Nella UE scoppia la «bomba» Bukovskij…

Socialismo

Il noto dissidente sovietico Vladimir Bukovskij fa scoppiare una bomba sotto la poltrona di Putin, ma anche a Bruxelles…

“EURSS, Unione Europea delle Repubbliche Socialiste Sovietiche”

Vladimir Bukovskij, uno dei più noti dissidenti del Novecento, continua con coerenza la sua opposizione al totalitarismo, estendendola dalla Russia ex-Sovietica a quella che nel suo ultimo libro definisce “EURSS, Unione Europea delle Repubbliche Socialiste Sovietiche” (Spirali,pp. 158 , euro 20). Bukovskij attualmente vive in Inghilterra, dove fa parte di quella comunità degli esuli russi sul Tamigi a cui appartenevano Vasilij Mitrokhin, che alla fine degli anni Novanta portò alla luce le attività del Kgb in Occidente, e Alexander Livtinenko, l’accusatore di Putin assassinato con il Polonio il 23 novembre 2006. Come Mitrokhin, Bukovskij è autore di un’opera fondamentale, gli “Archivi segreti di Mosca” (Spirali, 1999), in cui sulla base di migliaia di documenti del Comitato Centrale del Pcus racconta oltre trent’anni di storia europea e mondiale. Il nuovo libro, scritto con il ricercatore russo Pavel Stroilov, è basato, come il precedente, su documenti di archivio di prima mano, ma condensato in centocinquanta pagine di appassionante lettura.

La perestrojka di Gorbacev fu, per Bukovskij, il risultato di un disegno accuratamente studiato ed elaborato dagli strateghi del Cremino, che indusse Gorbacev a lanciare il progetto di “Casa Comune Europea”.
“La data memorabile, secondo Bukovskij, è il 26 marzo 1987. Quel giorno il Politburo sovietico decise la politica dell’Urss in Europa occidentale per gli anni a venire. Gorbacev la sintetizzò con brevità e chiarezza: strangolare abbracciando. Il concetto, nella cerchia ristretta della leadership sovietica, era già denominato Casa Comune Europea.
Nel discorso segreto tenuto ai suoi alleati del Patto di Varsavia il 6 luglio 1988, Gorbacev illustrò i dettagli del nuovo progetto di Casa comune europea, che aveva il fine di «permettere al socialismo di inserirsi in modo più attivo e più ampio nel processo di formazione della politica mondiale». Il disegno di un’Europa unita dall’Atlantico a Vladivostock fu presto condiviso dai maggiori leader politici socialisti, da Brandt, a Gonzales, da Livingstone a Mitterand.

La fine dell’Impero sovietico non segnò la scomparsa del progetto di Casa comune europea. Da Maastricht a Nizza, fino alla Costituzione europea, la nomenklatura socialista cercò di salvare, con il progetto di Unione Europea, la sua utopia. Bukovskij fa notare l’impressionante somiglianza dell’ex-URSS con le strutture politiche in via di sviluppo dell’Europa, la sua endemica corruzione e l’inettitudine burocratica. Oltre quindici anni sono passati dalla caduta del Muro, ma la battaglia contro il Leviatano continua, a Bruxelles e a Mosca…

Leggi un interessante DOSSIER.

1)

INTERVISTA

La Russia di Putin e il rischio di nuovo regime: parla uno dei più noti ex oppositori dell’Urss, Vladimir Bukovskij

MOSCA, IL RITORNO DEI DISSIDENTI

«Nei Paesi baltici il Cremlino mira ancora a ristabilire la propria influenza facendo
leva sulle minoranze». Lo scrittore e politologo se la prende anche con la Ue: «C’è un deficit di democrazia nelle attuali istituzioni comunitarie»

Se si chiamasse Karl Marx oggi il Manifesto del Partito comunista lo riscriverebbe così: «Uno spettro si aggira per l’Europa, lo spettro dell’Unione europea…». Ma ne sarebbe molto meno entusiasta. Tutt’altro. Perché lui è Vladimir Bukovskij, politologo e scrittore russo dissidente, che ha conosciuto sulla sua pelle l’ideologia illusoria del regime sovietico. Nato a Belebej nel 1942, Bukovskij aveva solo diciannove anni quando varcò la soglia del carcere. Una gioventù passata dietro le sbarre con l’esperienza orribile dell’ospedale psichiatrico. Fu liberato solo nel 1976, “scambiato” con il comunista cileno Luis Corvalàn. Bukovskij adesso vive e lavora a Cambridge, perché gli è tuttora negato il permesso di ritornare in patria. Ma anche da lì non ha smesso di lottare per la democrazia nel suo Paese. Ieri è arrivato a Milano per presentare il suo ultimo libro, che provocatoriamente ha intitolato EURSS. Unione Europea delle Repubbliche Socialiste Sovietiche(Spirali, pagine 158 , euro 20). Bukovskij critica, sul filo del paradosso e senza mezzi termini, le istituzioni europee, in cui scorge addirittura delle analogie strutturali con il sistema sovietico.

L’Unione Europea come l’Urss: non le sembra un paragone eccessivo?

«Beh, certo nella Ue non ci sono i gulag… La mia critica va al funzionamento della Ue. Al di fuori del Parlamento europeo, che ha poco potere, al vertice della Ue c’è un gruppo dirigente non eletto. E poi un gigantesco apparato burocratico incontrollabile. Bisogna ampliare la base di partecipazione democratica».

Perché non ritiene realistico progetti di unificazione?

«Non c’è alcuna necessità di unirsi: oggi la tendenza globale è anzi quella di distaccarsi. Una massa uniforme annulla la ricchezza delle diversità. Ci si ostina a metter insieme popoli diversi come i kazaki, gli estoni… Anche quando ero bambino in Urss si diceva che bisognava raggiungere e superare gli Usa. Oggi i capi europei affermano lo stesso obiettivo, ma la burocrazia rende l’e conomia incapace di essere concorrenziale».

Ma oggi l’Urss per fortuna non esiste più, nemmeno in Russia…

«Secondo lei la Russia è democratica? Non scherziamo. Molto è cambiato certo, ma i minimi tratti di democrazia comparsi con Eltsin sono spariti. Putin è un tipico agente del Kgb ed io li conosco bene. È un uomo molto vendicativo con un terribile complesso di inferiorità. Eltsin lo prendevano anche in giro e non reagiva. Putin non sopporta nemmeno la più piccola critica dell’ultimo giornalista di provincia: con Eltsin non c’erano detenuti politici, con Putin sono decine. Peccato che Eltsin non abbia avuto il coraggio di imbastire un processo sul modello di Norimberga e ripulire i quadri dirigenti dalle infiltrazioni del Kgb. E il processo democratico non è andato avanti, anzi…».

Putin le ricorda l’autoritarismo sovietico?

«Senza dubbio. Guardi alla sua politica con i Paesi baltici e tutte le ex repubbliche dell’Urss. Il suo scopo è di ristabilire l’influenza russa su questi territori. Il monumento all’Armata rossa rimosso pochi giorni fa in Estonia è un pretesto. A Mosca, negli stessi giorni, hanno addirittura spazzato via le ossa dei soldati e nessuno ha aperto bocca. E poi per gli estoni il soldato russo non era un liberatore ma un occupatore. I sovietici hanno conquistato i Paesi baltici, non i tedeschi. E il dieci per cento della popolazione estone è finita nelle purghe dopo quell’occupazione».

Lei è pessimista sul futuro del suo Paese?

«Non ho molte ragioni per essere ottimista. Un tempo pensavamo che prima o poi l’Urss sarebbe crollata. Era inevitabile perché era un sistema assurdo. Poi ci fu il contributo dei politici occidentali, di Giovanni Paolo II e quello modesto di noi intellettuali. Oggi in Russia gli scrittori non sono liberi: forse scrivono tutto quello che vogliono, ma non lo stampano. Come del resto succedeva con Stalin… Ma la cosa più drammatica è l’indifferenza buonista degli Usa e dell’Unione europea che non vogliono ammettere che i n Russia non c’è democrazia. L’Europa dipende dal petrolio e dal gas naturale, deve mantenere buoni i rapporti con Putin il quale può permettersi di uccidere cittadini inglesi in territorio inglese senza che l’Europa fiati».

Lei però continua a lottare dall’estero…

«Nonostante i ridicoli sforzi di Putin è impossibile chiudere il Paese: ci sono i cellulari, tv satellitari, e Internet… Ricevo almeno una decina di mail al giorno dai miei amici da tutte le zone della Russia. Il comunismo mi ha rubato la giovinezza. Ho conosciuto l’internamento nell’ospedale psichiatrico, che è peggio di un lager, perché non sai quando ti fermi e non conosci la condanna. Nel lager invece sì, esistono comunque delle norme, puoi fare delle rimostranze. Se proclami uno sciopero della fame in ospedale è la dimostrazione che sei pazzo. Per questo non posso tollerare che ancora oggi degli amici soffrano in prigione senza aver fatto nulla».

di Antonio Giuliano

Avvenire 15 maggio 07

2)

Bukovsky: “Prodi un uomo del Kgb? Non mi stupirei”

Intervista all’intellettuale anti-Putin: “Non ho le prove ma molti fuoriusciti dei servizi lo dicono in privato anche se temono di parlare in pubblico. La guerra fredda? Non è mai finita”


Era un grande amico di Litvinenko che gli raccontò la storia del generale Trofimov secondo cui Romano Prodi era sempre stato considerato in Russia «il nostro uomo» e difende a spada tratta Mario Scaramella dicendosi pronto a testimoniare insieme all’eurodeputato britannico Gerald Batten. Inoltre definisce l’intervista che gli fece La Repubblica come una sconcertante e abituale manipolazione costruita allo scopo di far apparire attraverso parole che lui non ha mai pronunciato il consulente parlamentare un pazzo e un miserabile e la Commissione Mitrokhin un ricettacolo di losche trame ordite da malati di mente. Racconta di aver rabbiosamente smentito l’intervista, ma di non aver mai visto pubblicata la sua lettera.

Vladimir Bukovsky – diversamente da Oleg Gordievsky, lo stesso Litvinenko ed altri esuli russi – non può tuttavia essere liquidato come d’abitudine dalle sinistre come una sudicia spia implicata in torbidi disegni. Vladimir Bukovsky è uno dei più grandi intellettuali del mondo occidentale per il quale il mondo occidentale combatté con il comunismo, riuscendo a farlo liberare dal Gulag e dagli ospedali psichiatrici dove ha trascorso quasi 12 anni della sua vita, in cambio della libertà di Luis Corvalan, segretario del partito comunista cileno. Oggi vive a Cambridge nel Regno Unito, insegna e scrive libri bellissimi e famosi come Il vento va e poi ritorna e il romanzo Il convoglio d’oro.

Bukovsky commenta: La differenza fra me e il cileno Corvalan è che oggi Corvalan può vivere libero in Cile, mentre io non posso tornare in Russia nemmeno come turista». Questa intervista è stata raccolta a Roma il 15 maggio durante la presentazione di Eurss, Unione Europea delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, edizioni Spirali, scritto con Pavel Stroilov. Bukovsky parla dell’Italia come punta avanzata della penetrazione sovietica, di Mario Scaramella come di un suo amico, di Alexander Litvinenko come di un limpido patriota, della sua intervista a La Repubblica come di una manipolazione e parla di Romano Prodi, sul cui conto non ha documenti, ma soltanto idee chiare.

Secondo Vladimir Bukovsky la guerra fredda non è mai finita e meno che mai l’ha vinta l’Occidente, mentre nell’indifferenza generale la Russia è diventata il convitato di pietra dell’Unione Europea.

Ma in Eurss non è esposto tanto il Bukovsky-pensiero quanto una esposizione devastante di verbali, selezionata fra i centomila che Pavel Stroilov ha sfilato come un pirata dai computer di Stato in Russia per portarli in Gran Bretagna. Da questi verbali la sinistra socialista europea, più di quella comunista, da Willy Brandt a François Mitterrand, esce con le ossa rotte: una congrega di collaborazionisti che ha speso tutte le sue energie dal 1986 per dare la nascente Unione Europea in pasto alla fallita ma voracissima Unione Sovietica.
Il comunismo come ideologia non c’entra. C’entra invece la Russia con un progetto egemonico sull’Europa che fu per decenni inseguito con la pianificazione di una guerra che avrebbe dovuto permettere l’unificazione a mano armata, e che a partire da Gorbaciov procede con la messa in liquidazione del comunismo ideologico e il suo riciclaggio nell’Unione Europea, delle agenzie internazionali, dell’Onu e dei movimenti verdi ed ecologisti.

Il libro Eurss, Unione Europea delle Repubbliche Socialiste Sovietiche è dunque la documentata storia di come andarono realmente le cose, mostrando la sinistra europea occidentale, dal segretario del Pci Alessandro Natta (che per primo illustrò a Gorbaciov la necessità di impossessarsi della nascente entità europea) a François Mitterrand e poi a tutti i socialisti europei (escluso ovviamente Bettino Craxi che anche per questa assenza sarà considerato e trattato come un nemico) in pellegrinaggio da Michail Gorbaciov per implorarlo di non lasciar dissolvere l’Urss, di usare se necessario la forza e bloccare con il pugno di ferro gli irrequieti Paesi del patto di Varsavia, per costruire ciò che i russi chiamavano la «Casa comune europea»: una graduale fusione con l’Urss e l’espulsione degli Stati Uniti.
Gorbaciov, anche quando ormai l’Urss cadeva in pezzi, seguitava a ricevere una fila di questuanti fra cui il ministro degli Esteri spagnolo Ordonez, il polacco Wojciech Jaruzelsky (autore del colpo di Stato in Polonia nel 1980) e Felipe González che nel 1990 si confessava davanti a Gorbaciov come «intellettualmente disgustato di fronte ad atti del G7 che equiparano i problemi della democrazia a quelli dell’economia di mercato».

Secondo lei dunque la Russia di oggi sviluppa la politica dell’Urss di ieri?

«Ma è sotto gli occhi di tutti: basta pensare che sono le stesse persone, addestrate nelle stesse scuole, stesse carriere nelle stesse istituzioni. Recentemente hanno cambiato il nome da Kgb in Fsb ma non vuol dire molto. Per quel che riguarda l’Italia, poi, posso dire che la penetrazione sovietica era massiccia, anche se era diffusa in tutta l’Europa».

Noi abbiamo avuto a che fare con il terrorismo delle Brigate rosse e io ho potuto provare, grazie alla procura generale dell’Ungheria, che parecchi brigatisti facevano parte integrante dell’organizzazione terrorista «Separat» gestita dal Kgb a Budapest. Che cosa ne pensa?

«Il terrorismo politico è stato tutto inventato dall’Unione Sovietica. Non esisteva prima: nasce tutto da una stessa strategia e da piani e addestramenti sovietici».

Venendo al terrorismo dei giorni nostri, lei conosceva personalmente Alexander Litvinenko?

«Eravamo ottimi amici. Lo stimavo come un patriota, una persona per bene e un idealista».

Ed è lei che lo ha presentato all’eurodeputato britannico Gerard Batten?

«Sì, sono stato io».

Quindi è stato grazie a lei che Litvinenko ha raccontato a Batten quel che poi ha raccontato anche a Mario Scaramella, e cioè che secondo il generale Anatoly Trofimov, Romano Prodi era considerato dai russi «il nostro uomo»?

«Sì e per questo io lo presentai al deputato Batten. Io non ho mai avuto le prove che Prodi fosse agente della Russia. Ma non ne sarei sorpreso».

Secondo quel che abbiamo letto, Mario Scaramella quelle prove gliele chiedeva con ossessiva insistenza.

«Mario mi ha chiesto di guardare nei miei documenti per vedere se c’era qualcosa su Prodi, e io gli ho risposto che non avevo trovato nulla. La versione secondo cui Scaramella mi ossessionava per estorcermi a tutti i costi qualcosa su Prodi è un’invenzione del quotidiano La Repubblica».

Lei scrisse una lettera di sferzante smentita all’autore della sua intervista su quel giornale in cui si completava la distruzione del consulente parlamentare facendo dire a lei che si trattava di un caso psichiatrico, e di un imbarazzante cialtrone.

«Sono ben al corrente di queste falsità e avevo sperato, venendo in Italia, di poter visitare Scaramella in carcere per manifestargli tutta la mia solidarietà, ma non è stato possibile».

Lei ha inviato la sua smentita al giornalista Carlo Bonini, autore dell’intervista su Repubblica, il quale si è però ben guardato dal pubblicarla. Come mai lei ha atteso parecchie settimane prima di protestare?

«Perché non mi precipitai a leggere subito la traduzione in inglese perché ero in viaggio, ma quando la lessi mi infuriai. Sapevo che la reputazione di quel giornale era pessima ma quello che avevo sotto gli occhi era veramente troppo».

Come avvenne l’intervista?

«Mi chiesero se conoscevo Scaramella e se lo prendevo sul serio. Dissi di sì. Quando mi chiesero se non lo consideravo pazzo chiesi il perché di una tale domanda e mi dissero che in Italia “people say he’s crazy”, in Italia lo considerano matto. Io risposi ridendo che infatti per noi nord europei tutti gli italiani sono un po’ matti e che magari quelli del sud siano più matti di quelli del nord. Era una battuta: cercavo di sganciarmi alla svelta perché avevo un taxi che mi aspettava in strada. Quando lessi il testo mi trovai di fronte a uno sproloquio in cui rintracciavo qua e là le poche parole realmente pronunciate: una manipolazione astuta, abilissima. Così ho reagito denunciando la manipolazione e protestando, ma nessuno ha risposto e nessuno ha pubblicato la mia smentita».

Oleg Gordievsky definì la propria intervista a Repubblica per il 90 per cento una manipolazione e una fabbricazione: un testo che assestò un’altra mazzata sulla commissione Mitrokhin.

«Non è una novità. Sappiamo cos’è quel giornale. Per anni è stato usato dal Kgb come proprio portavoce (“mouthpiece”) allo scopo di diffondere disinformazione. Come lei ricorderà, nel 1990 ci fu una lotta mortale fra Gorbaciov e Eltsin e Gorbaciov voleva distruggere l’immagine di Eltsin in Occidente. E indovini chi pubblicò il più massacrante réportage, costruito in modo che avesse una risonanza mondiale, sull’orribile Eltsin? Naturalmente La Repubblica che descriveva il presidente russo come un inaffidabile ubriacone, imprevedibile e pericoloso. Era ciò che Gorbaciov voleva. Vede, in ogni Paese ci sono giornali tradizionalmente usati dal Kgb come “mouthpiece”. In Gran Bretagna abbiamo il Guardian: è notorio che viene usato dal Kgb. Io l’ho querelato due volte e ho vinto in entrambi i casi».

È fortunato. In Italia se uno fa causa per le manipolazioni, salta fuori un magistrato che assolve il manipolatore sostenendo che si tratta di diritto di cronaca.

«In Inghilterra sarebbe impossibile. Lì i giornalisti devono provare quello che scrivono. Comunque, in ogni Paese occidentale ci sono uno o due giornali usati tradizionalmente dal Kgb per la disinformazione e mi sento di dire senza tema di smentita che in Italia quel giornale è La Repubblica. È per questo che quando ci telefona Repubblica siamo doppiamente attenti. Anche Gordievsky la pensa come me e ne ha avuto la prova, certo».

Lei mi ha già scritto che è pronto a venire a testimoniare personalmente, come anche Gordievsky, davanti a un tribunale.

«Sì, e anche l’eurodeputato Gerard Batten scalpita per essere chiamato a testimoniare e anche Oleg Gordievsky».

Litvinenko in Italia riferì in un video, che io segretai come presidente della Mitrokhin perché le accuse che conteneva avevano come unica fonte un morto, quel che il generale Trofimov gli aveva detto. Cosa pensa della credibilità di Litvinenko?

«Litvinenko era una persona onestissima e su questo nessuno di noi ha mai avuto dubbi. Ed ero presente quando Litvinenko ripeté queste accuse su Prodi al mio amico Gerard Batten. E Gerard Batten disse: “Ma questa storia è straordinaria, se ne deve parlare”. Poi Batten la comunicò al Parlamento europeo chiedendo un’inchiesta su Romano Prodi».

Quindi lei esclude che Mario Scaramella avesse convinto e magari pagato Litvinenko affinché inventasse la storia di Prodi «nostro uomo»?

«Ma stiamo scherzando? Su questo ci sono altre informazioni che vengono da altri defezionisti dall’intelligence dell’Urss ma che hanno paura di parlare pubblicamente. Però in privato confermano con molti altri dettagli».

Lei ha mai assistito personalmente ad incontri fra Scaramella e Litvinenko?

«Sì, sono stato presente diverse volte. Fra loro c’era un rapporto ormai consolidato di amicizia».

Che cosa sa di questo Trofimov che venne ucciso e che parlò di Prodi come del «nostro uomo»?

«So che era un generale del Kgb a tre stelle in pensione».

Lo conosceva?

«Scherza? Mi avrebbe arrestato! Il fatto è che Alexander voleva andare da suo fratello in Italia e ne ha discusso con Trofimov».

Litvinenko le aveva mai parlato di Trofimov?

«In diverse occasioni. Mi ha raccontato che era molto vicino a Trofimov. Trofimov era un po’ il suo mentore: un alto generale del Kgb che selezionava giovani e brillanti ufficiali per avviarli verso le migliori carriere e che aveva una grande stima per Litvinenko. Dunque, non potrei essere sorpreso se si scoprisse che quel che ha detto Litvinenko fosse pura verità».

Io ho anche raccolto e registrato, chiunque la può ascoltare dalla sua viva voce su Internet, l’intervista di Gordievsky in cui dice che Prodi nei primi anni Ottanta era la star del quinto dipartimento del Kgb, anche se non sa se e come avvenne il reclutamento.

«Ne abbiamo parlato con Gordievsky».

Lei fra le altre cose, nel suo Eurss scrive che di qui a poco ex agenti delle polizie segrete comuniste, come quelli della Stasi tedesca o della Securitate rumena, potranno essere arruolati come poliziotti europei e andare ad arrestare la gente su mandato di cattura europeo, in casa loro, magari con l’accusa di xenofobia.

«Gli europei sono così ciechi che non si rendono conto che d’ora in poi le retate a scopo politico in Europa saranno fatte usando agenti delle polizie segrete comuniste europee dell’Est».

Secondo lei siamo, come dice Michael Ledeen, alla vigilia di una grande tragedia che nessuno vuol vedere, come negli anni Trenta?

«Dipende. Non credo che ci sia l’intenzione di scatenare alcuna guerra. La Russia vuole la ricchezza e la tecnologia dell’Europa, intende dominare l’Europa e già lo fa con successo. No, non penso che stia per accadere una catastrofe bellica, ma soltanto una catastrofe democratica».

www.paologuzzanti.it

di Paolo Guzzanti

Il Giornale n. 19 del 2007-05-21

3)

Gorby con la perestrojka voleva l’Europa comunista

Vladimir Bukovskij, uno dei più noti dissidenti del Novecento, continua con coerenza la sua opposizione al totalitarismo, estendendola dalla Russia ex-Sovietica a quella che nel suo ultimo libro definisce “EURSS, Unione Europea delle Repubbliche Socialiste Sovietiche” (Spirali,pp. 158 , euro 20). Nella primavera del 1971, non ancora trentenne, Bukovskij fu sommariamente processato e condannato a sette anni di lavori forzati, con l’accusa di aver pubblicato all’estero il libro Una nuova malattia mentale in Urss: l’opposizione. Poi, nel 1977, fu “scambiato” da Breznev con Luis Corvalan, prigioniero politico comunista in Cile. Dopo il crollo del Muro di Berlino, nel 1991 ritornò in Russia, su invito di Boris Eltsin. Attualmente vive in Inghilterra, dove fa parte di quella comunità degli esuli russi sul Tamigi a cui appartenevano Vasilij Mitrokhin, che alla fine degli anni Novanta portò alla luce le attività del Kgb in Occidente, e Alexander Livtinenko, l’accusatore di Putin assassinato con il Polonio il 23 novembre 2006. Come Mitrokhin, Bukovskij è autore di un’opera fondamentale, gli “Archivi segreti di Mosca” (Spirali, 1999), in cui sulla base di migliaia di documenti del Comitato Centrale del Pcus racconta oltre trent’anni di storia europea e mondiale. Il nuovo libro, scritto con il ricercatore russo Pavel Stroilov, è basato, come il precedente, su documenti di archivio di prima mano, ma condensato in centocinquanta pagine di appassionante lettura.
La perestrojka di Gorbacev fu, per Bukovskij, il risultato di un disegno accuratamente studiato ed elaborato dagli strateghi del Cremlino. All’inizio degli anni Ottanta i vertici sovietici si erano resi conto che il loro sistema versava in una gravissima crisi strutturale. Da un lato, il loro modello economico – che, come ogni modello socialista, era improduttivo e dissipatore per definizione – li aveva portati alle soglie della bancarotta. D’altro lato, i “successi” ottenuti esportando tale modello in altri paesi aveva caricato le loro spalle di un peso economicamente troppo gravoso. «Per dirla in parole semplici, avevano improvvisamente capito che la loro base economica era tropo esigua per le loro ambizioni globali», sostiene lo scrittore.

LENIN E ALESSANDRO NATTA

Il comunismo aveva fallito. La perestrojka fu presentata come un ritorno alle origini per meglio realizzare le conquiste del socialismo. «La fonte ideologica della perestrojka è Lenin», dichiarava Gorbacev, parlando di «una rinascita dello spirito creativo del leninismo» e della necessità di «rileggere» e di «ripensare le opere di Lenin per comprendere in profondità il metodo leninista». Le stesse ragioni portarono Gorbacev a lanciare il progetto di “Casa Comune Europea”. La data memorabile, secondo Bukovskij, è il 26 marzo 1987. Quel giorno il Politburo sovietico decise la politica dell’Urss in Europa occidentale per gli anni a venire. Gorbacev la sintetizzò con brevità e chiarezza: strangolare abbracciando. Il concetto, nella cerchia ristretta della leadership sovietica, era già denominato Casa Comune Europea. L’anno precedente l’allora segretario del Pci Alessandro Natta era stato a Mosca e aveva spiegato al capo del Cremlino che l’unico mezzo di salvare il socialismo era quello di impossessarsi del progetto europeo. «Sono necessari nuovi sforzi per l’allargamento delle alleanze non soltanto in Italia ma anche in Europa» disse Natta a Gorbacev «e deve trattarsi di tutte le forze di sinistra, nel senso lato del termine. Occorre coinvolgere nelle alleanze non solo i partiti comunisti, socialisti e socialdemocratici, ma anche l’intero complesso dei movimenti, delle forze progressiste con aspirazioni diverse, inclusi i movimenti religiosi». I piani di Natta coincidevano con quelli del promotore della perestrojka. Nel discorso segreto tenuto ai suoi alleati del Patto di Varsavia il 6 luglio 1988, Gorbacev illustrò i dettagli del nuovo progetto di Casa comune europea, che aveva il fine di «permettere al socialismo di inserirsi in modo più attivo e più ampio nel processo di formazione della politica mondiale». Il disegno di un’Europa unita dall’Atlantico a Vladivostock fu presto condiviso dai maggiori leader politici socialisti, da Brandt, a Gonzales, da Livingstone a Mitterand. Dalle trascrizioni dei loro colloqui con Gorbacev, risulta che il comune progetto era quello di creare una «convergenza» tra l’economia di mercato occidentale e quella collettiva dei Paesi dell’Est, per trasformare l’Europa in un unico blocco socialista. Il laburista Kenneth Coats arrivò a proporre una graduale fusione tra l’Europarlamento, che rappresentava allora 12 paesi, e il Soviet supremo dell’Urss, comprendente 15 repubbliche federali. Dopo la caduta del Muro di Berlino, il summit del G7 tenutosi a Londra nel luglio del 1991 approvò la decisione di sottoporre a pressione economica l’Europa dell’Est, per restaurare l’Impero sovietico. Tra i più entusiasti fautori della necessità di migliorate le relazioni fra l’Unione Sovietica e i paesi dell’ex patto di Varsavia fu Giulio Andreotti, che in quella sede dichiarò testualmente: «Sono felice di aver vissuto abbastanza per arrivare al giorno in cui siamo noi a dire all’Unione Sovietica di non abbandonare quella regione». Un mese dopo, Gorbacev venne sostituito da Eltsin e nacque la Federazione Russa. La fine dell’Impero sovietico non segnò la scomparsa del progetto di Casa comune europea. Da Maastricht a Nizza, fino alla Costituzione europea, la nomenklatura socialista cercò di salvare, con il progetto di Unione Europea, la sua utopia. Bukovskij fa notare l’impressionante somiglianza dell’ex-URSS con le strutture politiche in via di sviluppo dell’Europa, la sua endemica corruzione e l’inettitudine burocratica. Oltre quindici anni sono passati dalla caduta del Muro, ma la battaglia contro il Leviatano continua, a Bruxelles e a Mosca.
Bukovskij descrive allarmato la spregiudicatezza di Putin e dell’attuale classe dirigente russa. «Il Kgb ha vinto la lotta interna per il predominio: ora riesuma i vecchi simboli, perpetra genocidi in Cecenia, ferma i media indipendenti. Questo regime opprime e ricatta. Non è vero che la Guerra fredda è finita», dice.

LA MINACCIA ISLAMICA

Le serrate critiche a Putin non spingono l’autore ad alcuna simpatia per il mondo islamico. Bukovskij paragona i musulmani ai bolscevichi, scrivendo: «Non possiamo concedere loro nulla. Quanto più concedi, tanto più pretendono». La vera minaccia per l’Europa non viene, a suo avviso, dall’Islam esterno all’Europa, ma dai milioni di musulmani che sono stati fatti entrare nel nostro territorio, fino a formare una vera e propria quinta colonna. In Inghilterra, dove vivono tre milioni e mezzo di musulmani, il problema è estremamente serio. «Se domani dovessero insorgere, non saremo in grado di fermarli; la nostra polizia è disarmata, l’esercito conta in tutto novantamila uomini. Non abbiamo i mezzi per difenderci». Nessuna indulgenza all’antiamericanismo, come accade a tanti esponenti della «falsa destra europea». Il dissidente russo suggerisce anzi agli Stati Uniti di farsi promotori di un’Unione Economica alternativa, così da vanificare l’utopia socialista e «salvare quell’avanzo di Guerra fredda chiamato Unione Europea». Vladimir Bukovskij non è un visionario, ma uno storico rigoroso e un lucido interprete del nostro tempo. Nelle sue pagine impietose, si respira una ricerca di verità assente nelle maggior parte delle analisi dei politologi contemporanei. Il suo saggio, anche per questo, merita la più ampia diffusione.

L’AUTORE

SCRITTORE E SAGGISTA “EURSS. Unione europea delle Repubbliche Socialiste Sovietiche” è il nuovo saggio di Vladimir Bukovskij (Spirali, pp. 158, euro 20)

LA PERSECUZIONE Bukovskij è nato il 30 dicembre 1942 a Belebey, nell’allora Unione sovietica. Fu imprigionato dal 1967 al 1970 e dal 1971 al 1976. Ora vive e lavora a Cambridge-

di Roberto De Mattei


LIBERO 11 maggio 2007

4)

Vladimir Bukovsky

“I comunisti? Mai morti”


“Il Pci aveva capito che l’Urss era condannata. Ma sperava che alla fine lo zar buono Gorbaciov l’avrebbe salvata”

Da quando, a 17 anni, Vladimir Bukovsky fondò una rivista clandestina, è rimasto sempre lo stesso: qualunque limitazione della libertà lo fa scattare, incluso il divieto di fumare, e si accende una sigaretta dietro l’altra. «In America – racconta – non ci sono ormai nemmeno i cartelli, e così mi accendo una sigaretta all’aeroporto e quando arriva il poliziotto gli dico che non sapevo fosse vietato, e intanto intorno a me si forma una folla che tira avide boccate di fumo e mi ringrazia sottovoce». È la stessa tecnica che usava nei gulag, coinvolgendo i detenuti in proteste basate sull’uso meticoloso delle leggi. In un altro mondo, trent’anni dopo, non è cambiato. Ora lotta contro Putin e l’istinto di eterno dissidente lo porta a essere violentemente euroscettico. Fedele alle soluzioni drastiche, chiede l’abolizione del «mostro burocratico» della Ue. In Italia è appena uscito il suo libro EURSS Unione Europea delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (Spirali, pagg. 155, euro 20), nel quale, insieme a Pavel Stroilov, racconta – con citazioni dagli archivi di Mosca, quasi spassose nella loro surreale serietà – i progetti di Gorbaciov di costruire con i suoi interlocutori europei una «Casa comune» che doveva integrare un’Urss «dal volto umano» in una nuova Europa.

Perché erano tutti pazzi per Gorbaciov?

«Per la sinistra europea il comunismo sovietico non è mai stato un criminale, ma un figliol prodigo che finalmente tornava all’ovile del socialismo. La destra invece il comunismo non l’ha mai capito, anche perché bisogna provarlo per comprenderlo. Lo considerava una bizzarria russa, sperando che uno zar buono l’avrebbe cambiato. Gorbaciov, abilmente, ha giocato su entrambi i piani e tutti erano felici che il problema si fosse risolto da solo».

Il suo libro comincia con una conversazione tra Alessandro Natta e Gorbaciov, nel gennaio ‘86, sul socialismo in Europa. Vede l’Italia come un Paese chiave per il progetto di rilancio del socialismo?

«Studiando gli archivi ho avuto quest’impressione. Il Pci non era solo il più grande partito comunista occidentale, ma anche il più intelligente, e aveva capito prima di altri che l’unica salvezza dall’ormai inevitabile crisi del socialismo era la convergenza con il capitalismo».

È surreale leggere queste conversazioni, piene di gergo ideologico e piani grandiosi, mentre crollavano i muri. Tre mesi prima della fine dell’Urss, Gorbaciov e Mitterrand discutevano di un nuovo ordine europeo basato sulla Comunità Europea e la rinata Urss. Come spiega questo abbaglio?

«Con l’ideologia degli uni e il pragmatismo degli altri. L’Urss ormai era in bancarotta, ma in quel momento perfino persone come la Thatcher, Reagan e Kohl decisero di aiutare Gorbaciov. E così, invece di chiudere una volta per tutte con il comunismo a Oriente, crearono le premesse per una sua resurrezione in Occidente. La guerra fredda non è stata vinta, e non è stata vinta da noi».

Quindi i nuovi dissidenti anti-Putin non possono contare sull’Occidente?

«Oggi il pericolo vero non è Putin, ma proprio l’Occidente. Dal nemico in fondo non ti aspetti niente di buono, è giusto che sia un mascalzone. Il problema è l’amico… Immaginatevi un ex ufficiale delle SS che va al potere in Germania nel 1955. Eppure l’arrivo del colonnello del Kgb Putin è stato salutato da tutti. Durante la guerra fredda molti in Occidente consideravano l’Urss un nemico e agivano di conseguenza. Ma oggi nessuno considera veramente Putin un nemico, nonostante provochi l’Occidente in continuazione. Ha ucciso Alexandr Litvinenko, cittadino britannico, su suolo britannico. Una volta la Royal Navy sarebbe già salpata alla volta di Pietroburgo, oggi si tace. Ricorda la politica dell’appeasement con Hitler. E se domani Putin occupa la Georgia? Davvero, finché non occuperà il Reform Club di Londra, gli occidentali non muoveranno un dito».

Putin vuole tornare all’Urss?

«Il socialismo sovietico aveva un progetto globale d’espansione, la Russia oggi vuole solo essere rispettata e temuta, ha il complesso di inferiorità, glorifica il passato ma sogna soldi, successo, lusso. Il totalitarismo richiede una massa critica di fanatici, in un sistema totalmente corrotto è impossibile».

Sente affinità con i nuovi dissidenti?

«Se avessimo avuto Internet! Si immagini dover copiare e diffondere a mano Arcipelago Gulag! Una chiusura totale del Paese non è più possibile per motivi tecnologici. Ma sono cambiati anche gli avversari: una volta per ogni omicidio il Kgb doveva chiedere l’autorizzazione al Comitato centrale. Oggi uccidono molto più facilmente. Litvinenko mi raccontava che un collega del Kgb gli aveva chiesto una mano per far fuori un imprenditore per 20 mila dollari».

Qualcosa sembra però muoversi, la gente scende in piazza.

«C’è troppa apatia. Il mio amico Garry Kasparov – speriamo che non ammazzino anche lui – riesce a radunare 5-7 mila persone al massimo. Per noi negli anni Settanta forse era più facile. Perfino i miei secondini nel lagher ascoltavano la Bbc e avevano simpatia per i dissidenti. Oggi la maggior parte dei russi non vogliono niente. Migliaia di giovani, i più intelligenti, emigrano, né possiamo chiedere loro di fermarsi con la promessa che, forse, tra 30 anni qualcosa cambierà».

Nessuna speranza prima?

«Non so, ma la Russia l’abbiamo persa. La linea del fronte è oggi l’Occidente. Finché non sparirà il neocomunismo qui non si riuscirà a recuperare la Russia alla democrazia. Però è certo che nel 2008 non si riuscirà a cambiare regime, e il Cremlino porterà a termine l’operazione “erede di Putin”».

Putin non vorrà restare?

«No. Lo vedo stanco. Ma non è libero, è l’uomo della corporazione che teme i cambiamenti e vorrebbe tenerlo fino all’ultimo, come tenne Brezhnev ormai in fin di vita».

Lei ha conosciuto molti uomini del Kgb. Putin le ricorda qualcuno?

«Molti. Soprattutto quelli che mi pedinavano, quelli di cui non ti ricordi nemmeno la faccia, troppo insignificanti».

di ANNA ZAFESOVA

LA STAMPA 15/5/2007

5)

Intervista a Vladimir Bukovskij

«Russia, degna erede del gulag sovietico»


La relazione votata dall’Europarlamento può segnare una svolta nella politica mediorientale europea

Vladimir Bukovskij è un analista molto “politicamente scorretto”. Non ha alcun problema a parlare fuori dai denti. Dissidente, ha vissuto sulla sua pelle la repressione più dura del regime sovietico, dal gulag all’ospedale psichiatrico punitivo.
Ora vive a Cambridge, in Inghilterra e da decenni illustra l’Urss per quello che era nella realtà, al di fuori di qualsiasi mitizzazione. E dai primi anni 2000, è convinto che la Russia di Putin sia l’erede diretta del vecchio regime, nonostante i principali leader del mondo non sembrino esserne consapevoli.

Nel 2001, prima dell’11 settembre, Lei dichiarò che Bush sarebbe stato un presidente molto più consapevole sulla Russia rispetto a Clinton. Adesso siamo quasi alla fine del secondo mandato dell’amministrazione repubblicana. Ribadisce la sua opinione?

Si è comportato meglio rispetto a Clinton. Ma ci vuol poco. Clinton non provò nemmeno a formulare una politica russa. Bush è troppo assorbito dalla “guerra contro il terrorismo globale” e trascura tutto il resto. Ha completamente dimenticato quel che è la Russia e la considera persino un alleato nella guerra contro il terrorismo islamico: un concetto completamente sbagliato, fondato su un grave errore di analisi. Il suo Segretario di Stato, in questo secondo mandato, è Condoleezza Rice, che io ho conosciuto molto bene all’Università di Stanford. All’epoca della Guerra Fredda era sinceramente anti-sovietica e anticomunista. Ma da quando è arrivata alla Casa Bianca, sembra che abbia iniziato a ragionare come Bush senior. E’ una costante: quando la gente arriva al potere, cambia il proprio atteggiamento.

Molti governi, comunque, percepiscono la Russia come un alleato fondamentale dell’Occidente nella guerra contro il terrorismo…

Falso. E’ solo frutto dell’immaginazione. E la Russia sfrutta quest’illusione occidentale per i suoi fini, per creare problemi e poi presentarsi come mediatrice indispensabile per risolverli, guadagnare prestigio danneggiando gli interessi degli Stati Uniti e di tutto l’Occidente. Basta vedere come Mosca abbia appoggiato Saddam Hussein fino all’ultimo e come adesso stia aiutando l’Iran a dotarsi di armi nucleari. Gli Stati Uniti possono continuare a ripetere che hanno bisogno dell’aiuto russo per risolvere la crisi, ma tutto questo è ridicolo.

Lei pensa che la Russia stia sostenendo il terrorismo?

Assolutamente sì. Prima di tutto per motivi storici: tutto il terrorismo politico contemporaneo è stato creato da Mosca. Ho migliaia di documenti che lo provano: l’Urss forniva aiuto, armi, addestramento e una guida ideologica a tutte le organizzazioni terroristiche, dagli anni ‘60 fino ai primi anni ‘80. Erano strumenti nelle mani dei Sovietici, anche se si auto-definivano movimenti o eserciti di “liberazione nazionale”. Con la fine dell’Unione Sovietica questi gruppi avrebbero dovuto scomparire quasi del tutto. E inizialmente la Russia li aveva scaricati, rinunciando completamente a guidarli. Ma con il cambio di leadership a Mosca, con il ritorno del KGB al potere, tutti i vecchi legami sono stati ricostruiti. Ora sono sicuro che il governo o altri gruppi di potere russi vicini al governo stanno appoggiando le organizzazioni terroristiche. La politica estera russa di questi anni è la continuazione diretta della politica sovietica, con alcune differenze. Il terrorismo islamico era sconosciuto sino all’invasione sovietica dell’Afghanistan.

Fu nel corso di quella guerra (1979-1989) che i Sovietici impararono a conoscere il nuovo nemico, a infiltrarlo e a manipolarlo. E’ poco chiaro come i Russi stiano continuando a controllare il terrorismo islamico. Abbiamo qualche indicazione in merito. L’ex agente del KGB, Alexandr Litvinenko, prima di morire, mi disse che il numero 2 di Al Qaeda, al Zawahiri, fu addestrato in Russia per un anno. La versione ufficiale recita che al Zawahiri fu catturato nella Russia meridionale e poi stranamente rilasciato dopo un anno di carcere. Litvinenko mi disse che quei dodici mesi, al Zawahiri li passò in un campo di addestramento, non in una prigione russa. E’ sempre la vecchia politica sovietica, insomma.

Anche la reazione russa alla rimozione di un monumento alla memoria dei caduti sovietici decisa dall’Estonia ricorda da vicino la politica dell’ex Urss. A cosa mira Putin?

Il popolo estone vede quel “soldato di bronzo” non come un simbolo della liberazione, ma come l’emblema dell’oppressione. I Sovietici occuparono l’Estonia nel 1940, prima che arrivassero i Tedeschi. Eliminarono un decimo della popolazione estone durante la loro occupazione. E’ normale che gli Estoni non li considerino dei liberatori. E nonostante tutto, quel monumento non è stato distrutto, ma è stato spostato, con molto tatto, nel cimitero militare. Cosa c’è di sbagliato? La dura reazione di Putin è tipica delle rinnovate ambizioni imperiali russe. Al Cremlino si sentono forti (a causa del rialzo dei prezzi energetici) e pensano di dettar legge, a partire dai Paesi che un tempo erano parte dell’Urss o erano suoi satelliti: l’Estonia, l’Ucraina, la Georgia, la Polonia, la Moldavia… Non è possibile ricostruire l’Unione Sovietica, né rilanciarne il progetto rivoluzionario, ma Putin sta tentando di riconquistare l’egemonia entro quelli che erano i suoi confini. La reazione russa alla rimozione del monumento estone è puramente politica. Basti pensare che a Khimki, poco fuori Mosca, il monumento all’aviatore sovietico è stato rimosso e nessuno ha protestato.

Ma è possibile che Putin riprenda il controllo dell’ex Urss?

Credo che sia molto difficile. Perché dipende tutto dal rialzo temporaneo dei prezzi del gas e del petrolio. E’ una politica efficace solo nel breve periodo. La storia dell’Urss e delle ultime potenze imperiali europee, ci insegna che l’era degli imperi è finita. Nessuno Stato è più in grado di mantenerne uno. L’impero è una forma politica inevitabilmente instabile.

di Stefano Magni

L’OPINIONE Edizione 102 del 15-05-2007