse Vincenzo Gioberti (sulla cui ortodossia dottrinale sono stati però avanzati seri dubbi), ma il più grande era certamente don Antonio Rosmini Serbati, forse uno dei maggiori apologeti moderni, tra l’altro molto critico proprio di Gioberti, autore di un tentativo di risposta globale e, questa sì, perfettamente ortodossa alla Modernità. Silvio Pellico faceva parte di questo mondo, il cui tentativo finisce però il 29 aprile 1848, quando Pio IX decide di non dichiarare guerra all’Austria e quindi di non porsi alla testa del moto per l’unificazione.
L’impero austriaco non era l’alleato ideale per la Chiesa giacché il suo giurisdizionalismo, ossia l’asservimento della religione all’interesse dello Stato, l’aveva fino ad allora tenuto abbastanza lontano dalla Santa Sede. Tuttavia, dopo il 1848, l’alleanza s’impone e l’impero muta temporaneamente atteggiamento verso Roma siglando, nel 1855, un Concordato non giurisdizionalistico e per questo apprezzato dalla Santa Sede, eppure durato solo pochi anni ovvero fino a quando l’Austria non deciderà di ritornare all’antica politica.
Il Risorgimento si è così sviluppato su basi di grande ostilità alla Chiesa e alla sua capillare presenza nella nazione; per decenni, praticamente fino ai fatti del 1898 e all’inizio della partecipazione dei cattolici alle elezioni politiche, per circa 50 anni il Paese reale fu perseguitato, umiliato e offeso. Se è comprensibile il rimpianto per come l’Italia avrebbe potuto essere se le fosse stata risparmiata la ferita originaria che ha contrapposto i cattolici alle prime istituzioni politiche dopo l’unificazione, oggi è doveroso riflettere su quanto accaduto, senza che peraltro la riflessione possa pensare di modificare la realtà dell’accaduto.
Suturare la ferita
Due temi, peraltro, la possono favorire. È importante valorizzare i cattolici come Pellico, che pur fedeli al Pontefice hanno avuto una prospettiva politica e culturale diciamo “unitaria”. Oltre a Rosmini, altri vanno ricordati, come Contardo Ferrini a Milano. Ma queste figure di transigenti non vanno confuse con chi vagheggiava una riforma “modernistica” della Chiesa, da cui nascerà appunto l’omonima eresia all’inizio del Novecento.
Né è corretto (certamente non è il caso di Mola) dimenticare le ragioni dell’opposizione cattolica intransigente allo Stato unitario negli anni successivi all’unificazione, dal 1874 al 1904, nella stagione dell’Opera dei Congressi, e poi nel decennio successivo fino al Patto Gentiloni, nel 1913. Essa ha rappresentato il mondo cattolico popolare, autenticamente impegnato nella resistenza anzitutto culturale, che ha dato vita a una società ricca di espressioni economiche, assistenziali, scolastiche e culturali ancora oggi parzialmente visibili. Essi amavano la patria che era diventata uno Stato senza di loro almeno quanto Pellico e i cattolici del protorisorgimento, anche se ci vollero trent’anni e più perché questo Stato si accorgesse di non poter governare contro la “sua” società.
Il lavoro di Mola riporta l’attenzione sulla ferita originaria della storia moderna italiana: è auspicabile che serva ad aprire una riflessione – come è certamente nell’ottica dell’autore – nella prospettiva della cura e del risanamento di quel corpo sociale che ancora oggi continua a patire le conseguenze di quel male.


Il Domenicale N. 45 – DAL 5 AL 11 NOVEMBRE 2005