Nuova intervista al Santo Padre

Dal mondo

INTERVISTA IMPERDIBILE

Benedetto XVI rievoca la figura del cardinale Leo Scheffczyk

Benedetto XVI ha rilasciato un intervista a padre Johannes Nebel, curatore del volume Il mondo della fede cattolica (edizioni Vita e Pensiero), opera dello scomparso cardinale tedesco Leo Scheffczyk. Ratzinger racconta la sua amicizia con Scheffczyk: dopo essere stati entrambi professori, i due teologi si ritrovano nella commissione dottrinale della Conferenza episcopale tedesca. Sono gli anni turbolenti del post-concilio. «A quel tempo la situazione era estremamente confusa ed irrequieta – afferma il Papa – e la stessa posizione dottrinale della Chiesa non era più sempre chiara». Ratzinger ricorda come venissero fatte circolare delle tesi, «diventate improvvisamente possibili» nonostante «non coincidessero, in realtà con il dogma». Scheffczyk, in quelle circostanze, era sempre il primo a prendere posizioni chiare e inequivocabili. «Io stesso ero – aggiunge Benedetto XVI – in quel contesto, quasi troppo timoroso rispetto a quanto avrei dovuto osare per andare in modo così diretto “al punto”».
Un’intervista davvero imperdibile nella quale emerge ancora una volta la grande umiltà di Papa Benedetto…

1) «Io, quasi troppo timoroso con i progressisti» di Andrea Tornielli
2) L’intervista rilasciata a Johannes Nebel

1)

« Io, quasi troppo timoroso con i progressisti»

di Andrea Tornielli

Papa Ratzinger fa autocritica e confessa, in un’intervista, di essere stato «quasi troppo timoroso» nei confronti di certe azzardate tesi teologiche in voga nella Chiesa tedesca subito dopo il Concilio. Sono parole per certi versi sorprendenti quelle che Benedetto XVI ha pronunciato l’11 novembre scorso durante un’intervista concessa a padre Johannes Nebel. La trascrizione del colloquio fra il Pontefice e Nebel viene pubblicata nel libro Il mondo della fede cattolica, opera dello scomparso cardinale Leo Scheffczyk, teologo tedesco e amico di Ratzinger, tradotta ora per la prima volta in Italia da «Città Nuova».
Ratzinger racconta del primo incontro con Scheffczyk (nato nel 1920, divenuto cardinale nel 2001 e scomparso nel 2005) all’epoca degli studi al seminario di Frisinga descrivendone la grande lucidità e chiarezza. Dopo essere stati entrambi professori, i due teologi si ritrovano nella commissione dottrinale della Conferenza episcopale tedesca. Sono gli anni turbolenti del post-concilio. «A quel tempo la situazione era estremamente confusa ed irrequieta – afferma il Papa – e la stessa posizione dottrinale della Chiesa non era più sempre chiara». Ratzinger ricorda come venissero fatte circolare delle tesi, «diventate improvvisamente possibili» nonostante «non coincidessero, in realtà con il dogma». Scheffczyk, in quelle circostanze, era sempre il primo a prendere posizioni chiare e inequivocabili. «Io stesso ero – aggiunge Benedetto XVI – in quel contesto, quasi troppo timoroso rispetto a quanto avrei dovuto osare per andare in modo così diretto “al punto”».
Dalle parole dette e ovviamente pubblicate con il suo esplicito consenso, dunque, emerge un Ratzinger un po’ «timoroso» nell’affrontare e contrastare certe idee teologiche troppo avanzate, mentre il suo collega – che riceverà la porpora già ultraottantenne da Giovanni Paolo II – appariva invece il vero «rompighiaccio» di queste discussioni. Ancora una volta, dunque, viene sfatato il mito di Ratzinger panzerkardinal e lui stesso confida, rileggendo quegli anni, che avrebbe voluto «osare» di più.
Era già ben noto, del resto, che Ratzinger durante il Concilio Vaticano II non faceva parte della minoranza conservatrice. Con i lavori dell’assise ancora aperti, il giovane e brillante teologo comincia a rendersi conto che esistono spinte troppo aperturiste. Nella sua autobiografia (La mia vita, San Paolo editore), Benedetto XVI aveva scritto: «Ogni volta che tornavo a Roma, trovavo nella Chiesa e tra i teologi uno stato d’animo sempre più agitato. Sempre più cresceva l’impressione che nella Chiesa non ci fosse nulla di stabile, che tutto può essere oggetto di revisione. Sempre più il Concilio pareva assomigliare a un grosso parlamento ecclesiale che poteva cambiare tutto e rivoluzionare ogni cosa a modo proprio. Evidentissima era la crescita del risentimento nei confronti di Roma e della Curia, che apparivano come il vero nemico di ogni novità e progresso».
Negli anni del post-concilio e del Sessantotto, quando sulla Chiesa si abbatterà una vera e propria bufera e tutto fu messo in discussione, il futuro Papa, pur difendendo la libertà di ricerca, non seguì in alcun modo alcuni dei suoi antichi compagni di viaggio. Il professor Ratzinger vive l’esperienza del ’68 a Tubinga, quando proprio le facoltà di teologia diventano il centro ideologico di propagazione del messianesimo marxista. In un’intervista con il New York Times, nel 1985, il futuro Papa in proposito aveva detto: «Imparai che è impossibile discutere con il terrore… e che una discussione diventa collaborazione con il terrore… Penso che in quegli anni imparai dove la discussione deve essere interrotta affinché non si trasformi in menzogna e dove deve iniziare la resistenza, allo scopo di salvaguardare la libertà».
Vissuta quella esperienza, già nel 1969, Raztinger lascia la turbolenta Tubinga per la più tranquilla Ratisbona, dove si trasferisce con la sorella Maria e dove già vive il fratello Georg, maestro del coro della cattedrale. Qui, quando ormai considera quella dell’insegnamento e dello studio la sua unica prospettiva, nel marzo 1977 è costretto a cambiar strada. Paolo VI lo sceglie, appena cinquantenne, come arcivescovo di Monaco di Baviera e lo crea cardinale qualche settimana dopo. Da qui lo chiamerà Giovanni Paolo II quale nuovo Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, nel novembre 1981. Chiamato a custodire e promuovere la fede cattolica. E non si può certo dire che come custode dell’ortodossia il cardinale Ratzinger, oggi Papa Benedetto, sia stato «troppo timoroso».

Il Giornale 20 ottobre 2007

2)

ANTEPRIMA Benedetto XVI rievoca la figura del cardinale Leo Scheffczyk e il clima irrequieto degli anni Sessanta
RATZINGER: DOPO IL CONCILIO FUI TROPPO TIMOROSO
«Cresceva la confusione nella Chiesa, era a rischio la vitalità della fede. Dovevo osare di più»

di JOHANNES NEBEL

Santo Padre, ha qualche ricordo di Leo Scheffczyk relativo al suo periodo di seminario nella città di Frisinga?
«Certamente. Io sono arrivato nel seminario di Frisinga il 3 gennaio del 1946 e anche Leo Scheffczyk si trovava lì come profugo di guerra. Riesco ancora a vederlo, in modo molto chiaro, davanti a me come un uomo silenzioso e, per così dire, molto sensibile. Naturalmente, c’era una grande distanza tra i nostri corsi; mentre noi eravamo all’inizio, lui stava terminando i suoi studi teologici — aveva, infatti, già studiato a Breslavia la parte più cospicua della teologia — sicché i contatti personali tra noi non furono molti. Nonostante la sua riservatezza — forse dovrei dire: nonostante la sua timidezza — e la sua grande umiltà, egli era, però, noto a noi tutti. Nel dicembre del 1946 lui e suoi compagni di corso sono stati consacrati diaconi e come diaconi hanno dovuto predicare nel Duomo. Per tale ragione, attraverso l’ascolto, l’intero corso che quell’anno veniva consacrato ci è entrato, per così dire, negli occhi e nel cuore». (…)
Lei ha incontrato Scheffczyk ripetutamente nella sua attività di professore, di arcivescovo di Monaco e di Frisinga e come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. Si ricorda qualcosa di questi incontri?
«Dopo la sua ordinazione sacerdotale, avvenuta nel 1947, Leo Scheffczyk è diventato cappellano a Grafing e a Traunwalchen, in un luogo molto vicino alla nostra terra natia; ma in quell’epoca viaggiavamo davvero poco. Sapevo soltanto che lui era impegnato in quella regione, senza che ci incontrassimo ancora. Ben presto lui fu dispensato in vista dello studio, conseguendo il dottorato sotto la guida del suo maestro di Breslavia, Franz Xaver Seppelt, del quale io stesso avevo avuto l’occasione di sentire le lezioni di Storia della Chiesa. In seguito, lui è passato alla Teologia dogmatica; non molto tempo dopo siamo venuti a sapere che insegnava questa disciplina a Königstein. Poi siamo diventati entrambi professori — credo pressoché contemporaneamente —: lui a Tubinga e io a Bonn, sicché, a partire da quel momento, abbiamo cominciato a seguire reciprocamente le pubblicazioni l’uno dell’altro. A quel tempo lui scriveva saggi di Medievistica che io ho letto, in modo particolare una sua pubblicazione dedicata a Giovanni Scoto Eriugena. Già in quella lettura ho avuto modo di rendermi conto della sua straordinaria cultura. Ho trovato, inoltre, particolarmente significativa un’altra importante pubblicazione, vale a dire il fascicolo sulla “creazione” da lui curato all’interno del Manuale di storia dei dogmi, in cui era evidente una notevole erudizione sul piano della conoscenza della storia dogmatica e teologica. Ben presto ho poi potuto accorgermi della sua capacità di prendere posizione anche rispetto ai temi attuali: a partire dalla tematica della creazione, per esempio, ci si trovava davanti a una discussione delle tesi di Teilhard de Chardin . La sua teologia è sempre stata pervasa da una notevole ricchezza di conoscenze e di spiritualità. Concretamente, ci siamo incontrati di nuovo soltanto quando, dopo il Concilio, è stata istituita la Commissione dottrinale della Conferenza episcopale tedesca, alla quale abbiamo partecipato entrambi come teologi.
A quel tempo la situazione era estremamente confusa e irrequieta e la stessa posizione dottrinale della Chiesa non era più sempre chiara. Venivano fatte circolare delle tesi che si presumeva fossero diventate improvvisamente possibili, nonostante non coincidessero, in realtà, con il dogma.
In questo contesto, le discussioni all’interno della Commissione dottrinale erano piene di pretese ed estremamente difficili. Ed è stato qui che ho potuto accorgermi di come Leo Scheffczyk — quest’uomo così silenzioso e piuttosto timido — fosse sempre il primo a prendere posizione in modo chiaro.
«Io stesso ero, in quel contesto, quasi troppo timoroso rispetto a quanto avrei dovuto osare per andare, in modo così diretto, “al punto”. Lui, invece, diceva subito con grande chiarezza e, nello stesso tempo, con puntuale giustificazione teologica quello che andava e quello che non andava. Leo Scheffczyk era, così, il vero “rompi ghiaccio” di queste discussioni . Se fino a quel momento entrambi sapevamo solamente l’uno dell’altro, conoscendoci “da lontano”, da allora in poi siamo diventati, invece, più intimi. Ci siamo resi conto del fatto che stavamo combattendo insieme per la vitalità della fede nella nostra epoca, per la sua espressione e comprensibilità da parte degli uomini di questo tempo, nella fedeltà di fondo alla sua profonda identità. Per tutte queste ragioni, il nostro comune lavoro nella Commissione dottrinale della Conferenza episcopale tedesca è il ricordo personale più forte che ho di Leo Scheffczyk, un ricordo che, nello stesso tempo, è veramente ricolmo di gratitudine per la profondità del suo pensiero, per la sua cultura, così come per il suo coraggio e la sua chiarezza.
«In seguito, siamo stati invitati entrambi — era il 1975 —, con un gruppo piuttosto numeroso dell’Accademia cattolica di Monaco, a un pellegrinaggio in Terra Santa. E così abbiamo avuto modo di trovarci ancora una volta insieme. In quell’occasione, ovviamente, non si trattava di prendere parte alla discussione teologica; piuttosto, ognuno era invitato a tenere un’omelia. Durante i viaggi in pullman Leo Scheffczyk e io ci siamo seduti spesso l’uno affianco all’altro, potendo, così, vedere confermata e approfondita la nostra “fraternità” teologica, se così si può dire.
«Quando ero arcivescovo di Monaco e di Frisinga, Leo Scheffczyk era per me una garanzia del fatto che — quale cattedratico di Dogmatica a Monaco — tale disciplina fosse insegnata in modo retto nella mia diocesi . Di tanto in tanto, ci vedevamo in occasione degli incontri che avvenivano con la facoltà teologica nel suo complesso, nel corso dei quali, però, non abbiamo mai avuto modo di avere colloqui particolarmente approfonditi.
«Devo aggiungere anche che Leo Scheffczyk era in un certo senso il pilastro dell’associazione di sacerdoti di Linz: la pietra angolare a cui guardare in una situazione teologica particolarmente confusa. Egli partecipava ogni anno all’Accademia teologica estiva arricchendone gli incontri con le sue relazioni: in questo senso Leo Scheffczyk ha fatto molto anche per l’Austria.
«Durante la mia attività di prefetto della Congregazione per la dottrina della fede abbiamo richiesto spesso a Scheffczyk l’elaborazione di un Votum. Eravamo, infatti, consapevoli del fatto che, nel momento in cui gli si chiedeva qualcosa, egli non solo avrebbe effettivamente svolto il lavoro, ma lo avrebbe anche fatto bene . Questo è stato il frutto di una comunanza di cammino di molti anni e così Leo Scheffczyk è stato per me un grande aiuto.
«Infine, il Santo Padre mi chiese se in Germania ci fosse un teologo, d’età superiore agli ottant’anni, che fosse degno di essere creato cardinale. Già diverse volte avevo parlato con Papa Giovanni Paolo II di Scheffczyk, e anche lui lo conosceva personalmente. È stato Giovanni Paolo II a dirmi che il nome “Scheffczyk” è un nome polacco che significa “piccolo calzolaio”.
Noi tutti sappiamo come sia stato un bene che Scheffczyk sia stato creato cardinale. Ed è in questo
periodo che ci siamo davvero rincontrati».
Che significato ha il cardinalato di Leo Scheffczyk?
«Penso che il suo significato sia stato quello di aver reso maggiormente pubblica la sua teologia, che è stata, così, anche considerata dalla Chiesa, dal Papa e dal Magistero veramente cattolica e contemporanea. Infatti, i libri scritti da Scheffczyk avevano certamente trovato diffusione, ma in un ambito relativamente ristretto. Solo attraverso il cardinalato la sua teologia è divenuta realmente “pubblica” in Germania a livello ecclesiale e ha potuto guadagnare, in questo modo, un ruolo all’interno dei grandi confronti con il peso che si deve riconoscere a un membro del “Sacrum Collegium”. E, in tal senso, il cardinale Scheffczyk si è sempre mosso con grande stile nella sua posizione pubblica, rendendo nuovamente feconda la forza complessiva della sua cultura e della sua profondità spirituale, così come quella sua chiarezza di giudizio che nasceva dalla fede. È stato molto importante che Leo Scheffczyk sia diventato una “figura pubblica della Chiesa”, perché con ciò ha avuto parte, con un notevole peso, alle grandi dispute del tempo presente, non potendo più essere ignorato o messo in disparte da un professore qualsiasi».

IL LIBRO
L’intervista con il Papa pubblicata in questa pagina apre il libro «Il mondo della fede cattolica. Verità e Forma» (Vita e Pensiero, pp. 379, € 25) , una delle opere principali del cardinale Leo Scheffczyk, scomparso nel 2005
Il volume, in libreria dal 23 ottobre, sarà presentato l’8 novembre a Milano , presso l’Aula Gemelli dell’Università Cattolica (ore 17.30)
Al dibattito, che sarà aperto da un saluto del rettore dell’ateneo, Lorenzo Ornaghi, partecipano il cardinale Camillo Ruini, il professor Massimo Marassi e monsignor Philip Boyce.
Corriere della sera 20 ottobre 2007