Nel 2006 al via la ricerca con cellule da aborti naturali

Vita: politiche di bioetica

IL TEMA
Annuncio di Vescovi: le staminali serviranno per una sperimentazione destinata alla cura di malattie neurodegenerative


Nel 2006 al via la ricerca con cellule da aborti naturali



Da Roma Enrico Negrotti

È previsto per il 2006 in Italia l’intervento sull’uomo basato sull’uso di cellule staminali prelevate 10 anni fa da feti abortiti naturalmente per curare gravi malattie neurodegenerative. Lo ha detto ieri a Roma Angelo Vescovi, co-direttore dell’Istituto per la ricerca sulle cellule staminali del San Raffaele di Milano. Integrando a braccio il suo intervento – che pubblichiamo integralmente qui a lato – il professor Vescovi ha spiegato che nello studio potrebbero essere arruolati adulti e bambini, per un totale di 15-20 pazienti. Due i nodi da risolvere: il primo riguarda i costi della sperimentazione, stimati in 2,5 milioni di euro. Gli altri gli altissimi requisiti di purezza richiesti dall’Unione Europea. Nessun problema invece per la disponibilità delle cellule che saranno utilizzate nello studio: sono state prelevate 10 anni fa dallo stesso Vescovi da feti abortiti spontaneamente. Nessun ostacolo etico quindi né per la legge né per il magistero della Chiesa (vedi box a fondo pagina) in quanto, le cellule in questione, possono essere equiparate a quelle prelevate dai cadaveri.
Le osservazioni della scienza a proposito della legge sulla procreazione medicalmente assistita sono state al centro del convegno svoltosi ieri a Roma presso la sede dell’Accademia dei Lincei. La posizione della scienza è stata illustrata da Carlo Alberto Redi, direttore del Laboratorio di Biologia dello sviluppo dell’Università di Pavia, da Giovanni Chieffi, professore emerito di Biologia generale della Seconda università di Napoli. Altre osservazioni sono state svolte quale medico legale da Claudio Buccelli, direttore del Dipartimento di medicina pubblica e sicurezza sociale dell’Università Federico II di Napoli.
Due gli aspetti che gli scienziati affrontano in riferimento alla legge 40. Da un lato le condizioni delle tecniche di fecondazione artificiale come pratica medica; dall’altro le speranze di cura di gravi malattie che vengono ipotizzate dalla ricerca sulle cellule st aminali embrionali umane, aspetto che viene strettamente limitato dalla legge in vigore in nome del rispetto dell’individualità singolare dell’embrione. Critiche e suggerimenti per un asserito miglioramento della normativa sono venuti dall’intervento di Giovanni Chieffi il quale ha osservato che da un punto di vista biologico, invece del limite alla produzione di tre embrioni previsto dalla legge, «sarebbe più giusto modulare il numero di ovociti da prelevare e fecondare in vitro in funzione dell’età della donna». Dato peraltro possibile, visto che la legge (art. 14 comma 2) pone solo il limite massimo dei tre embrioni, ma non impedisce di produrne di meno, stante anche il fatto – reso noto dagli studi in materia – della tendenza a non impiantarne più di due senza per questo peggiorare il tasso di gravidanze attese. E nel caso gli embrioni dovessero – come stabilito in alcune ipotesi – essere congelati, Chieffi suggerisce di permetterne «l’adozione da parte di coppie sterili con il consenso dei genitori»; ma anche, meno convincentemente, consentire la «donazione» degli embrioni per la ricerca. Una contraddizione – secondo Chieffi – esiste poi tra il divieto di selezionare gli embrioni a scopo eugenetico e l’ammissibilità del ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza in epoca successiva. Complessivamente però, il biologo Chieffi mette in guardia sulle tecniche di fecondazione in vitro, che rappresentano «in sé una causa potenzialmente mutagena, in grado di indurre alterazioni cromosomiche» nei concepiti.
Un appello al principio di precauzione nell’utilizzo degli embrioni è venuto da Claudio Buccelli: «Si tratta infatti di «materiale» il cui destino è la manifestazione umana con la nascita. Per prudenza sarebbe opportuno quindi, anche in assenza di un pensiero unanimemente condiviso, astenersi dal manipolarli».
Sulle richieste della ricerca si è espresso Redi, che se riconosce che «ciascuna fase della vita è legate alle altre» e che in un embrione criocon servato «ontogeneticamente è già iniziata la formazione del nuovo individuo», ritiene però che sia «compito della società civile indicare quale grado di rispetto si debba stabilire per ciascuna fase». E chiede di valutare con realismo «quali opportunità di offre l’avanzamento della conoscenza»: le cellule staminali embrionali – sostiene Redi – sono importanti come modello di studio e, pur ammettendo che «gran parte della ricerca attuale sulle cellule staminali potrebbe essere condotta su modelli animali fino alle scimmie», lo scienziato suggerisce di utilizzare almeno gli embrioni che sono crioconservati perché avanzati dalle tecniche di fecondazione artificiale. Di fronte alla ipotesi di gettarli via, o di conservarli nel freddo per saecula saeculorum (quindi lasciarli morire) indica la via dell’utilizzo degli embrioni «per farli partecipare a un processo buono come fine e utile, che è la ricerca». Opinione non totalmente condivisa da Angelo Vescovi che ha puntualizzato che a una sola condizione sarebbe possibile accettare l’utilizzo di embrioni soprannumerari per la ricerca: che si riconosca che l’embrione è una vita, un individuo umano e che, pertanto, si ponga definitivamente fine alla loro produzione in eccesso rispetto a quanti ne servono per la fecondazione artificiale. Quelli conservati oggi nei laboratori, ha detto Vescovi, sarebbero sufficienti per i prossimi 500 anni nel caso fosse autorizzata la ricerca. Ipotesi che lo scienziato considera comunque eticamente sbagliata. «Ma ci sono e sono destinati a morire. Quindi – ha concluso – sarebbe meglio pensarci».


Avvenire 01/02/2005