Monsignor Fisichella parla di Oriana Fallaci

Dal mondo

Oriana Fallaci La rabbia, l’orgoglio, la fede


Interpretò in poesia il Cantico dei Cantici, leggeva tutto del Papa, «ma rispettiamola fino in fondo: non si parli di conversione»…


 

«Dentro di me ora c’è un subbuglio di ricordi: Oriana era una donna che amava la vita tenacemente, è forse questo che di lei colpiva di più. È con questa forza che ha combattuto sino in fondo la sofferenza e la morte». La chiama così, Oriana: perché monsignor Rino Fisichella, rettore della Pontificia Università Lateranense, con la Fallaci aveva costruito un rapporto intellettuale intenso, sebbene la loro frequentazione datasse solo da pochi mesi. Il profilo che della scrittrice esce dalla sua testimonianza è vibrante, originale, fuori da molti ritratti di tifosi e detrattori.
Monsignor Fisichella, come ricorda Oriana Fallaci?
«Come una donna di profonda intelligenza, naturalmente spinta a conoscere, interessata a tutto, anche alla dimensione di fede. Era profondamente radicata nella cultura cristiana del nostro Paese. La ricordo come una persona dotata di una singolare disponibilità ad ascoltare, anche se la sua personalità molto forte diverse volte aveva la meglio sul desiderio di aprirsi a un discorso di fede».
Di cosa si alimentava il vostro rapporto?
«Con Oriana è nata un’amicizia molto profonda. Mi piace ricordare che il nostro rapporto, nato da poco più di un anno, sembrava cementato da una consuetudine di una vita intera. Tra noi c’era una grande simpatia, nel senso greco del termine, commentavamo insieme gli avvenimenti anche se dialetticamente. Penso di poter dire che gli ultimi scritti di Oriana Fallaci siano le lettere che mi mandava. C’era un legame di grande stima reciproca».
Che visione aveva della fede cristiana?
«Conosceva bene la Sacra Scrittura. Ad esempio non tutti sanno che, anni fa, per il matrimonio di una sorella aveva interpretato poeticamente il Cantico dei Cantici. Sono testimone della grande accuratezza con la quale leggeva i libri di Ratzinger, inclusa l’enciclica Deus caritas est, con attente sottolineature. Aveva anche letto il mio ultimo libro sul tema della fede, Abbandonar si al mistero, commentandolo nelle sue lettere e annotandolo con vari punti di domanda. Rispetto alla fede aveva un’apertura e un interesse alimentati da una conoscenza diretta dei testi del magistero, del pensiero di Ratzinger e di vari teologi. Aveva accettato la sfida lanciata da Benedetto XVI con quell’assioma classico: vivere nel mondo veluti si Deus daretur, come se Dio esistesse».
Si può parlare di una conversione?
«No, credo che dobbiamo rispettare Oriana Fallaci fino in fondo. La sua è stata una profonda amicizia con un sacerdote, sapeva che io pregavo per lei, cosa che ho continuato a fare fino a poco prima della morte, la notte scorsa. Il suo desiderio era che potessi tenerle la mano nel momento del trapasso. Oriana era una cristiana battezzata, aveva ricevuto la prima comunione e la cresima, ma nel corso della sua vita si era creata un’autonomia di pensiero che la portava a non condividere diverse posizioni confessionali. Malgrado questo, porta impresso in sé il segno del battesimo».
Nei vostri dialoghi sulla fede c’erano domande più ricorrenti, temi che sentiva più congeniali?
«Da ultimo Oriana, come sappiamo, aveva maturato la persuasione che la Chiesa cattolica e il Papa fossero rimasti nel mondo gli unici in grado di conservare l’identità dell’Occidente. La sua era una provocazione continua perché la Chiesa fosse sempre presente nel dibattito culturale, forte nella denuncia del venir meno dell’orizzonte spirituale della nostra civiltà, restando capace di mantenere fermo il richiamo ai valori etici fondamentali sui quali anche lei aveva sempre insistito, dalla libertà alla vita, fino alla denuncia vibrante contro gli abusi delle biotecnologie e le “stragi degli innocenti”. Vedeva tutti questi temi da un punto di vista prettamente culturale, laico, di intensa riflessione razionale. E chiedeva a noi cattolici di continuare la battaglia della fede che lei non riusciva a seguire fino in fondo».
Cosa custodiva dell’incontro privato con il Papa dell’agosto 2005 a Castel Gandolfo?
«Oriana ha sempre portato con sé un pensiero di profonda stima e gratitudine al Papa per quel colloquio. Posso dire che conservava con estrema gelosia la dedica che il Santo Padre le aveva fatto su un suo libro che parlava di Europa, tutto sottolineato a più riprese, letto e riletto. Lo teneva sul suo comodino, e quella dedica che lei stessa aveva chiesto le era particolarmente cara. Oriana aveva sempre un pensiero grato e amichevole nei confronti di Benedetto XVI: era una donna profondamente generosa, e quando trovava qualcosa di speciale, come uno spartito di musica del’Ottocento, lo mandava al Papa in segno di gratitudine. Il rapporto tra lei e Ratzinger è proseguito anche oltre quell’udienza. Nelle sue ultime ore Oriana soffriva moltissimo, ma posso dire che fino a pochi giorni fa certamente ha sentito ancora rievocare il nome di Benedetto XVI».
Quale tratto umano ha più apprezzato della Fallaci?
«Anzitutto il suo forte senso della libertà, e poi la fedeltà, che viveva e sentiva intensamente. Oriana era una persona fedele in tutto: nelle idee come nell’amicizia, nei rapporti più stretti, non molti, soprattutto negli ultimi anni, quando ha vissuto un’incomprensione e una solitudine ingiuste. Libertà e fedeltà sono le virtù che di lei conserverò gelosamente come sua testimonianza».
Pochi intellettuali come la Fallaci hanno diviso l’opinione pubblica, anche per la sua quasi proverbiale asprezza di toni. C’è qualche aspetto che spiega questa sua caratteristica?
«Oriana portava con sé un genuino, liberissimo carattere toscano: possedeva la lingua, da buona fiorentina, e anche la capacità di dire con forza di espressioni quel che pensava, con immediatezza. Dentro questo impeto c’era però anche la grande passione che lei metteva in tutto quel che la impegnava. Una passione che le aveva permesso di avvertire l’urgenza di lasciare una traccia, anche a costo di dividere. Davanti a una diffusa sonnolenza ha sentito la responsabilità di risvegliare le coscienze».
Come reagiva davanti alle critiche per le sue posizioni?
«La amareggiavano, ma non indietreggiava. Era uno di quegli intellettuali che non si fermano all’effimero e vanno alla radice dei problemi: è inevitabile che così facendo si tocchino tasti che non incontrano il consenso generale. Amava dire che era un soldato, portava con sé il desiderio del combattimento. E questo la induceva ad assumere anche atteggiamenti polemici. Ma credo che le interessasse esclusivamente essere se stessa fino in fondo».


di Francesco Ognibene
Avvenire 16 settembre 06