NON VOTIAMO! Basta vite da scarto

Vita: politiche di bioetica

Basta vite da scarto
Il tic dell’usa e getta
Di Claudio Risé
Da Avvenire 9 giugno 2005

Il prossimo referendum, con la sua richiesta di liberalizzare la fabbricazione, e la distruzione, di esseri umani, ci interpella prepotentemente sugli ultimi sviluppi di un dramma modernissimo.

Da tempo il pensiero più sensibile riflette, soprattutto nelle scienze umane, sulla tendenza della modernità ad aumentare i rifiuti, e ridurre sempre più cose a spazzatura. Anche il laico e progressista Zygmunt Bauman, fra i massimi sociologi viventi, ne discute nel suo ultimo libro (tradotto ora col titolo «Vite di scarto»). Passando dalla civiltà contadina, nella quale tutto veniva restituto alla terra, a quella industriale, nasce l’idea di materiali in “esubero”, utilizzati per qualcosa e poi buttati da qualche parte. Gli artisti più attenti descrivono con timore la cecità di questa corsa, condotta in nome del progresso. Italo Calvino, ne «Le città invisibili», mostra accuratamente gli abitanti di Leonia, convinti di avere una passione per “godere cose nuove e diverse”, ma in realtà posseduti dal gusto per “l’espellere, l’allontanare da sé, il mondarsi d’una ricorrente impurità”. Ivan Klima, lo scrittore dei moti di Praga che precedettero il crollo dell’Unione Sovietica, invitato dal presidente della Ford ad ammirare l’incremento della produzione, chiese del destino delle vecchie macchine, e non si accontentò della risposta «Ah, quello è solo un problema tecnico». Fattosi mostrare i modi di assemblaggio dei rifiuti, sempre crescenti, concluse: «No, questo non è un semplice problema tecnico. Perché lo spirito delle cose morte risorge sulla terra e sulle acque, e il suo alito presagisce il male». Ma, fin lì, si era ancora ai rifuti di materiali, di cose, per quanto in una certa intimità con l’uomo. Quello che invece ora una parte della scienza, dell’industria, e della tecnica (per fortuna autorevolmente contrastata da numerosi e valorosi scienziati, sul piano nazionale e internazionale), vuole imporre al genere umano, con le norme che essa a gran voce reclama, è un salt o di qualità su cui non possiamo non riflettere, con angoscia. Ciò che andrebbe ad alimentare il mondo dei rifiuti, fabbricati per essere gettati via dopo una rapida e sommaria utilizzazione ai fini dei viventi abitanti di Leonia, sarebbe ormai la vita stessa, nella sua forma embrionale. Che la saggezza umana, più calda, e precisa di quella tecnica, ha sempre considerato vita. Quando una donna ha un aborto spontaneo, non ha mai detto : «Ho perso un embrione»; ha sempre detto: «Ho perso il bambino». Non si è arrivati improvvisamente a questa svolta nella pretesa tecno-industriale, che segna un mutamento non solo culturale, ma antropologico. La legalizzazione generalizzata, e indiscriminata, delle pratiche abortive andava già in quella direzione, dell’indifferenza della comunità verso le nuove vite umane. Anche scelte spontanee, come quella di gettare i neonati nei cassonetto della spazzatura, piuttosto che deporli sui gradini di una chiesa, o di una casa, testimoniano di come, da allora, si sia diffusa questa raccapricciante contiguità, tra vita nuova e rifiuto (termine non a caso usato sia per il dire di no, sia per ciò che viene gettato). Non solo i figli, ma anche le figure genitoriali sono state viste come potenziali rifiuti, da buttare quando non servivano più. Negli Stati Uniti per esempio, gli anni dopo il 1970, con la loro tipica impennata nei divorzi “no fault” (richiesti in oltre il 75% dalle mogli, senza che fosse avanzata una motivazione), sono stati chiamati quelli del “father disposable”, “il padre usa e getta”. Come la siringa usata, e tante altre cose. È anche per le conseguenze, cliniche e sociali, di questi anni che, dopo l’11 settembre, la grande maggioranza degli intervistati rispose ad un sondaggio Gallup che «il primo problema degli Usa non è il terrorismo, ma quello rappresentato dai padri che non possono crescere i bimbi che hanno generato». Oggi, e di fronte alle pretese referendarie, è venuto il tempo di sottrarsi al ricatto tecnoindu striale, e dei suoi mercanti di esseri umani, di ricambio o di scarto. Non votiamo. Anche per non moltiplicare più le “vite da scarto”. Ogni vita è preziosa, nel suo stupefacente mistero.