Noi cristiani, soffocati dall’Islam e dall’occidente

Libertà religiosa

La situazione delle chiese cristiane in Egitto è di persecuzione, talvolta sottile, talvolta violenta. Intervista al Card. Stephanos II Ghattas, patriarca dei copto-cattolici d’Egitto, di Giuseppe Caffulli, 7 Febbraio 2004 [http://www.asianews.it/view.php?l=it&art=347 ]

EGITTO – VATICANO



Il Cairo (AsiaNews) – Alcuni giorni fa si è tenuto il primo incontro tra la Chiesa cattolica e le Chiese ortodosse presenti in Egitto. Per parte cattolica era presente il card. Walter Kasper, presidente del Pontificio consiglio per l’unità dei cristiani. Durante i lavori è intervenuto per un breve saluto anche il papa copto ortodosso Shenouda III. I rappresentanti delle Chiese si sono dati poi appuntamento a Roma per il 25 gennaio 2005. Per fare un quadro dell’ecumenismo e della missione-martirio di queste chiese, “Mondo e Missione” ha intervistato il card. Stephanos II Ghattas, patriarca dei copto-cattolici d’Egitto (cfr. “Mondo e Missione”, febbraio 2004).



Quest’oggi, su www.asianews.it presentiamo anche un aggiornamento sulle violenze contro i cristiani.





Eminenza, non è facile vivere in un Paese che proclama l’uguaglianza di tutti i suoi cittadini, ma dove è comunque preponderante il peso dell’islam…



Da un punto di vista dottrinale e teologico il dialogo con la componente musulmana dell’Egitto è a dir poco problematico. Siamo rispettosi l’uno dell’altro, ma abbiamo identità profondamente diverse. Sul piano della vita quotidiana, con i musulmani abbiamo rapporti a livello di preghiera e di digiuno, nelle opere sociali e nelle scuole. Nelle nostre 170 strutture di formazione, la maggior parte dei nostri studenti è musulmana. Questo permette di stabilire rapporti di simpatia e di collaborazione.



Certo è che nel Paese è presente una corrente musulmana fondamentalista che vorrebbe condizionare ancora più pesantemente la vita sociale e politica. Uno degli scogli che le comunità cristiane, sia cattoliche sia ortodosse, si trovano ad affrontare riguarda il permesso per la costruzione e la ristrutturazione di chiese. La legge dice che serve un decreto presidenziale, oltre a molte altre formalità. Ma anche quando i permessi arrivano, si trova sempre il modo, da parte dell’amministrazione locale, di mettere i bastoni tra le ruote. E così passano anche molti anni. Uno dei motivi di questo comportamento è il tentativo di affermare in ogni occasione l’identità musulmana dalla nazione e dello Stato egiziano.



Le associazioni umanitarie hanno denunciato anche recentemente restrizioni delle libertà personali a danno dei cristiani.



Viviamo una forte pressione ambientale, che spinge i cristiani alla diaspora e induce qualcuno dei nostri fedeli a farsi musulmano, soprattutto per questioni economiche. Se si vuole una casa, un lavoro, indubbiamente si è più favoriti se si è musulmani.



Eppure, nonostante il contesto socio-politico, e alcune leggi restrittive, i cristiani sono molto coscienti e convinti nella fede. La vita sacramentale è molto viva e sono molte le vocazioni religiose e sacerdotali.




Qual è oggi la fotografia della Chiesa copto-cattolica?



Su 250 mila fedeli, abbiamo tantissime vocazioni femminili, 200 sacerdoti diocesani, oltre ai religiosi, che sono 150 in tutto l’Egitto. Abbiamo un grande seminario, che prevede un curriculum di studi di otto anni; molti sacerdoti proseguono gli studi anche fuori dall’Egitto. Rispetto alla Chiesa ortodossa è meno forte l’impronta monastica. Noi cattolici, pur conservando riti e tradizioni dell’antica Chiesa copta, abbiamo il sacerdozio celibatario, mentre invece i fratelli ortodossi, come molte Chiese d’Oriente, hanno preti sposati. Il monachesimo è una scelta di vita più radicale; e dai monasteri vengono i vescovi ortodossi. Per noi cattolici la scelta avviene ad opera del santo sinodo, che non è soltanto un organo consultivo. Anche il patriarca di Alessandria è scelto dal sinodo dei vescovi.



Quali sono i rapporti con i fratelli ortodossi e il papa Shenouda III?



Le intenzioni sono buone, ma le difficoltà non mancano. Roma ha avviato il dialogo ecumenico con i nostri fratelli ortodossi e ha raggiunto una importante Dichiarazione cristologica comune che ha ridotto la questione del monofisismo ad una sfumatura verbale. Non sono le questioni teologiche a far difficoltà. Si sono aggiunte molte altre ruggini, che non sono propriamente copte ma provengono dalle altre Chiese ortodosse. Shenouda sperava che con il dialogo ecumenico e con la Dichiarazione cristologica avrebbe ottenuto una riunificazione di tutti i cristiani d’Egitto in seno alla Chiesa copta ortodossa. Il che non è avvenuto. Così il dialogo ecumenico si è un poco logorato. Molti nella Chiesa ortodossa liquidano oggi la questione della Dichiarazione cristologica comune come un fatto che ha riguardato Roma e il papa copto, ma non è stata approvata dal santo sinodo. Per questa ragione non impegnerebbe la Chiesa ortodossa nel suo complesso in un dialogo vero con i cattolici. Nonostante queste difficoltà, spero ardentemente che il Signore ci faccia trovare un giorno la strada dell’unità.



Come si vive oggi in Egitto da cristiani?



Il popolo vive, crede e spera insieme. Ci si sente parte della stessa Chiesa, fondata dal santo martire Marco tra il 40 e il 64 d.C ad Alessandria, allora un faro di cultura e di civiltà, città ricca e cosmopolita. Cattolici e ortodossi hanno gli stessi sacramenti, la stessa liturgia e una identità ecclesiale coincidente. Il fatto è che i fratelli ortodossi, troppo spesso, fanno opera di dissuasione tra i loro fedeli, dicendo di non frequentare le parrocchie cattoliche e sostenendo che i sacerdoti cattolici sono ingannatori. Nei matrimoni tra ortodossi e cattolici, viene addirittura chiesta una sorta di abiura del cattolicesimo e si pretende nuovamente d’amministrare il battesimo. Questo atteggiamento stride con il rapporto sostanzialmente buono che c’è tra me e papa Shenouda III. Ci teniamo a mostrare unità d’intenti come cristiani. Ma poi nella prassi ecclesiale, nelle parrocchie e nelle diocesi, rimangono incrostazioni e difficoltà.




Qual è lo stile che cercate di adottare?



Come ha detto anche Giovanni Paolo II nella visita ad limina di noi vescovi egiziani, svoltasi nell’agosto scorso, «la testimonianza più importante è quella della vita quotidiana, centrata sul duplice comandamento di amore a Dio e verso il prossimo». La via che noi cerchiamo di praticare è una via ispirata dalla carità. È quello che cerchiamo di fare anche con la nostra presenza a livello di scuole e opere assistenziali. Sul piano sociale, come cristiani vogliamo essere buoni cittadini, dando testimonianza negli ambienti dove si vive e si lavora. E questo nonostante leggi e prassi prevedano che i cristiani non possano arrivare a ricoprire alcuni posti. Una situazione che provoca una certa frustrazione, perché a differenza di quanto afferma la Costituzione ci si sente cittadini di seconda categoria.



Quale insegnamento la Chiesa che è in Egitto può dare alle Chiese di Occidente?



Coltivare e preservare la fede, nel ricordo costante dei martiri che hanno dato la vita per Cristo. E poi dare testimonianza. La vita buona e ben vissuta è come un libro aperto, parla da sola. I nostri fratelli musulmani si scandalizzano spesso della contro-testimonianza che l’Oc­ci­dente cristiano molte volte offre, con l’ostentazione delle degenerazioni morali e dei costumi. E ce ne chiedono conto. Questo noi cerchiamo e vogliamo trasmettere: la bellezza di una vita vissuta in rettitudine nella luce del Vangelo. Se sapremo dare questa testimonianza, Dio – ne sono certo – non abbandonerà mai la sua Chiesa.