Mons. Maggiolini avverte: rischio arabizzazione per l’Occidente

Dal mondo

Intervista a mons. Maggiolini: «Noi, invasi dalla cultura islamica»

Il vescovo emerito di Como celebra i 25 anni di consacrazione episcopale e concede un’intervista davvero interessante…

Se corre con la memoria al 29 maggio del 1983, la prima parola che gli affiora alle labbra è «castigo».
E la ripete, dopo un attimo di riflessione: «È stato un castigo, perché io non volevo diventare vescovo, volevo fare il prete. E non è la stessa cosa». Eppure, in quei panni che non voleva vestire, monsignor Alessandro Maggiolini si è calato fino in fondo, anima e corpo. E 25 anni dopo, il bilancio è positivo: «Sono contento di essere stato vescovo. A Carpi e soprattutto qui. Sono contento che i comaschi mi abbiano voluto bene come io ho voluto bene a Como».
L\’album dei ricordi di questo quarto di secolo è racchiuso nella mente di monsignor Maggiolini. Ripercorrerlo significa fare un viaggio tra opere concrete (dal restauro del seminario a quello del Duomo), momenti storici (su tutti, la visita del Papa sul Lario) e decine di pubblicazioni. Infine, un lungo elenco di prese di posizione forti, gridate senza timore dall\’altare ma anche dalle pagine dei giornali e dai salotti tv.
«Libertà di religione non significa libertà di invasione», aveva tuonato per primo Maggiolini oltre dieci anni fa, quando nessuno si era ancora accorto del problema del rapporto con l\’Islam. «Ormai ci siamo lasciati invadere, e ancora sottovalutiamo il problema», dice oggi, seduto nel suo studio che trabocca di libri, quasi affondato su una poltrona da cui può guardare in ogni momento il "suo" Duomo.
Eccellenza, come ricorda quel giorno di 25 anni fa, quando è stato consacrato vescovo di Carpi?
«Per me è stato un castigo. Io stavo bene in seminario, a Venegono, e all\’Università Cattolica, dove insegnavo. Non volevo fare il vescovo. Essere prete significa accostare la gente, parlare con le persone, una a una, ascoltare i fedeli. Un vescovo, invece, spesso deve fare il manager, deve stare attento a troppe cose pratiche e ricevere in forma ufficiale e non confidenziale. Non era ciò che volevo. Anche se poi gli anni a Carpi mi sono serviti per imparare a voler bene alla gente nella posizione di vescovo. Con la gente ho sempre avuto un ottimo rapporto, ancora adesso molti mi scrivono, mi chiamano, mi vengono a trovare, mi portano le forme di parmigiano».
Nel 1989 ha preso le redini della diocesi di Como. Come è stato l\’impatto? Che idea si è fatta allora dei comaschi e cosa pensa oggi?
«Conoscevo la diocesi di Como perché ho fatto il liceo ad Albese ed ero convinto di trasferirmi in un paradiso terrestre, anche se poi le difficoltà non sono mancate. Posso dire, però, che sono innamorato di Como e dei comaschi. Certo, rispetto agli emiliani sono più "legnosi". Però se gratti appena appena, ti accorgi che sotto la superficie ci sono persone che sanno voler bene in modo profondo. Sono come le ville nobiliari che sorgono sul Lario, fuori vedi un portone scuro e austero, ma quando apri la porta trovi sempre un grande giardino fiorito. Le persone qui sono fatte così, non si sbottonano subito, hanno un forte riserbo all\’inizio, stanno molto a guardare prima di lasciarsi andare. Ma poi quando arrivano a darti la mano, il sentimento di amicizia è vero, profondo, autentico, un rapporto destinato a durare nel tempo».
In molte occasioni in questi anni non ha esitato a prendere posizioni forti, scomode. Pensiamo ad esempio a un tema delicato come il rapporto con l\’Islam.
«Ho sempre pensato e penso tuttora che dobbiamo essere attenti a preservare la nostra cultura, il nostro linguaggio, le nostre categorie mentali. Gli islamici non saranno mai capaci di capire un occidentale e viceversa. Sia chiaro, penso che sia giusta la libertà di religione, ma questo non significa libertà di invasione. Non possiamo abdicare a concetti come patria, lingua, cultura. L\’ho detto per primo, assieme a monsignor Biffi (il cardinale Giacomo Biffi, oggi arcivescovo emerito di Bologna, ndr), oltre dieci anni fa. Allora si dovevano prendere provvedimenti ed evitare l\’invasione».
Pensa che ora sia tardi? Siamo stati invasi?
«Certamente, è sotto gli occhi di tutti. Ormai il pericolo è che si "arabizzi" la cultura occidentale».
La colpa di questa presunta "arabizzazione" è anche dei cattolici?
«Non c\’è dubbio, non si capisce più da che parte stiano i nostri cattolici – risponde il vescovo lasciandosi andare a un\’amara risata. Poi, scandendo le parole, sottolinea – Oggi prevale uno scetticismo gaudente-borghese, che non ha più idee. Il tavolo è libero, lo occupi chi vuole. Dobbiamo ritrovare il coraggio di essere cattolici sul serio. Mentre i musulmani sono musulmani, molti cattolici invece rischiano di non esserlo più, se non di facciata. E purtroppo i più non si rendono neppure conto della gravità del problema, della necessità di prendere sul serio la nostra fede per contrastare questa invasione».
La fede dei comaschi si rispecchia in questa immagine così pessimista?
«I comaschi hanno una loro precisa impostazione anche da punto di vista religioso. Hanno una fede di tradizione, di prassi, anche vistosa. Sono aspetti importanti, che vanno benissimo, ma c\’è il rischio che la fede si riduca solo a prassi e manifestazioni. Invece bisogna sempre andare oltre».
Oggi qual è il suo rapporto con i fedeli della diocesi?
«Da quando ho chiesto di andare in pensione ho recuperato ancora di più il rapporto con la gente. Ogni giorno, il pomeriggio, vado in Duomo per confessare. È un momento unico di incontro con i fedeli. Ed esco sempre contento, perché mi accorgo di incontrare persone che hanno il senso della concretezza umana, della debolezza e della fragilità, ma anche della possibilità di ripresa. Persone che trovano sempre la forza di ricominciare perché hanno la fede, quella vera. Grazie alle confessioni ho recuperato la gioia più profonda del ministero sacerdotale, ovvero la possibilità di ripetere alle persone che Gesù ci ama, ci vuole bene, ci perdona, ci accoglie. Ho chiesto personalmente di poter confessare per accostare la gente semplice, genuina. Per interpretare le attese dei fedeli, parlare con loro, accoglierli, farli sentire capiti e accettati».
E che futuro vede per questa Chiesa?
«Dobbiamo vedere se gli adolescenti e i giovani saranno capaci di prendere sul serio la fede, di dare una spinta a questa Chiesa. La diocesi di Como, da questo punto di vista, ha un compito enorme perché, anche se molti non se ne sono ancora accorti, questa è una diocesi modello perché ha una vivacità importante, che dobbiamo riuscire a valorizzare. Purtroppo, la fede cattolica è in calo e questa è la mia più grande preoccupazione».
Cosa si può fare?
«Dipende soprattutto dai giovani, e per questo sono ulteriormente preoccupato perché vedo diventare sempre più forte tra i ragazzi la "cultura del niente". Ho l\’impressione che non ci sia più né Islam né Cristianesimo, nei nostri giovani. Prevale soltanto la cultura del niente, delle manifestazioni vuote, dei comportamenti fini a sé stessi. Questo è il vero punto sul quale è necessario intervenire».
Venticinque anni dopo, resta convinto che quel 29 maggio del 1983 abbia ricevuto un castigo?
C\’è spazio per lasciarsi andare a un sorriso, stringendo forte il crocifisso che monsignor Alessandro Maggiolini porta sempre al collo. «Sono contento – ripete con lo sguardo verso il cielo – Sono contento di essere stato vescovo qui».

di Anna Campaniello
Il Corriere di Como 29 maggio 2008