Moschea di Genova. Una storia poco limpida…

I diversi islam

CHI C’È DIETRO LA MOSCHEA DI GENOVA.
VI RIVELIAMO TUTTI I NOMI

La licenza edilizia per la costruzione della moschea di Genova in via Coronata non avrebbe dovuto essere pubblicizzata. In fase di iter burocratico, nessuno avrebbe dovuto saperne niente. Nei progetti del sindaco di Genova Giuseppe Pericu, afferma il consigliere comunale della Lega Nord Edoardo Rixi, «la questione doveva rimanere segreta, almeno fino a quando i lavori non sarebbero stati conclusi. Allora, a vicenda ultimata, se ne sarebbe parlato».
Poi le cose non sono andate come sperava il primo cittadino della città della Lanterna. E Rixi, nell’estate del 2003, scopre casualmente che il procedimento burocratico aveva già ottenuto tutti, o quasi, i benestare degli uffici comunali, visto che per il momento la pratica sembrerebbe essersi arenata su questioni di adeguamento della carreggiata stradale. Alla fine dello stesso anno, il consigliere del Carroccio scopre anche che l’acquisto dell’immobile era avvenuto nel 1999, per un prezzo di circa 350 milioni delle vecchie lire, e che esisteva un corposo fascicolo di corrispondenza tra gli uffici comunali e i nuovi proprietari.
Il nuovo proprietario, appunto, è l’associazione All-Waof Al-Islami, (Ente di gestione dei beni islamici in Italia) con sede in via Cassanese a Segrate, in provincia di Milano. La moschea di via Coronata a Genova, dunque, una volta realizzata sarebbe diventata un “bene inalienabile” di All-Waof Al-Islami, l’Ente che «complessivamente ha investito circa 2 milioni di euro per l’acquisto di 13 luoghi di culto», come scrive Magdi Allam sul Corriere della Sera. Il Waqf venne registrato per la prima volta negli elenchi delle proprietà nel 1989, con l’acquisto di un capannone industriale dove è sorta la moschea di Segrate a Milano. Quella, per intenderci dove svolge le sue funzioni di imam Ali Abu Shwaima, presidente del Centro islamico di Milano e Lombardia.
L’Ente fa capo a un medico siriano residente in Italia da oltre trent’anni che si chiama Kabakabji Maher Mohamed. Kabakabji è anche il vicepresidente e responsabile del Dipartimento economia del Consiglio di amministrazione nazionale dell’Ucoii, l’Unione delle comunità islamiche in Italia.
La vicenda era salita alla ribalta nazionale, perché a livello locale ci avevano già pensato a renderla sufficientemente incandescente i cittadini genovesi con le loro proteste, quando Allam ne aveva parlato sul Corriere.
Al vicedirettore del Corriere aveva prontamente risposto un articolo firmato da Abu Yasin Merighi e riportato sul sito internet dell’Agenzia Palestinian-Italia News. Oltre a condannare «l’odio viscerale» di Allam nei confronti dell’Ucoii, Abu Yasin Merighi fa alcune interessanti precisazioni: la moschea non sarà patrimonio del Waqf al Islami, perché questo altro non è se non «un soggetto che sta al di sopra delle varie associazioni islamiche in Italia e ne gestisce parte dei beni immobili», scrive Abu Yasin Merighi. «L’Ente di cui sopra non dispone di somme di denaro per l’acquisto di strutture da adibire a luogo di culto, le quali vengono comprate partendo dalle offerte dei fedeli, che direttamente gestiranno i locali e, se le loro disponibilità non sono sufficienti, con raccolte e collette di cui si fa carico la comunità in giro per l’Italia e, raramente, anche nel resto dell’Europa».
L’autore dell’articolo sembra dimenticare una voce fondamentale del Codice civile, e cioé che in Italia una licenza edilizia può essere rilasciata esclusivamente al proprietario dell’immobile o dell’area interessata al progetto. E che l’eventuale rappresentante del proprietario, che in questo caso esiste ed è l’imam genovese Salah Hussein Abdel, è esclusivamente un “richiedente” degli atti. Una persona, insomma, che gode la fiducia del proprietario e che ne fa le veci nella gestione dell’iter burocratico.
Possibile che il sindaco di Genova Pericu, al momento del rilascio di una licenza edilizia per la costruzione di una moschea, tra l’altro in un’area centrale e di fronte a una scuola, non sapesse che stava mettendo in mano all’Ucoii una struttura di quel genere? Verosimilmente il sindaco Pericu non fa indagini sulle persone a cui rilascia licenze edilizie, ma trattandosi di un luogo di culto, e di un’area della città che sarebbe diventata di “proprietà inalienabile”, avrebbe dovuto farlo.
Se lo avesse fatto avrebbe scoperto che secondo gli studiosi di Islam e di religioni, l’Ucoii non è proprio una “verginella”. Scrive il ricercatore Massimo Introvigne sul sito del Cesnur: «L’Ucoii è costituita ad Ancona nel 1990. Dopo avere “ereditato” le strutture dell’Usmi, emerge come la realtà musulmana italiana più diffusa e radicata sul territorio, con una forte influenza dei Fratelli musulmani». I Fratelli musulmani, per capire, sono coloro che, tra l’altro, hanno scritto che la violenza contro Israele è lecita, che hanno lanciato fatwe contro i disegnatori di “vignette blasfeme” e sospettati di avere forti legami con il terrorismo internazionale. Il legame italiano con l’ala internazionale del movimento, secondo Allam, sarebbe assicurato da Ali Abu Shwaima, imam della moschea di Segrate.
All’Ucoii, prosegue Introvigne, «fanno capo 122 associazioni», e aggiunge che l’associazione «persegue il suo scopo della costruzione di un Islam italiano». Il modello dell’Ucoii, secondo lo studioso, «prevede la creazione di spazi islamizzati “puri” e la negoziazione di uno statuto collettivo che diffida dell’integrazione individuale che porterebbe invece alla occidentalizzazione del singolo immigrato». In altri termini, «si persegue l’integrazione economica e sociale, ma non quella culturale, difendendo invece l’esistenza di spazi caratterizzati da una certa separatezza e dalla consapevolezza della propria diversità rispetto al costume occidentale».
Ma il sindaco Pericu, anche senza fare ricorso alle finezze da ricercatore amanuense di Introvigne, che è considerato uno dei massimi esperti internazionali di religioni e sette, avrebbe potuto vedere gli articoli di Allam pubblicati su un grande media com’è il Corriere della Sera. E qualche dubbio gli sarebbe venuto.
E se non li avesse visti, almeno avrebbe dovuto ascoltare i suoi cittadini, quelli che vivono quotidianamente in via Coronata. Allora si sarebbe accorto che loro, i residenti, quella moschea non la vogliono per niente e che se il Comune avesse intenzione di dotare il quartiere di servizi, loro di richieste ne hanno da fare a iosa. Ma talvolta, l’appartenenza ideologica a un partito che guarda agli amici dei Fratelli musulmani con simpatia, può trarre in inganno.


di Toni Mirabile
La Padania [Data pubblicazione: 27/10/2006]