Melloni gira le spalle a Papa Ratzinger

Dal mondo

FISCHIO.

Anche lei, Alberto Melloni, é in fuorigioco…

«Ho letto con attenzione le motivazioni che Benedetto XVI dà ai vescovi circa la pubblicazione del Motu Proprio “Summorum Pontificum” che liberalizza l’antico rito – la messa in latino “spalle al popolo” – rivisto da Giovanni XXIII nel 1962 e nonostante non abbia motivo di dubitare delle sane intenzioni del papa, queste stesse non mi convincono. Il papa sostiene che liberalizzare l’antico rito va nella direzione di unire la Chiesa perché in questo modo si risponde a quei fedeli che hanno vissuto come una ferita l’accantonamento dell’antica liturgia: fedeli che prendono il nome di lefebvriani ma anche più semplicemente di “tradizionalisti”. Ma ciò che a mio avviso il papa non riesce a vedere è che col Motu Proprio è gran parte dell’episcopato che viene scontentato, il tutto nel nome di un compromesso (quello coi cosiddetti “tradizionalisti”) che non posso che definire “mal riuscito”».

Pungente fino a fare male. Capace di una critica decisa anche quando l’oggetto del suo criticare è nientepopodimeno che il capo supremo della Chiesa cattolica, Alberto Melloni non smentisce la sua indole – oltre che di storico – di watchdog (ovviamente secondo il suo punto di vista) della Chiesa cattolica quando accetta di parlare con “il Riformista” della decisione di Ratzinger di lasciare piena libertà ai fedeli di chiedere ai propri parroci (e non ai vescovi) la possibilità di avere in parrocchia la celebrazione in latino “spalle al popolo”, quella che si avvale del Messale di san Pio V rivisto nel ’62.

Dalla Bologna teatro di quel movimento cultural-religioso che mosse i suoi primi passi grazie al lavoro di Giuseppe Dossetti e poi di Giuseppe Alberigo, Melloni è completamente se stesso quando deve commentare una delle decisioni del pontificato di Benedetto XVI tra le più difficili quanto a gestazione.

«Il papa – dice – sapeva bene delle riserve che avevano molti vescovi, anche francesi. Sapeva e sa bene che i cosiddetti lefebvriani, assieme a tutti tradizionalisti che celebrano l’antico rito, rappresentano lo 0,001 per cento del numero totale dei cattolici. Sapeva bene che su 5000 vescovi, soltanto due o tre oggi usano il Messale di san Pio V. Eppure, nonostante i numeri insignificanti, ha voluto mettere in campo un’azione che neppure Giovanni Paolo II ha mai fatto».

E ancora, ecco servito il “mellonian-pensiero”: «Secondo me il papa ha agito come uno di quei professori del liceo che quando ha di fronte dei casi “disperati”, decide di dare loro un 6 politico per promuoverli nonostante non se lo meritino. Ecco, il papa col Motu Proprio dell’altro giorno ha voluto dare ai lefebvriani un 6 politico in liturgia: promossi nonostante tutto».

La critica di Melloni entra prima nel cuore del concilio di Trento, poi in quello del Vaticano II, senza sconti di alcun tipo: «Il concilio di Trento volle andare contro il soggettivismo e il relativismo propri del protestantesimo ma oggi, tornando al rito tridentino, è proprio il relativismo (il fatto che ognuno possa partecipare alla messa che vuole) che viene messo in campo. Quanto al Vaticano II, poi, credo che Ratzinger contraddica in questo modo la lettura che egli diede nel famoso discorso del 22 dicembre 2005. Qui parlò della necessità di leggere il Vaticano II in continuità con la tradizione passata e non come una rottura, ma chi ha tradito la Chiesa e quindi ha creato una frattura sono stati proprio gli scismatici lefebvriani, mica altri».

È sul Vaticano II (sua esegesi, sue conquiste e suoi risultati) che Melloni spazia con più ironia: «Diciamolo chiaramente – spiega -: è grazie al Vaticano II che la fede ha potuto continuare a essere trasmessa. È grazie alle messe celebrate magari con tanto di “schitarrate” strampalate, con le chiese illuminate da neon “da Ipercoop” e in luoghi dall’architettura forse non proprio ortodossa, che quella poca fede che è rimasta nel popolo è stata salvaguardata. Cosa hanno fatto, invece, gli scismatici lefevbriani per la fede della Chiesa? Poco o niente. E adesso che il papa concede loro questo Motu Proprio ecco che rispondono con un comunicato come se avessero ottenuto una vittoria dopo anni di resistenza e di lotta».

E ancora: «D’altronde, al di là dei lefebvriani, questo Motu Proprio è un gesto tutto ratzingeriano: è lui che, come ha ben testimoniato un video girato da Rai Uno all’interno del suo appartamento, celebra la messa “spalle al popolo”. Cosa che fa anche suo fratello, don Georg. Comunque, fra tre anni, quando i vescovi saranno chiamati a scrivere le loro impressioni circa la messa in pratica del Motu Proprio, tireremo le fila di questa decisione. Del resto, questo è un po’ il pontificato delle decisioni e delle contro decisioni: si critica Assisi e poi si va ad Assisi; si va a Ratisbona e poi si ripara in Turchia».

di Paolo Rodari

Il Riformista 10/07/2007