Monte dei Paschi di Siena, cassa del tesoro “rossa”

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Retroscena sul Monte dei Paschi di Siena (Mps),
il ricco scrigno della sinistra

Altro che Mps, il Monte dei Paschi di Siena dovrebbe chiamarsi Mds: Monte della sinistra, o Monte dei Ds. La battuta gira tra i vicoli intorno a Piazza del Campo ad opera di quanti – pochi, per la verità – non condividono la «colonizzazione» politica della più antica banca del mondo…

Siena – Altro che Mps, il Monte dei Paschi di Siena dovrebbe chiamarsi Mds: Monte della sinistra, o Monte dei Ds. La battuta gira tra i vicoli intorno a Piazza del Campo ad opera di quanti – pochi, per la verità – non condividono la «colonizzazione» politica della più antica banca del mondo (opera dall’anno di grazia 1472). I compagni del fu Partito comunista esercitano un controllo pressoché assoluto sul Monte e, attraverso di esso, su qualsiasi attività economica, finanziaria e perfino sportiva di una delle province più rosse d’Italia.
Un perfetto esempio di consociativismo in salsa rossa, che domina Siena da quando si è costituita la Fondazione Monte dei Paschi, il 28 agosto di dieci anni fa. La Fondazione partecipa nella misura del 49 per cento nel capitale ordinario della banca, il cui capitale sociale all’aprile scorso sfiorava i 4 mila miliardi di lire. Il secondo detentore di questa cifra è il consigliere, nonché noto costruttore romano, Francesco Caltagirone, con il 4,72%.
Nessuna operazione, per quanto spericolata o deficitaria, ha scosso nelle sue radici, che pervadono l’intera comunità senese, il ricco «scrigno» della Quercia. Al contrario: lo dimostra il fatto che nel 2005, per la prima volta, il bilancio dell’istituto non è in forte perdita, un risultato raggiunto senza fare ricorso, come in passato, a cessioni e senza attingere al Fondo di garanzia (solo nel 2003, per esempio, dal Fondo furono prelevati centinaia di miliardi a ripianare una chiusura dei conti altrimenti in profondo rosso). E sì che di scossoni l’Mps nella sua storia recente e meno recente ne ha registrati tanti e potenzialmente devastanti, per i suoi conti come per la sua immagine: sempre che di quest’ultima importi qualcosa a qualcuno.
TANTE OPERAZIONI SPERICOLATE
Il Palio degli sprechi comincia con l’acquisizione, negli anni Ottanta, del Credito Lombardo e del Credito Commerciale, caricate di mostruose passività – la sola esposizione del Calcio Napoli di Corrado Ferlaino ammontava a decine di miliardi di lire – e poi rivendute per un piatto di lenticchie. Per passare poi all’acquisto della Cassa di Risparmio di Prato, sull’orlo del fallimento, «risanata» e anch’essa rivenduta. O, ancora, l’acquisto della Banca di Canicattì – ebbene sì, esisteva anche questa – nell’ennesima operazione che costò assai più di quello che rese.
Anni Novanta. Fra gli uomini del Monte c’erano allora Carlo Zini («provveditore», cioè direttore generale) e Alberto Brandani («deputato», cioè membro del cda, in quota Dc). In casa di quest’ultimo, nel maggio 1993, durante una perquisizione saltarono fuori da una valigetta 106 milioni in contanti: si pensò a una tangente, pagata da un imprenditore per sbloccare finanziamenti ministeriali. Nell’inchiesta per estorsione aggravata in concorso finì anche un altro ex componente della deputazione dell’Mps, il pidiessino Alberto Bruschini, che fu arrestato insieme a Brandani.
Ma nel 2001 quest’ultimo fu assolto al pari di Zini «perché il fatto non sussiste». La sentenza di assoluzione arrivò a fronte di una richiesta di condanna a sei anni e quattro mesi per Brandani e di una assoluzione con formula dubitativa per Zini chieste dal pm Carlo Maria Capristo, il quale aveva delineato un sistema di potere con diramazioni e referenti locali e nazionali alla base delle presunte tangenti. La posizione di Bruschini fu invece stralciata. La «Tangentopoli senese» era finita prima ancora di cominciare.
Sempre all’interno dell’onerosa politica di acquisizioni di piccole banche locali rientrò l’affare legato alla Banca Agricola Mantovana, affare che tanto per cambiare si rivelò tale solo per chi vendette e non per chi comprò. Ma quell’affare ebbe altre importanti conseguenze per l’Mps, perché da lì saltò fuori quell’Emilio Gnutti che siede tuttora sulla poltrona di vice del presidente Pier Luigi Fabrizi. Quest’ultimo è considerato uomo ben visto da alcuni politici: basti dire che Fabrizi, prima di divenire presidente del cda del Monte senese, nel suo curriculum non andava al di là di un modesto posto di consigliere alla Banca di Spoleto. Una storia, la sua, che ricorda quella del direttore generale Emilio Tonini, destinato alla pensione ma ripescato in quattro e quattr’otto per tappare il «buco» lasciato da Vincenzo De Bustis, il pupillo di Massimo D’Alema che dopo l’affare, o meglio l’affaire della Banca del Salento, è riparato alla Deutsche Bank.
I FONDI FASULLI DEL SALENTO
La Banca del Salento (poi ribattezzata Banca 121) è, fra le tante, forse la pagina più nera nella storia contemporanea dell’Mps. L’istituto senese, con la quota del 5 per cento, ne era il secondo azionista dopo la San Paolo di Torino (che aveva il 7%). L’ordine piovuto dall’alto – pare da Massimo D’Alema in persona, che guarda caso proprio nel Salento ha il suo collegio elettorale -fu più forte di tutto: anche di chi sconsigliava di acquistare quella piccola banca al prezzo concordato di 7-800 miliardi, quando ne valeva molti meno. L’acquisto fu poi deciso a 2 mila miliardi, una cifra palesemente spropositata se si pensa che la banca pugliese contava una novantina di sportelli, a fronte delle 1.800 e passa filiali dell’Mps. Quando la trattativa sembrava chiusa, ecco saltare fuori il San Paolo, che rilancia di altri 500 miliardi. Il bello è che il Monte dei Paschi era uno degli azionisti di controllo dell’istituto torinese: in altre parole, si trovò un concorrente in casa propria. Anche se per alcuni fu tutto un gioco delle parti per ritoccare, ovviamente al rialzo, il già esoso prezzo per l’acquisto della banca salentina. Che fine abbiano fatto poi quei soldi, nessun lo sa.
Mentre è storia nota che le cronache giudiziarie mostrarono impietose agli occhi dei risparmiatori cosa si celava dietro gli investimenti nei fondi previdenziali «My Way» e «For You» del presunto gioiello creditizio pugliese: un mutuo trentennale per «gonfiare» la liquidità e la redditività della banca; un trucco nel quale erano cascati decine di migliaia di correntisti. Ciò non impedì a De Bustis di scalare il Monte fino alla direzione generale, e di collocare i suoi uomini (e donne) nei posti-chiave. Come l’area finanza, cuore pulsante dell’Mps, che da allora cominciò a perdere un colpo dietro l’altro: ad esempio, scommettere sul dollaro quando la moneta che si stava rinforzando sui mercati internazionali era l’euro. Altro affare sfumato, l’acquisto della Banca Nazionale del Lavoro, dopo l’alleanza stretta con l’altra «tesoreria rossa», l’Unipol di Giovanni Consorte. Se quell’affare fosse andato in porto, la sinistra avrebbe posseduto la più grande banca d’Italia. Forse troppo grande: i Ds bloccarono l’operazione quando Cesare Geronzi si rese conto che perfino la sua Banca di Roma avrebbe dovuto cedere il passo al nuovo colosso nelle regioni dove fino ad allora aveva «giocato in casa». E’ facile capire perché, dopo una serie di vicissitudini quali quelle accennate, dei 15 mila miliardi di liquidità vantati dal Monte all’inizio degli anni Ottanta, oggi siano rimaste solo le briciole. Il susseguirsi di gestioni fortemente passive ha eroso fino ai centesimi i risparmi dei senesi. I quali, se vogliono, devono chiederne conto a un unico soggetto politico: lo stesso che si precipitano a votare in massa ad ogni elezione.


di Andrea Accorsi    a.accorsi@lapadania.net
La Padania [Data pubblicazione: 27/12/2005]